Colombo, il titano, e papa Francesco
La scoperta delle Indie Nuove da parte di Cristoforo Colombo il 12 ottobre 1492 voltò pagina nella storia generale dell’umanità: nel bene e nel male, perché, insegna l’ Ecclesiaste, così è la vita. Per comprenderlo occorre partire dalla cornice dell’impresa titanica: le condizioni politiche, religiose e culturali dell’Europa di fine Quattrocento. In pochi anni il Vecchio Continente, ormai per metà soffocato in un Mediterraneo dominato dai turchi, solcò gli Oceani e divenne “il mondo”. Nella sua nuova enciclica Papa Francesco oggi esorta tutti alla fratellanza e persino invita l’ONU a svolgere la sua missione originaria. Ma al tempo di Colombo per i cattolici “gli altri” erano eretici o persino privi di anima. Per alcuni teologi proporsi di “convertirli” era tempo perso.
La percezione dei mutamenti profondi non è mai immediata
Va ricordato, in premessa, che i cambiamenti epocali della storia planetaria di rado vengono percepiti dai loro contemporanei, assillati da contingenze che ne restringono l’orizzonte. Per intenderlo, basti confrontare l’idea che l’Europa aveva di sé all’inizio del Novecento con quella odierna. Il Novecento si aprì con la spedizione delle Sette Potenze contro il cuore della Cina per reprimere la rivolta dei boxer e imporre l’egemonia euro-statunitense sul Celeste impero. Vi partecipò anche l’Italia, che ottenne la “concessione di Tien-Tsin”. Quando iniziò la nuova guerra dei trent’anni (1914-1945) gli imperi coloniali europei si estendevano al pianeta intero, inclusi gli arcipelaghi e i più sperduti isolotti dell’Oceania. Anche Paesi minuscoli, come l’Olanda, o fatiscenti, come il Portogallo, avevano domini giganteschi. A volte non erano neppure in grado di sfruttarli e meno ancora di “incivilirli”. Fu il caso del Belgio. Mentre si accordavano sulla spartizione del pianeta (come avvenne con gli accordi di Berlino nel 1884-1885) gli Stati europei non accettavano di spostare di un metro i loro confini, frutto di guerre secolari. La filosofia politica e l’antropologia dominanti erano vecchie. Rimasero in gran parte immutate anche nella seconda metà del Novecento. La decolonizzazione si è spesso risolta in bagni di sangue e nuovi conflitti, tuttora aperti. Anche oggi l’Apocalisse della guerra atomica rimane incombente.
Il Quattrocento: un Mediterraneo sempre più stretto
La stessa miopia caratterizzò la cristianità occidentale nella prima metà del Quattrocento dinnanzi all’avanzata turca nel residuo Impero romano d’Oriente. Fallì l’ultimo tentativo di conciliazione tra la chiesa ortodossa di Bisanzio e la cattolica di Roma. Le conseguenze non tardarono. Nel maggio 1453 Maometto II espugnò l’antica Costantinopoli, ridotta a 70.000 abitanti, massacrò la famiglia imperiale e l’intera dirigenza militare e politica, sterminò la popolazione cristiana e sottomise i pochi risparmiati. I suoi successori, in specie Solimano il Magnifico, ne fecero la capitale del Sultanato esteso a tutti i popoli maomettani.
L’avanzata turca verso Occidente segnò l’irreversibile declino delle marinerie cristiane nel Mediterraneo. Centovent’anni dopo la conversione di Santa Sofia in moschea (ora ribadita dall’aspirante Califfo Erdogan), la pelle di Marcantonio Bragadin, scorticato vivo dopo la resa di Famagosta, fu mandata ai veneziani: orrendo monito non fugato dalla vittoria di Lepanto (1571).
All’epoca Mosca, la Terza Roma, albeggiava appena. L’Europa centrale stentava a riprendersi dalla Peste Nera. I Paesi scandinavi e baltici erano irrilevanti. L’Italia era un mosaico di Staterelli ricchi d’arte ma di modeste dimensioni e militarmente gracili, come l’anfibio ducato di Savoia. Lo si vide quando il francese Carlo VIII di Valois in pochi mesi la percorse da dominatore dalle Alpi a Napoli. Il suo successore, Francesco I, si alleò con i turchi contro Carlo V, Sacro Romano Imperatore. L’Europa italo-franco-germanica e l’Inghilterra, dilaniata al suo interno dalla guerra delle Due Rose dopo quella dei cent’anni contro la Francia, non ebbero percezione di quanto avveniva.
La Penisola iberica: dalla Riconquista…
Il futuro fermentò nella penisola iberica. Prima nel Portogallo di Enrico II il Navigatore, poi nella Spagna di Isabella di Castiglia e Ferdinando di Aragona. Alle spalle dei due sovrani cattolici, ritratti nel tondo sovrastante l’ingresso dell’Università di Salamanca, vi erano i sofferti secoli della Riconquista cristiana. I suoi pilastri furono le cattedrali e i castelli. Per comprenderlo bisogna sostare dinnanzi alle cattedrali di Burgos, Santiago di Compostella, Salamanca, e contemplare i poderosi castelli che scandirono le tappe della liberazione dai “Mori”. A volte non erano neppure necessari sotto il profilo strettamente militare. Cattedrali e fortezze, però, erano Monumenti: “lezioni” a cielo aperto. Chi avesse tentato la riscossa, dai loro campanili e dalle loro torri visibili a decine di chilometri, avrebbe capito con chi aveva a che fare. Il beaussant dei Cavalieri Templari continuò a garrire in Spagna e Portogallo, di concerto con l’Ordine di Calatrava. Con la mediazione dei francescani, dalle mani di Giovanna d’Arco la croce templare passò sulle vele dei grandi navigatori, Colombo incluso.
Le malattie e le morti precoci semplificarono la storia spagnola e, di conseguenza, europea, anche grazie agli intrecci bizzarri degli alberi genealogici delle dinastie. Alla morte di Massimiliano I d’Asburgo, imperatore dal 1493, suo nipote Carlo (Gand, 1500- Yuste, 1558) a 19 anni ebbe la corona del Sacro Romano Impero. Come re di Spagna (Carlo I) ereditò i possedimenti e le pretensioni della corona di Aragona in Italia: la Sicilia, aragonese sin dai Vespri del 1282 e il regno di Napoli, da Alfonso il Magnanimo sottratto ai francesi Angiò. Accorto sin da bambino (per precettore ebbe Adriano di Utrecht, eletto papa col nome di Adriano VI, ) Carlo V si trovò sulle spalle l’Europa centro-occidentale e il mondo in via di scoprimento.
…al descubrimiento del Nuovo Mondo
Il declino della centralità del Mediterraneo dette impulso all’esplorazione della costa occidentale dell’Africa e delle isole nell’Atlantico, Azzorre e Canarie, spartite tra Portogallo e Spagna. Quella fu la “palestra atlantica” di Cristoforo Colombo, che condivise le “visioni” coltivate da uno stuolo di umanisti, tra i quali Enea Silvio Piccolomini, poi papa Pio II. Per sbarazzarsi dall’insinuazione di aver trafugato documenti e informazioni asserì di aver appreso “per rivelazione divina” che la distanza tra l’Europa e l’Asia orientale (“Cipango” e Cina narrati nel Milione del leggendario Marco Polo) era di gran lunga inferiore a quella all’epoca stimata dal geografo Toscanelli. Sbagliò completamente i calcoli. Ma la sua fu felix culpa. L’illusione che “buscar el Levante por el Poniente” fosse possibile lo incoraggiò a presentare i suoi progetti al re del Portogallo prima e ai sovrani di Spagna poi.
Colombo, tra “sogni” e “rivelazioni”
La volitiva Isabella di Castiglia (1451-1504), che alle spalle aveva guerre civili, congiure, conquiste e il matrimonio con Ferdinando di Aragona (1452-1516), ritenne che prima bisognava completare la Riconquista. Appena soggiogata Granada, gioiello d’arte e di civiltà (basti ricordare la Alambra), con la Convenzione di Santa Fé il 17 aprile 1492 i Reali di Spagna concessero a Colombo l’autorizzazione a compiere il viaggio mai tentato da nessuno, i titoli di Ammiraglio e viceré delle terre eventualmente scoperte (trasmissibile ai discendenti) e la decima sui proventi.
Solitario e dominatore, El Almirante Colombo colse il vento della Metastoria. Coniugò le ambizioni di navigatore audace e geniale, la legittima avidità di immensi profitti e la certezza di assolvere a una missione sacrosanta (propagare la fede verace oltre i confini della cristianità europea) con il disegno dei Re Cattolici di battere sul tempo i portoghesi. Grazie alla tenacia di Bartolomeu Dias e Vasco da Gama, questi stavano per completare l’esplorazione della costa occidentale dell’Africa, doppiare il Capo delle Tempeste e raggiungere l’India sulle rotte da secoli utilizzate dagli arabi.
Allestita a Huelva (tre caravelle, una di 200 tonnellate, le altre due di 140, con tre capitani e 120 uomini in tutto) la spedizione di Colombo salpò il 3 agosto1492 e, dopo una forzata sosta di quasi un mese alla Gran Canaria, il 6 settembre iniziò la traversata verso l’Ignoto: oltre un mese di navigazione continua, di inquietudini, dubbi, timori, con quell’uomo solo al comando. Il 12 ottobre Colombo approdò a nell’isoletta di Guanahani, “battezzata” San Salvador, convinto di essere in prossimità della Cina.
Le contraddizioni di Colombo e del mondo suo
L’insuperabile grandezza di Colombo fa tutt’uno con le sue personali contraddizioni, quelle dei suoi seguaci (e talora concorrenti, come Pinzón) e dei sovrani che gli dettero fiducia. Il domenicano Bartolomé de Las Casas (Siviglia, 1474-Madrid, 1566) lesse in fondo all’animo del Navigatore. Nel quarto e ultimo viaggio era ancora sicuro di aver toccato la costa dell’Asia, mentre sin dal precedente era arrivato alla foce dell’Orinoco. Travolto da tradimenti e polemiche, scansato e finito in miseria Colombo morì il 20 maggio 1506 a Valladolid nell’indifferenza generale.
I Re Cattolici di Spagna che gli avevano dato fiducia malgrado il magro bottino dei primi viaggi (schiavi in gran parte morti in viaggio o malati dopo lo sbarco perché refrattari al clima; animali e vegetali poco apprezzati…) sono gli stessi che nel 1492 intimarono agli ebrei di farsi battezzare o di lasciare la Spagna entro quattro mesi e imposero la limpieza de sangre ai pubblici impiegati, a danno di moriscos e marranos, sospettati di professare la fede avita al riparo di una conversione dettata da opportunismo.
Grazie all’audacia di Colombo si aprirono spazi sino a quel momento neppure immaginati. Nel volgere di pochi anni Amerigo Vespucci, Núñez de Balboa, i Caboto, Giovanni da Verrazzano e uno stuolo di navigatori e di esploratori solcarono l’Atlantico con crescente sicurezza. Quanto prima era ritenuto impossibile divenne scontato. Neppure trent’anni dopo il descubrimiento il portoghese Magellano intraprese la prima circumnavigazione del globo, provando in modo inoppugnabile la sfericità della terra. Il padovano Antonio Pigafetta ebbe la fortuna di sopravvivergli e di narrarne l’impresa prodigiosa. A quel punto già era in corso la “colonizzazione”: la conquista del Messico, dell’America meridionale, la scoperta dell’oro, le miniere d’argento…
Fines et Finis Europae…?
Fu vera svolta? Per chi? All’inizio della scoperta degli spazi extraeuropei papa Alessandro VI (al secolo Rodrigo Borgia, non proprio immacolato) ebbe la saggezza di tracciare la raya divisoria degli spazi, accettata da Spagna e Portogallo col trattato di Tordesillas. Al di là delle Colonne d’Ercole c’era posto per tutti gli Stati cattolici. Convenienza volle che la raya fosse poi spostata a occidente per legittimare il dominio portoghese sul Brasile. La missione cattolica era e doveva rimanere unitaria. Ma negli stessi anni contro la Roma dei papi si schierarono Martin Lutero, Giovanni Calvino, gli anabattisti e una moltitudine di teologi che ripresero le “eresie” antitrinitarie di Giovanni Hus e di altri. La ribellione contro la Roma di Giulio II, Leone X, Clemente VII dissolse il sogno di un Impero cattolico universale. Il Sole non tramontava mai sui domini coloniali di Carlo V ma si oscurò nel centro dell’Europa, dapprima col sacco di Roma (1527) e l’assedio di Firenze (1530), poi con l’avvento del principio cuius regio eius et religio. Esso segnò la fine del Sacro romano impero, “delegato” a fermare l’avanzata dei turchi nell’Europa sud-orientale ma ormai privo di vero nerbo e di interesse per il Nuovo Mondo. Così i successori di Carlo V rimasero gli Asburgo “d’Oriente” sino alla loro fine, nel 1918. La “tolleranza” divenne un problema di ordine pubblico interno ai singoli Stati in un’Europa, che ammetteva e anzi imponeva confessioni cristiane (spesso mere superstizioni: culto di santi e ostensione di feticci) ma escludeva l’indifferentismo, la libertà di pensiero e perseguitava gli increduli. “Guerre di religione” e opposti fanatismi imperversarono per decenni in Francia, Paesi Bassi, Inghilterra. L’Italia ne rimase pressoché indenne perché – aveva già osservato Niccolò Machiavelli – proprio per via dei preti i suoi abitanti erano divenuti “sanza religione e cattivi”.
Chi oggi addebita a Colombo le conseguenze negative e persino rovinose della scoperta e ne insozza e abbatte le statue mostra di mancare del senso più elementare della storia, che è una sequenza di errori e di orrori come anche di miglioramenti e di “incivilimento”. Gli abitanti del pianeta oggi stanno di gran lunga meglio rispetto al secolo XV, sia in termini di benessere materiale, sia sul piano delle libertà personali. Chi oggi demolisce le statue di Colombo non viene impalato né condannato a remare come per molto meno sarebbe avvenuto al tempo suo.
La “disputa di Valladolid” tra Las Casas e Sepúlveda (1550-1551)
L’immagine della “scoperta” è stata spesso viziata da dettagli, come l’abuso della “Camballa” donata da Colombo al godereccio Michele da Cuneo, il quale, per sottoporla alle sue voglie, la fustigò e ne ottenne che “nel fatto parea ammaestrata a la scola de bagasse”. La realtà di lungo periodo è però tutt’altra.
Nel 1550-1551 si radunò in Valladolid una Junta di quattordici teologi e giuristi, chiamati a valutare il pensiero di Las Casas e quello del giurista Juan Ginés de Sepúlveda. Già Francisco de Vitoria, profeta del diritto internazionale moderno, aveva opposto il rispetto del diritto naturale alla liceità delle guerre. Sessant’anni dopo l’impresa di Colombo e a trent’anni da quando Carlo V (I di Spagna) aveva incorporato il Nuovo Mondo nei domini della Corona di Castiglia (14 settembre 1519), occorreva “disciplinare” i passaggi dalla scoperta alla conquista e al governo delle terre “annesse”. Secondo Sepúlveda i cristiani, che già avevano pieno e riconosciuto diritto di combattere islamici, ebrei ed eretici, avevano quello di muovere guerra contro gli indios che incrudelivano ai danni dei nativi (antropofagia e riti sanguinari, in uso negli imperi degli Aztechi e degli Incas) o impedivano con la violenza la predicazione del cristianesimo. Non era l’apologia del ricorso alle armi né della conversione forzata ma rivendicazione del diritto/dovere dei cristiani di propagare la propria fede (l’unica Vera, secondo il pensiero del tempo) e di rimuovere gli ostacoli alla sua predicazione.
Las Casas andò oltre: propugnò la libertà originale di tutti gli uomini. Pertanto i Re Cattolici dovevano difendere i nativi dai soprusi di falsi emissari. La “disputa di Valladolid” fu un passo avanti verso il riconoscimento dell’uguaglianza delle razze perché, spiegò Las Casas, “todas las gentes del mundo son hombres”. Quella svolta non ebbe luogo nei Paesi calvinisti, né nell’Inghilterra degli anglicani Enrico VIII ed Elisabetta I, e neppure nel mondo islamico, in Cina, in India o in “Africa” bensì nel cuore della Spagna cattolica, mentre Carlo V stava per rinunciare alla corona imperiale per chiudersi nel monastero di Yuste e molti ancora si domandavano se gli “amerindi” fossero uomini o solo bestie e se avessero o no l’“anima” e se quindi valesse o meno la pena di tentarne la conversione. Per Las Casas il “buon selvaggio” aveva diritto di rimanere tale, se così lo aveva voluto il Creatore: “ingenuo”, dotato di una sua nativa moralità, diversa da quella europea ma “innocente”.
Collocato nella cornice del tempo suo Colombo risulta dunque un gigante della storia dell’umanità non solo per la scoperta delle “Indie Nuove” ma perché aprì gli orizzonti verso nuove frontiere etiche e una più matura e comprensiva visione dell’uomo e del Creato: una “coscienza” che, al pari della libertà di pensiero e dei diritti umani, ha richiesto secoli prima di prendere corpo in Dichiarazioni universali e nell’enunciazione di norme, risalenti ad appena 70 anni orsono (l’Assemblea dell’ONU si radunò prima che gli USA sganciassero le atomiche sul Giappone…). Per la loro affermazione effettiva occorreranno ancora tempi lunghi. Ma intanto esistono. Le dobbiamo anche a Cristoforo Colombo. Se già non ne avesse, merita Monumenti.
Aldo A. Mola

“Nessuno tocchi Colombo” è il manifesto lanciato dal mensile “Storia in Rete”, al centro di un incontro al Palazzo Comunale di Genova alle ore 17 di venerdì 16 ottobre con interventi del sindaco Bucci, degli storici Valle e Giubilei, dello scrittore Stefano Zecchi e del direttore del “Giornale” Alessandro Sallusti.

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