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CONVEGNO DI PACE A GERUSALEMME /PEACE CONFERENCE IN JERUSALEM

Mercoledì pomeriggio e anche giovedì ero a dimostrare per gli ostaggi al ponte Begin con le famiglie ormai terrorizzate dalla decisione di Netanyahu di abbandonare gli ostaggi al loro destino e a una morte quasi certa.
E venerdì c’era un convegno a Gerusalemme. Dopo mille dubbi, (vado o non vado?) mi sono spostata col treno e sono arrivata alla Conferenza Popolare per la Pace che si è tenuta presso il centro congressi Binyanei HaUma, organizzata dall’iniziativa “È ora”, una coalizione di 33 organizzazioni per la pace e convivenza. È stata una buona decisione.

di Manuela Dviri | 12 Maggio 2025

Mercoledì pomeriggio e anche giovedì ero a dimostrare per gli ostaggi al ponte Begin con le famiglie ormai terrorizzate dalla decisione di Netanyahu di abbandonare gli ostaggi al loro destino e a una morte quasi certa.
E venerdì c’era un convegno a Gerusalemme. Dopo mille dubbi, (vado o non vado?) mi sono spostata col treno e sono arrivata alla Conferenza Popolare per la Pace che si è tenuta presso il centro congressi Binyanei HaUma, organizzata dall’iniziativa “È ora”, una coalizione di 33 organizzazioni per la pace e convivenza. È stata una buona decisione. La conferenza di quest’anno ha superato per dimensioni quella organizzata lo scorso anno a Tel Aviv dalla stessa coalizione, attirando un pubblico più ampio e variegato dal punto di vista politico e ideologico – dalla sinistra più o meno radicale fino a figure centrali dell’establishment israeliano, come l’ex Primo Ministro Ehud Olmert. Nella hall d’ingresso decine di organizzazioni avevano allestito stand per presentare le proprie attività ai partecipanti in una sorta di shuk di idee e iniziative. L’atmosfera era festosa , forse un po’ naif , di certo completamente priva di cinismo o disfattismo che è la grande malattia degli oppositori all’attuale governo e alla sua politica.
L’obiettivo era di chiedere la fine dell’attacco a Gaza, il ritorno degli ostaggi tramite un accordo, la fine dell’occupazione e la promozione della soluzione dei due stati.
Non si è trattato di un escapismo del genere fatto apposta per tirarsi su il morale e passare la giornata con persone che la pensano come te in questi tempi oscuri e amari. Se la missione della protesta è di fermare la guerra e vedere tornare gli ostaggi, quello del convegno è stato di iniziare a costruire il futuro. E di capire come e cosa vogliamo in modo coerente.

Nella sessione d’apertura di venerdì mattina, con una sala gremita da circa settemila persone tra cui moltissimi giovani, sono saliti sul palco ebrei e arabi, familiari di vittime e di ostaggi, politici e attivisti, abitanti della periferia israeliana, nuovi immigranti, rappresentanti dei vari gruppi per la pace, gruppi musicali che hanno suonato e cantato in arabo e in ebraico. . Hanno parlato e discusso della realtà, dei massacri a Gaza e della fame inflitta ai palestinesi,. Vi è stato un riconoscimento della gravità della situazione. L’energia era palpabile.
Abbiamo anche seguito un video saluto del presidente Macron che ha affermato che la guerra non è una fatalità e la pace è possibile e si è dichiarato al fianco di coloro che lottano per raggiungerla. Anche Abu Mazen nel suo saluto per video ha parlato di pace, e Yair Golan del partito dei democratici ha parlato di fine della guerra, di un’alleanza regionale, e della necessità di includere partiti arabi nel futuro governo mentre giovanissimi hanno parlato delle loro paure, che sono tante, e giustificate. Uno dei discorsi principali (e dei più applauditi) è stato tenuto dal deputato arabo Ayman Odeh (Hadash). Secondo Odeh “La storia ricorderà: anche nel cuore della guerra – ebrei e arabi hanno continuato a credere l’uno nell’altro”., Odeh ha delineato una visione chiara di partenariato, giustizia e pace, sottolineando l’importanza storica dei cittadini arabi nella lotta per la democrazia:
“Senza di noi – ha detto- si può costruire una dittatura, ma non una democrazia. Si possono continuare le guerre – ma non ottenere la pace.
Il parlamentare arabo israeliano Ahmad Tibi ha parlato invece del suo omonimo, un bimbo di nove anni ,e della sorellina di otto, morti entrambi a Gaza, e del diritto alla vita di tutti, e del post-trauma in cui viviamo tutti. Anche lui è stato accolto da scroscianti applausi ai quali non è di certo abituato alla knesset.
Si è parlato arabo e si è parlato ebraico, la musica era araba e ebraica, c’erano giochi per i bambini e tra i partecipanti c’ erano giovani e giovanissimi che in una delle sale si sono scatenati a ballare con una rapper palestinese.
Mentre tornavo a casa alla stazione di Tel Aviv è suonato l’allarme.
Erano di nuovo i houti.
Sabato sera, ormai riposata, ero di nuovo davanti al teatro Habima a Tel Aviv alla “solita” dimostrazione del sabato per poi avviarmi con la intera folla verso il “ponte Begin”. Lavorare per la resistenza a questo governo e contro l’indifferenza di chi rimane a casa pur identificandosi nella protesta , sta diventando sempre più faticoso, a volte non se può più. Poi lungo la strada che mi sembra non finisca mai, ho incontrato il gruppo più coinvolgente e commovente che si possa immaginare. E mi sono ripresa. Era una fila lunghissima di uomini e donne silenziosi con una candela accesa in mano e la foto di un bambino morto.
Un bambino palestinese. Ogni uomo e ogni donna con una foto di un bambino palestinese morto.
E ora, domenica pomeriggio, torno al ponte Begin davanti al ministero della difesa con il solito bastone di bambù e la foto di uno degli ostaggi.

Manuela Dviri

English version

PEACE CONFERENCE IN JERUSALEM

by Manuela Dviri

Wednesday afternoon and also Thursday I was demonstrating for the hostages at Begin Bridge with the families now terrified by Netanyahu’s decision to abandon the hostages to their fate and almost certain death.

And on Friday there was a conference in Jerusalem. After a thousand doubts, (should I go or not?) I traveled by train and arrived at the Popular Peace Conference held at the Binyanei HaUma conference center, organized by the “It’s Time” initiative, a coalition of 33 organizations for peace and coexistence. It was a good decision.

On Wednesday afternoon and Thursday I was demonstrating for the hostages at Begin Bridge with the families now terrified by Netanyahu’s decision to abandon the hostages to their fate and almost certain death. 

And on Friday there was a conference in Jerusalem. After a thousand doubts, (should I go or not?) I took the train and arrived at the Popular Peace Conference held at the Binyanei HaUma conference center, organized by the “It’s Time” initiative, a coalition of 33 organizations for peace and coexistence. It was a good decision. This year’s conference surpassed in size the one organized last year in Tel Aviv by the same coalition, attracting a broader and more diverse audience from a political and ideological point of view – from the more or less radical left to central figures of the Israeli establishment, such as former Prime Minister Ehud Olmert. In the entrance hall dozens of organizations had set up stands to present their activities to the participants in a sort of shuk of ideas and initiatives. The atmosphere was festive, perhaps a little naive, certainly completely devoid of cynicism or defeatism, which is the great disease of those who oppose the current government and its policies.

The goal was to call for an end to the attack on Gaza, the return of the hostages through an agreement, an end to the occupation and the promotion of the two-state solution.

This was not some kind of escapism done on purpose to cheer up and spend the day with like- minded people in these dark and bitter times. If the mission of the protest is to stop the war and see the hostages return, the mission of the conference was to start building the future. And to understand how and what we want in a coherent way.

In the opening session on Friday morning, with a room packed with about seven thousand people including many young people, Jews and Arabs, relatives of victims and hostages, politicians and activists, residents of the Israeli suburbs, new immigrants, representatives of various peace groups, musical groups who played and sang in Arabic and Hebrew took to the stage. They spoke and discussed the reality, the massacres in Gaza and the hunger inflicted on the Palestinians. There was an acknowledgement of the gravity of the situation. The energy was palpable. We also followed a video greeting from President Macron who stated that war is not inevitable and peace is possible and declared himself alongside those who are fighting to achieve it. Abu Mazen also spoke of peace in his video greeting, and Yair Golan of the Democrats Party spoke of the end of the war, of a regional alliance, and of the need to include Arab parties in the future government while very young people spoke of their fears, which are many, and justified. One of the main (and most applauded) speeches was given by Arab MP Ayman Odeh (Hadash). According to Odeh, “History will remember: even in the midst of war – Jews and Arabs continued to believe in each other.” Odeh outlined a clear vision of partnership, justice and peace, emphasizing the historical importance of Arab citizens in the struggle for democracy:

“Without us,” she said, “you can build a dictatorship, but not a democracy. You can continue wars – but not achieve peace.

Arab Israeli MP Ahmad Tibi spoke instead about his namesake, a nine-year-old boy, and his eight-year-old sister, both of whom died in Gaza, and about everyone’s right to life, and the post-trauma we all live in. He too was greeted with thunderous applause, to which he is certainly not accustomed at the Knesset.

They spoke Arabic and Hebrew, the music was Arabic and Jewish, there were games for children and among the participants there were young and very young people who in one of the rooms went wild dancing to a Palestinian rapper.

On my way home at the Tel Aviv station the alarm sounded. It was the Houthis again.

On Saturday evening, now rested, I was again in front of the Habima theater in Tel Aviv at the “usual” Saturday demonstration and then headed with the entire crowd towards the “Begin Bridge”. Working for the resistance to this government and against the indifference of those who stay at home while identifying with the protest, is becoming more and more tiring, sometimes it is no longer possible. Then along the road that seems to never end, I met the most engaging and moving group that one can imagine. And I recovered. It was a very long line of silent men and women with a lit candle in their hand and the photo of a dead child.A Palestinian child. Every man and every woman with a photo of a dead Palestinian child.

And now, Sunday afternoon, I return to the Begin Bridge in front of the Ministry of Defense with the usual bamboo stick and the photo of one of the hostages.

Manuela Dviri

Pubblicato in : Editoriale, EsteriTag: anni, bambino, convivenza, democrazia, dichiarato, futuro, giovani, governo, organizzazioni, persone, punto di vista, soluzione, treno

Info Manuela Dviri

Manuela Dviri nata Manuela Vitali Norsa, è una scrittrice e blogger italiana naturalizzata israeliana. Trasferitasi da Padova a Tel Aviv in Israele nel 1968, si è sposata con un israeliano.[1] Si è laureata in letteratura inglese e francese all’Università Bar-Ilan e ha iniziato la carriera professionale come insegnante nelle scuole superiori e, più tardi, in un istituto per bambini mentalmente ritardati. In seguito ha lavorato all’Istituto di Scienze Weizmann nel campo delle relazioni internazionali. Il 26 febbraio 1998 il figlio Yonathan, che prestava servizio nell’esercito israeliano, fu ucciso durante un conflitto con Hezbollah. A lui Manuela Dviri ha dedicato l’opera teatrale Terra di latte e miele (shabbat), messa in scena da Ottavia Piccolo per la regia di Silvano Piccardi[2]. Oggi è giornalista e scrittrice e vive dividendosi tra Italia e Israele.

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