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Confindustria: Boccia presidente per mediare e ricucire

E’ sempre più netta la tendenza dei grandi gruppi a disinteressarsi di Confindustria (Fiat, Pirelli, Italcementi, un tempo protagoniste, hanno la sguardo altrove).

di Redazione Pensalibero.it | 3 Aprile 2016

La designazione di Vincenzo Boccia a nuovo Presidente di Confindustria è molto più netta e lineare di quanto non facciano pensare i 9 voti di differenza nella competizione con Alberto Vacchi.

Innanzitutto, perché si tratta di un esponente collaudato della Piccola Industria, che in definitiva rappresenta il 90% della forza produttiva nazionale ed è anche il sostegno essenziale dello stesso sistema confindustriale, costituito da quasi 150 mila piccole imprese che non solo lo alimentano, ma gli conferiscono una rappresentanza autentica e verace sui temi economici e sociali.

Le grandi imprese hanno naturalmente una loro decisiva funzione, che però è spesso risolta direttamente su tavoli, anche internazionali, che possono persino confliggere con le esigenze del corpo portante della nostra capillare economia reticolare, che in Italia ha in suoi campioni se mai nelle medie imprese.

E’ sempre più netta la tendenza dei grandi gruppi a disinteressarsi di Confindustria (Fiat, Pirelli, Italcementi, un tempo protagoniste, hanno la sguardo altrove) e quest’ultima – a sua volta – fatica a tenere insieme istanze e visioni talvolta contrapposte. Se mai, sono le grandi aziende pubbliche, o a partecipazione pubblica, che trovano utile stare in Confindustria, dove per la seconda volta hanno oltretutto dato i voti determinanti per l’elezione del Presidente. Ma anche qui qualcosa si muove, se si legge correttamente l’uscita del presidente di Finmeccanica Moretti, assente all’elezione di Boccia e molto scontento dei servizi ricevuti da Viale dell’Astronomia contro i 4,5 milioni di contributi versati.

La novità di Boccia sta nel fatto che fino a ieri anche i piccoli accettavano (e anzi cercavano) di farsi rappresentare da esponenti di prima pagina dell’imprenditoria (l’unica eccezione nel 1996 con Giorgio Fossa, però inventato da Cesare Romiti in persona), mentre ora – trovato oltretutto un candidato di personale qualità come Boccia – hanno voluto prendersi un ruolo protagonista.

E la svolta è stata l’uscita da Confindustria nientemeno che della Fiat. L’errore della campagna a favore di Vacchi è stata di scordarselo e di far girare l’impressione non gradevole che fossero in movimento i cosiddetti “poteri forti”, oggi più che mai invece difficili da riconoscere e addirittura da rintracciare. Una scelta che tradiva oltretutto lo spirito di riforma del sistema realizzato da Carlo Pesenti, cui ingiustamente sono stati attribuite responsabilità che non dipendevano certo dalle tavole della legge interna, ma dai comportamenti reali delle associazioni più importanti.

Il ruolo guida Di Assolombarda aveva già fallito alle prove generali del maggio 2015, quando i membri di questo Consiglio Generale che ha votato (a scrutinio segreto, con molti voti in rispettabile libertà), non sono usciti dal cappello dei super accordi tra quelli “che contano”, o pensano di contare, ma da inedite alleanze trasformatesi da difensive in vincenti.

Tempi nuovi, insomma, quelli che hanno propiziato la vittoria di Boccia, che oltretutto è un rappresentante del Sud, e può anche essere un pò il simbolo di un territorio che non si rassegna.

Il merito tattico del nuovo Presidente, e dei suoi spin doctor, è stato di non forzare la mano a nessuno, di parlare pochissimo e soprattutto non far parlare sponsor più o meno credibili che, in non pochi casi, hanno suscitato reazioni negative. L’attivismo di Montezemolo, ad esempio, è stato vissuto con disagio.

Anche il profilarsi, alle spalle di Vacchi, di un cerchio magico bolognese comprendente la stessa politica che ha designato Ministri d’area (geografica) come Guidi, Poletti, Del Rio, non ha giovato al disegno che doveva portare in viale dell’Astronomia un leader di cui si conosceva – oltre alla indubbia qualità imprenditoriale – una forte idiosincrasia alle ritualità romane.

Un cerchio in contraddizione con l’indipendenza personale di questo candidato, con l’impressione però che tutto ciò si sarebbe risolto in un’assenza del numero uno, con forti deleghe ad un vicario (Aurelio Regina?) e ad un direttore fin troppo protagonista, dopo la calma piatta dell’attuale.

Ma, soprattutto, chi ha perso non ha probabilmente compreso che il mestiere di presidente Confindustria non è la stessa cosa di quello dell’imprenditore. Il successo aziendale si misura con il profitto, quello confindustriale con il consenso, interno ed esterno.

Boccia ha qualità culturali e di mediazione che lo dovrebbero aiutare in questo senso, e lo si capirà dalla composizione della squadra che presenterà a fine aprile. Diventato il presidente di tutti, si vedrà come farà a ricomporre le parti interne, a cominciare da quanti hanno “perso”, Assolombarda, Bergamo, Brescia, Emilia in primis.

Pubblicato in : EditorialeTag: aziende pubbliche, confindustria, consenso, finmeccanica, italia, merito, movimento, sostegno, Vincenzo Boccia

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