Weimar e l’ideologia tedesca che domina l’economia

La Repubblica di Weimar (1919-1933), i quattordici anni di inquieta transizione democratica tra il Reich guglielmino, che uscì sconfitto e umiliato dalla Grande Guerra, e l’ascesa al potere di Hitler, è un riferimento ricorrente dell’analisi politologica per descrivere la crisi politica, economica e sociale del nostro Paese. L’analogia venne già utilizzata nel 1992-94, nel passaggio cioè, tra la Prima e Seconda Repubblica e, a maggior ragione, viene rilanciata oggi.
L’esperienza di Weimar, dal nome della città di Goethe in Turingia, si snoda tra la terribile inflazione del 1920 (un milione di marchi per un dollaro) e la “Grande Depressione” del 1929 che provocò sei milioni di disoccupati. In questo contesto, negli scontri sociali e politici che videro l’instaurazione e la soppressione di Repubbliche consiliari di ispirazione comunista, il logoramento e le divisioni della socialdemocrazia tedesca, putsch di destra a Berlino e a Monaco (nel ’23 Hitler fu arrestato e condannato a cinque anni), che bisogna leggere il succedersi delle nove consultazioni elettorali dal 19 gennaio 1919 al 15 marzo del 1933, anche a causa del sistema proporzionale, e l’avvento del nazionalsocialismo con l’appoggio di quella che era ritenuta la borghesia più colta e raffinata d’Europa, come simbolicamente descritto da Thomas Mann nel suo “Doctor Faustus”.
Da quell’esperienza drammatica prende le mosse quella che possiamo definire l’ “Ideologia tedesca” dei nostri giorni, fondata sulla “virtù fiscale” di una Nazione, e sull’idea che i mercati finanziari debbano premiare tale virtù. Al centro della virtù si trova un solo criterio fondamentale: il deficit pubblico previsto per un dato Paese nell’anno in corso e in quelli immediatamente successivi, se esso si avvicina rapidamente al pareggio di bilancio è virtuoso, se ne resta lontano o vi si avvicina troppo lentamente è vizioso. Su quest’ideologia poggia la costruzione del Trattato di Maastricht e le sue prescrizioni su debiti sovrani, deficit statali e inflazione.
E nei dogmi della Germania di Angela Merkel, erede del “padre” dell’euro Helmut Kohl, troviamo non solo il retaggio della “Sindrome di Weimar”, ma anche quell’analisi dell’ideologia tedesca, operata da Marx ed Engels nell’omonima opera elaborata tra il 1845 e il 1846, ma pubblicata solo postuma nel 1932, segnata dalla critica alla tradizione filosofica dell’Idealismo. Il termine ideologia è utilizzato in senso negativo da Marx per indicare l’insieme delle idee che la classe dominante produce in una determinata epoca storica, con l’obiettivo di mantenere inalterate le gerarchie sociali: la filosofia hegeliana è considerata da Marx ideologica, in quanto serviva a conservare lo status quo raggiunto dal regno prussiano; nonostante la realtà cambi, le idee della classe dominante restano separate dal cambiamento. In questa prospettiva, secondo l’analisi di Marx ed Engels, l’ideologia serve a rappresentare la realtà rovesciata e a mantenerla tale è la “falsa coscienza” in quanto produce l’illusione che le idee siano indipendenti, come un mondo a sé stante e che siano queste idee a determinare la realtà e non il contrario.
Certo, un’analisi che risente, a sua volta, dell’ideologia del materialismo storico del cosiddetto “socialismo scientifico”, finalizzata alla contestazione globale del capitalismo e della democrazia “borghese”, ma non vi è dubbio che oggi, quasi due secoli dopo, l’Europa si trovi di nuovo a fare i conti con una variante dell’ideologia tedesca, questa volta sotto forma di un complesso di idee dogmatiche sulla crisi economica e i sui modi per uscirne.

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