La manovra richiestaci dalla Banca Centrale Europea ha costituito l’occasione per una ulteriore dimostrazione di come le prevalenti esigenze generali siano posposte a spesso ingiustificate spinte corporative ed ha reso chiara a chi non vuol chiudere gli occhi la totale insensibilità della classe politica e la scarsa solidarietà sociale dei ceti abbienti e delle generazioni più anziane; peraltro certe affermazioni lapalissiane suonano ridicole e, lette in retrospettiva, esprimono una cosciente ed intollerabile malafede nella gestione del potere: così, ascoltando la manifestazione di volontà di lotta all’evasione fiscale ed alle metodologie da porre in essere per il futuro per recuperare miliardi di euro, è da chiedersi come si siano potuti esaltare con tanta sicumera i risultati raggiunti per il passato e come non debba ritenersi la sussistenza di un’abnorme tolleranza se di siffatte strategie si parla solo ora; ma anche, senza ipocrisie, se la struttura produttiva di questo Paese sia stata capace di reggersi proprio per questa singolarità tutta italiana.
Chi lavora stabilmente protetto dall’intangibilità della sua posizione lavorativa ha richiesto il mantenimento dei propri diritti, quesiti o non che siano, incurante del fatto che essi nell’attuale quadro di incertezza e difficoltà assumono connotazioni di privilegio; e ci si deve domandare quale argine ponga o intenda porre lo Stato all’incontenibile crescita dei divari di ricchezza tra i cittadini senza che intervenga a temperare gli effetti dell’assenza di meccanismi perequativi pur esistenti nel passato (si pensi all’imposta di successione, all’ICI, alla maggiore progressività delle imposte dirette).
Tutto è congegnato in modo che i ricchi divengano sempre più ricchi, le classi medie si avvicinino alle soglie della povertà ed i poveri siano sempre più poveri; ed è del tutto naturale che ciò accada, essendovi dei limiti sia per la compressione che per l’espansione dei bisogni.
In tale contesto assume un vago sapore burlesco lo spot con l’invito ai cittadini ad essere ligi quali contribuenti perché in tal modo l’imposizione fiscale diviene meno gravosa e più efficiente; piuttosto i destinatari restano scettici sulla finalizzazione dei comportamenti virtuosi richiesti, non avendo alcuna certezza che essi non siano occasione di ulteriori benefici per i soliti noti e di ulteriori prelievi parassitari.
Buonsenso vorrebbe che si incidesse sull’equilibrio di bilancio con misure strutturali orientate non tanto all’aumento delle entrate quanto alla diminuzione dei costi, dandosi al tempo stesso un segno dell’autorità e dell’autorevolezza dello Stato imponendo il rispetto delle sue leggi; ma anche che si intervenisse sull’efficienza di sistema, ponendo finalmente la burocrazia al servizio dei cittadini e riducendo gli spazi dei privilegi corporativi.
Ancora una volta i segnali che vengono dalla casta non sono positivi. In Senato le spinte corporative della lobby delle farmacie ne ha impedito la liberalizzazione; ma, ancora più grave, qualche senatore ha colto l’occasione per proporre un nuovo condono edilizio, eversivo della normativa vigente e di fatto premiante per gli abusivisti ove si consideri che l’art. 31 del vigente Testo unico per l’edilizia prevede che i manufatti edilizi privi di permesso di costruire vengono acquisiti di diritto al patrimonio comunale ai fini della loro demolizione.
Vero è che, in una situazione disastrata come quella attuale, qualora non sussistano prevalenti interessi pubblici che suggeriscano l’abbattimento degli edifici per il solo fatto che sono stati realizzati in violazione della normativa, sostenere ulteriori costi per distruggere valore aggiunto è una follia; ma non è giusto neanche che tale elementare constatazione avvantaggi chi non ha mostrato alcun rispetto per le regole.
La quadratura del cerchio tuttavia non è difficile. Basterebbe modificare il comma 3 dell’art. 31 del Testo unico per l’edilizia nel modo seguente:
“Se il responsabile dell’abuso non provvede alla demolizione e al ripristino dello stato dei luoghi nel termine di novanta giorni dall’ingiunzione, il bene e l’area di sedime, nonché quella necessaria, secondo le vigenti prescrizioni urbanistiche, alla realizzazione di opere analoghe a quelle abusive sono acquisiti di diritto gratuitamente al patrimonio disponibile del comune. L’area acquisita non può comunque essere superiore a dieci volte la complessiva superficie utile abusivamente costruita”;
ed il comma 5 del medesimo articolo:
“L’opera acquisita è demolita con ordinanza del dirigente o del responsabile del competente ufficio comunale a spese dei responsabili dell’abuso qualora il Consiglio comunale, con apposita deliberazione, rilevi che essa contrasti con rilevanti interessi urbanistici o ambientali”.
In buona sostanza, il responsabile dell’abuso viene punito (e non premiato) con la perdita della proprietà del manufatto; l’Ente locale si ritrova con un patrimonio immobiliare aggiuntivo che potrà utilizzare per i fini più vari ed anche eventualmente per fare cassa; la comunità nel suo complesso non distruggerà ricchezza.
E’ una soluzione ragionevole, peraltro dissuasiva di ulteriori abusi. Ma proprio perché tale, è lecito dubitare che venga assunta.
Giovanni Fiorentino

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