
Gli insegnanti si arrabattano come possono, ma i genitori degli autoctoni tendono a ritirare i figli dalle classi e dalle scuole a maggioranza immigrata. Immaginiamo una classe di Prima elementare con venti bambini. Quindici di loro hanno una conoscenza variabile dell’Italiano, ma sufficiente per far comprendere loro che cosa dice l’insegnante. Cinque di loro non conoscono l’Italiano, perché provenienti da famiglie di immigrati, che in casa parlano un’altra Lingua prima. Il Maestro/a si trova di fronte ad un dilemma pedagogico-didattico: se impiega il suo tempo a insegnare la Lingua ai bambini immigrati, gli autoctoni si annoiano e si distraggono. Se asseconda i bisogni conoscitivi di questi ultimi, gli altri si sentono estranei e esclusi.
In alcune zone del Paese e, soprattutto, nelle periferie metropolitane, i figli di immigrati superano ormai il 50% fino ad arrivare al 90%. Gli insegnanti si arrabattano come possono, ma i genitori degli autoctoni tendono a ritirare i figli dalle classi e dalle scuole a maggioranza immigrata. Invece di generare integrazione, la scuola finisce per riprodurre ghetti. Che questo fosse il rischio lo aveva già capito 37 anni fa il Ministro dell’Istruzione Sergio Mattarella, che aveva emanato due Circolari, una del 1989, una del 1990: gli alunni stranieri dovevano essere distribuiti nelle diverse classi, evitando la concentrazione in una sola classe. Se appartenenti allo stesso gruppo linguistico, non dovevano superare i cinque alunni per classe.
Nel 2010 la Ministra Maria Stella Gelmini fissò il tetto del 30%. Il governo e il Ministro Valditara hanno finalmente ripreso in mano la questione e riproposto il tetto del 30%, con modalità da vagliare attentamente. Di più: i bambini immigrati saranno obbligati a corsi intensivi di Lingua italiana, prima di essere ammessi nelle classi. Tutto ciò per garantire l’esercizio effettuale del diritto allo studio. Senza la Lingua è irrealizzabile. Ciò detto, in alcuni casi il tetto sarà probabilmente inapplicabile. Avendo i Comuni di Milano, di Torino, di Bologna, di Roma, di Napoli, di Palermo ecc… lasciato degradare i quartieri popolari, i ceti popolari “autoctoni” li hanno abbandonati, potendo, mentre gli immigrati sono corsi ad occuparli e lì mandano i figli a scuola.
Le periferie sono diventate luoghi di esclusione, di rancore, di conflitti inter-etnici, in cui “gli autoctoni” si sentono oppressi. Ora pensano di votare Vannacci. Non è colpa della Meloni, è “solo” il fallimento di un’inclusione parolaia.
Giovanni Cominelli
(da Solo Riformisti)

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