• Passa al contenuto principale
  • Skip to after header navigation
  • Skip to site footer

Iscriviti alla newsletter

  • Facebook
  • Twitter
  • YouTube
Pensalibero.it, Informazione laica on line

Pensalibero.it, Informazione laica on line

Quotidiano on line indipendente di area laica dove parlare di politica e tanto altro

  • Editoriali
  • Primo piano
  • Cultura ed eventi
  • Blog
    • AttuoPoesia (L’attualità letta dalla Poesia)
    • CornerBlog
    • Metamorfosi
  • Dossier

  • Editoriali
  • Primo piano
  • Cultura ed eventi
  • Blog
    • AttuoPoesia (L’attualità letta dalla Poesia)
    • CornerBlog
    • Metamorfosi
  • Dossier

Con lo spread torna il “rischio Italia” perché è finita l’era dei tassi a zero e non ci sarà più la protezione della BCE ma la politica non sa cosa fare (ammesso che se ne accorga)

di Enrico Cisnetto

di Enrico Cisnetto | 13 Giugno 2022

È tornato il “rischio Italia”, e io (la politica) non so cosa mettermi. Anzi, sono proprio nuda. Può sembrare solo una battuta (rubata da un celebre monologo scritto 50 anni fa da Umberto Simonetta, “Sta per venire la rivoluzione e non ho niente da mettermi”), ma è la tragica verità dei fatti. Al contrario dei mercati, che ieri hanno vissuto l’ennesimo “venerdì nero”, tra la Borsa che ha perso oltre il 5% e lo spread che arrivato a 225 punti, perché consapevoli della complessità e gravità della situazione, la classe politica italiana non ha ancora capito la realtà della guerra e, soprattutto, le sue epocali implicazioni. E si comporta come se si vivessero giorni normali o, peggio, come se fossimo ancora immersi in quella che Giuseppe De Rita ha definito “l’età del rancore”, durata troppo ma per fortuna in via di declino. Per esempio, sono in molti a non essersi ancora convinti che viviamo dentro una “economia di guerra”. Ora, eccoli serviti: speriamo che se ne accorgano dopo le decisioni assunte giovedì dalla Bce, e che sono in buona misura all’origine della turbolenza dei mercati. Il nesso con Putin  non è difficile da capire: il conflitto avviato dalla Russia con l’apparente obiettivo di conquistare l’Ucraina, ma con quello non dichiarato e tuttavia ben più importante e gravido di conseguenze, di destabilizzare l’Europa, e suo tramite l’Occidente, ha scatenato un’inflazione ormai prossime alle due cifre a cui da decenni ci eravamo disabituati – peraltro abbinata ad un rallentamento della crescita economica che fa temere l’avvento della terribile stagflazione (inflazione e stagnazione) – la quale a sua volta ha costretto la Banca centrale europea a chiudere, giovedì, l’epoca più che decennale del denaro a costo zero, iniziata con la crisi del 2011 e suggellata dalla famosa locuzione di Mario Draghi del luglio 2012 “whatever it takes” (“costi quel che costi”, in italiano rende di più). Con la conseguenza che dopo anni passati a supportare, più o meno ragionevolmente, i deficit, da luglio la Bce smetterà di acquistare senza limiti i titoli di Stato (soprattutto i nostri) e alzerà i tassi, per cui il costo per interessi del nostro debito pubblico – già enorme e aumentato nei due anni di Covid di altri 350 miliardi – salirà notevolmente visto che si applica ad uno stock di debito di 2.800 miliardi, pur rimanendo i tassi ancora ampiamente negativi rispetto all’inflazione. Non è cosa di poco conto. Sia perché i Btp decennali sono già al 3,75% (come non accadeva da febbraio 2014), e lo spread tra Btp e Bund tedeschi ha sfondato quota 225 (solo la Grecia è messa peggio, ma la differenza è minima, solo 40 basis point in più) e ogni punto percentuale di tasso d’interesse in più ci costa oltre 3 miliardi. E sia perché si sta chiudendo l’ombrello protettivo europeo che negli ultimi anni ci ha riparato, e che potrebbe sparire definitivamente nel 2023, quando verrà ripristinato il Patto di Stabilità, che se anche modificato rispetto al precedente, comunque tornerà a imporci nuovi vincoli.

Si dirà: prima o poi doveva succedere, e che adesso – tra shock energetico, rarità e costo delle materie prime e inflazione – la politica monetaria europea fosse costretta a cambiare, era facile prevederlo, non fosse altro perché la Bce è stata preceduta dalla Federal Reserve americana. Vero, il giro sulla giostra è durato fin troppo, e una classe dirigente accorta avrebbe potuto e dovuto prepararsi per tempo a scendere. Invece, il momento è arrivato e per quel micidiale impasto di ignoranza e codardia che caratterizza chi ci guida (si fa per dire), ci ritroviamo totalmente impreparati, impegnati come siamo in ridicole discussioni sul sesso degli angeli e immersi come siamo in logiche rivendicative del tutto avulse dalla realtà. Come uno scolaro svogliato e asino, siamo sorpresi (ma come, mi interroga proprio oggi?) e non abbiamo fatto i compiti a casa (le riforme strutturali). La verità è che il tempo – lungo – che Ue, Bce e Draghi ci hanno immeritatamente concesso per tagliare il debito “cattivo” (la spesa pubblica improduttiva, assistenziale quando non clientelare) e sostituirlo con quello “buono” (gli investimenti in conto capitale per svecchiare, ammodernare e infrastrutturare il Paese), i partiti lo hanno malamente sprecato. E ora fanno persino fatica a capire, come dimostra la discussione tutta ideologica ed elettorale sul “salario minimo”, che con la Bce che ha ufficialmente iniziato a uscire, anche se in modo graduale, dal ruolo di scudo protettivo, il contesto è già strutturalmente cambiato.

Così come hanno letto solo in chiave rivendicativa – più sostegni, più bonus, più assistenza – l’involversi della congiuntura. L’economia italiana, colpita dalla guerra, sta infatti rallentando vertiginosamente. Per il 2022 l’Ocse ha tagliato le stime dal +4% a +2,5%. L’Istat, prevedendo un +2,8%, lancia l’allarme sui tanti, troppi fattori che potrebbero far precipitare ulteriormente la situazione: costi dell’energia e dei prodotti alimentari alle stelle, scarsità di materie prime, prosecuzione della guerra, aumento dei prezzi alla produzione (a marzo +15%) e ora blocco delle auto non elettriche (il 2035 è dietro l’angolo) che potrebbero bloccare le imprese manifatturiere. Insomma, la congiuntura internazionale negativa si somma ai nostri pessimi fondamentali mettendoci in condizione di essere l’unico Paese europeo che ancora non ha recuperato i livelli del pil del 2007 (quando siamo stati colpiti dalla crisi pandemica eravamo già molto più debilitati degli altri). Ma sono soprattutto le previsioni per il 2023 che dovrebbero farci preoccupare: per l’Ocse il pil italiano l’anno prossimo registrerà una crescita solo dell’1,2%, tremendamente somigliante a quegli zero virgola che hanno caratterizzato per due decenni il nostro andamento economico. Bankitalia è più generosa e parla di un +1,6%, ma preconizza crescita zero se ci fosse l’inasprimento delle sanzioni alla Russia su petrolio e gas.

In questo quadro, si discute se collegare, più o meno automaticamente, le retribuzioni ai prezzi, considerato anche che negli ultimi 30 anni gli stipendi italiani sono rimasti fermi, mentre sono aumentati di un terzo quelli francesi e tedeschi. Il rischio è creare una spirale negativa. Come paventato dal Governatore Visco, e come ci insegna l’esperienza della “scala mobile” degli anni Ottanta. Il problema vero è la produttività stagnante. Non solo quella del lavoro, ma di un intero sistema economico squilibrato che rende difficile lo sviluppo, la creazione di valore aggiunto. Ma naturalmente un approccio più complessivo, che richiede intelligenza e disponibilità al dialogo, non è dato.

Quello che abbiamo davanti agli occhi è dunque uno scenario schizofrenico: da un lato un peggioramento del quadro economico progressivo e veloce (in pochi mesi lo spread è più che raddoppiato), dall’altro una campagna elettorale già aperta da tempo e che si andrà intensificando nei prossimi mesi, finendo col fagocitare ogni problema per ricondurlo allo schema dell’approccio populista alla raccolta del consenso. Ma anche qui, non è tanto quel che accadrà nel secondo semestre di quest’anno che importa, ma quel che succederà (o meno) nel 2023. Come dimostra un paper di Goldman Sachs – naturalmente accolta con la solita solfa dei poteri forti che vogliono comandare – gli operatori economici e finanziari sono preoccupati di quello che viene comunemente chiamato il “dopo Draghi”. Si assiste alla frantumazione del “campo largo” Pd-5stelle e del vecchio centro-destra mandato in tilt dalla scempiaggine di Salvini e dalla crescita esplosiva di Meloni, cioè dei due fronti del bipopulismo – per fortuna, aggiungo io, ma che è tale solo se a questa positiva dissoluzione di un bipolarismo malato e fallimentare fa seguito una fase costruttiva, quella che Marco Follini intelligentemente chiama il “bisogno di equilibrio” di un sistema politico squilibrato – ma nessuno ha il coraggio di dirlo con franchezza, e soprattutto di fare proposte alternative. Si sa già che Draghi non solo non sarà della contesa – per fortuna – ma non sarà neppure disponibile ad una nuova avventura di governo, tanto che sarebbe molto felice di concludere anticipatamente questa se solo potesse. Ma non si parla del fatto che con il combinato disposto tra questa legge elettorale e i collegi elettorali rivenienti dall’applicazione della norma che taglia di un terzo i seggi di Camera e Senato, nessuno dei due fronti (ammesso che come tali riescono ad andare al voto) vincerà, e dunque occorre fin d’ora immaginare i protagonisti di una futura coalizione trasversale. Ecco il deficit politico-istituzionale che accentua il “rischio Italia”, per il quale i mercati continueranno a sanzionarci pesantemente.

Come ha scritto Stefano Feltri sul Domani, in un contesto come questo i partiti avrebbero una cosa sola da fare: “ancorare” le aspettative degli investitori per quanto riguarda la prossima legislatura. Nel concreto significa: basta bonus, niente interventi a pioggia, niente promesse insostenibili per vincere le elezioni, ma solo proposte che non siano a deficit e approvare le riforme previste dal Pnrr.

Francamente dubito che accada. Per questo spero che sia dai risultati delle amministrative sia soprattutto dal referendum – ancora una volta invito tutti ad andare a votare, e votare cinque Sì – arrivi uno scossone salutare.

Enrico Cisnetto

Pubblicato in : EditorialeTag: 2011, anni, banca centrale, banca centrale europea, bce, bipolarismo, borsa, btp, campagna elettorale, classe dirigente, classe politica, consenso, conto capitale, costi, crisi, debito pubblico, dichiarato, draghi, elezioni, federal reserve, governo, grecia, lavoro, legge elettorale, legislatura

Info Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

Interazioni del lettore

Lascia un commento Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Sidebar

Iscriviti alla nostra Community WhatsApp

Ultimi commenti

  • Luca Bagatin su Trump e Putin, l’asse dell’arroganza contro un’Europa che non si piega
  • Luca Bagatin su Spagna e Francia in piazza, l’Italia bipopulista: Europa a rischio sfascio…
  • Gianni su Emergenza casa: tra legalità calpestata e la distorsione del welfare nazionale
  • Luca Bagatin su Nobel a Pillay, uno schiaffo alla lotta contro l’antisemitismo
  • Enzo Baccioli (Nuvola Rossa) su Giorgia, credimi: pace impossibile con la jihad
  • Leone Vincenzo su Miccichè, la Corte dei Conti condanna l’ex presidente dell’Ars: oltre 42 mila euro per l’uso dell’auto di servizio
  • Ugo Malasoma su Naza non è un film documento ma verità amputata
  • Anna La Mattina su Sánchez chiude il ciclo e porta la Spagna alle urne: la casa fa saltare la maggioranza!
  • Enzo Baccioli (Nuvola Rossa) su Giorgetti, l’uomo che sta rimettendo in piedi l’Italia mentre gli altri chiacchierano

Argomenti

aduc anni berlusconi cina commissione consenso conti costi costituzione crisi democrazia dichiarato elezioni euro europa firenze francia futuro germania giovani governo italia lavoro lega mercato merito milano mondo movimento nato natura notizia parlamento pd persone processo renzi repubblica roma scuola soldi stati uniti sviluppo toscana usa

Gli articoli pubblicati da Pensalibero non sono retribuiti ed il sito non raccoglie pubblicità.
Le foto sono tratte in larga parte da internet attraverso i più diffusi motori di ricerca e considerate di pubblico dominio.
Qualora si ritenessero violati diritti d’autore di immagini qui pubblicate, preghiamo di contattare la redazione (redazione@pensalibero.it) che provvederà a rimuoverle.

Pensalibero.it

REDAZIONE

Direttore Responsabile
ad interim
Cesare Mannucci

Vice Direttore
ad interim
Claudio Tirinnanzi

WebMaster
Claudio Tirinnanzi

redazione@pensalibero.it

Rimani aggiornato

Attraverso la nostra newsletter riceverai settimanalmente tutti i nostri aggiornamenti

Iscriviti ora

Chi siamo

  • Chi siamo
  • Credits
  • Autori
  • Accesso autori

Note

Gli articoli pubblicati da Pensalibero non sono retribuiti ed il sito non raccoglie pubblicità.
Le foto sono tratte in larga parte da internet attraverso i più diffusi motori di ricerca e considerate di pubblico dominio.
Qualora si ritenessero violati diritti d’autore di immagini qui pubblicate, preghiamo di contattare la redazione (redazione@pensalibero.it) che provvederà a rimuoverle.

Copyright 2004 © Tutti i diritti riservati. Iscrizione al Tribunale di Firenze n. 5418 del 21-4-2005. I contributi al sito non sono retribuiti