Tra le tante perturbazioni che potrebbero agitare (e non poco) la navigazione del Governo presieduto da Mario Draghi c’è sicuramente la questione della modifica della legge elettorale. Un annoso problema che si ripropone puntualmente alla scadenza di ogni legislatura ma che questa volta può vantare una motivazione ulteriore ed assai più reale: la riduzione dei seggi parlamentari.
Un passaggio cruciale che molti vedono come una minaccia concreta alle proprie future ambizioni di rielezione ma che certo non fa dormire sogni tranquilli a nessuno.
La montante onda proporzionalistica alimentata soprattutto da un eccessivo ricorso, nelle ultime legislature, a governi tecnici – figli di elezioni né vinte, né perse da nessuno -, rischia però di infrangersi su resistenze forse ideologiche ma, talvolta, assai giustificate.
Le premesse sono chiare a tutti: l’attuale sistema; il cosiddetto “Rosatellum”, non funziona! È in grado di garantire le segreterie (o meglio i leader) dei partiti, ma non crea le premesse per alcuna governabilità. Anzi, per alcuni versi, appare il reale elemento di perpetuazione dell’instabilità.
Quindi, la parola d’ordine è: passare ad un nuovo sistema elettorale. Sì, ma quale?
Prima di giungere a qualsivoglia genere di scelta, la realtà impone una considerazione di fondo: il blocco del sistema politico italiano è determinato non già dalla legge elettorale, bensì dalla coesistenza di più logiche elettorali (per le varie elezioni locali, regionali o nazionali) che impongono ai partiti strategie, comportamenti e posizionamenti alquanto contraddittori.
Se infatti dopo le divisioni eclatanti evidenziate dalla recente elezione del Presidente della Repubblica, a destra come a sinistra, si tenta disperatamente una ricomposizione delle coalizioni non è per sfizio o per “amore di parte” ma solo perché, tra quattro mesi, ci saranno le elezioni amministrative e, per quella tornata, le coalizioni sono indispensabili. Quindi non si va molto per il sottile e se a Roma ci si guarda in cagnesco e si procede divisi, a livello locale è necessario far buon viso a cattivo gioco e marciare (comunque) uniti.
Questa è la logica dell’instabilità che rischia di essere persino accentuata dalla introduzione di un sistema proporzionale senza alcuna modifica delle regole per l’elezione dei sindaci e presidenti di regione.
Infatti il sistema della elezione del sindaco (che -al contrario del proporzionale- favorisce ed invoca le coalizioni) è stato pensato agli albori della seconda repubblica quando -a livello nazionale- si fronteggiavano due blocchi assai coesi guidati da leadership forti come quella di Silvio Berlusconi capo indiscusso del centrodestra e Romano Prodi condottiero dell’Ulivo.
Coalizioni a livello nazionale e coalizioni a livello locale. Uno schema (di logica elettorale unitaria) che ha funzionato -si ricordino i governi di legislatura appunto di Berlusconi e Prodi- fino a quando le coalizioni sono rimaste solide perché guidate da un capo riconosciuto.
Poi tutto è cambiato: le forze politiche hanno manifestato l’incompatibilità culturale tanto da imporre revisioni diverse e successive della legge elettorale statale. Il tutto fino all’attuale stallo che, dal 2013, non ha permesso ad alcun partito/coalizione di vincere le elezioni.
Quindi delle due l’una: o, come propone adesso anche Romano Prodi, si sceglie il sistema del “sindaco d’Italia” a suo tempo già cavallo di battaglia di Matteo Renzi e prima ancora di Mario Segni, oppure un ritorno al proporzionale, per funzionare realmente, imporrebbe una revisione anche della normativa di elezione dei sindaci e dei presidenti di regione.
Insomma quello che rende ingovernabile l’Italia non è né il “Rosatellum”, il “Porcellum”, il “Mattarellun” o qualsivoglia altro sistema, ma la dicotomia (attualmente esistente) tra la logica elettorale locale, dove i cittadini eleggono prima di tutto la persona da cui vogliono essere governati e poi -di rimando- il partito da cui vogliono essere rappresentati (partiti spesso uniti in coalizione già al primo turno), e la logica del voto nazionale in cui, al contrario, il cittadino vota essenzialmente il partito o (nel caso dei seggi puramente maggioritari) la coalizione. Mentre le persone sono scelte dalle segreterie dei partiti o, nel migliore dei casi, dai summit di coalizione.
Ciò detto un passaggio al sistema elettorale proporzionale a livello nazionale, lasciando immutato il livello locale (ovvero il sistema di elezione dei sindaci e dei presidenti di regione), sebbene sicuramente appropriato per lo sfaldamento pressoché completo delle coalizioni, rischierebbe di naufragare miseramente aggiungendo problemi a problemi.
Senza una omogeneità di logica elettorale tra il centro e la periferia, tutti i sistemi elettorali saranno destinati a fallire ed i Governi, seppur guidati da personalità di elevata statura internazionale come Mario Draghi, rimarranno politicamente deboli ed in balia delle inevitabili giravolte partitiche.
Daniele Marchetti

<< … non è né il “Rosatellum”, il “Porcellum”, il “Mattarellun” … >>. Con il troppo “latinorum” hanno reso l’italico cittadino “Imbellorum” (adattamento ritmico). Meglio facimm ammuina.