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Colombia: la pace era un’illusione e la democrazia è random

Il referendum popolare che doveva ratificare gli accordi di pace tra governo di Bogotà e guerriglia delle FARC, raggiunti all’Avana con l’appoggio di tutta la comunità internazionale, si è risolto con la vittoria del No. E’ un risultato inatteso e che lascia costernati.

di Gennaro Carotenuto | 3 Ottobre 2016

Il referendum popolare che doveva ratificare gli accordi di pace tra governo di Bogotà e guerriglia delle FARC, raggiunti all’Avana con l’appoggio di tutta la comunità internazionale, si è risolto con la vittoria del No. Il 50.2% del 37% di partecipanti al voto si è infatti pronunciato per il No alla Pace. E’ un risultato inatteso, nessun sondaggio lo aveva pronosticato (il No era attestato appena al 35%), e che lascia costernati. Il Presidente Juan Manuel Santos, il conservatore che aveva preso la strada del dialogo, è il grande sconfitto. Il suo predecessore, Álvaro Uribe, trionfa e punta ancora una volta la pistola alla tempia di un paese intero mentre le FARC confermano di non volere riprendere le armi.

Tra le considerazioni da fare ve n’è una ineludibile. La Colombia, al contrario della maggior parte della regione, ha una lunga tradizione di bassa partecipazione elettorale (e di brogli e di violenza). Ma dai mancati quorum italiani alla Brexit allo stesso referendum ungherese di ieri la bassa partecipazione non sta semplicemente affermando l’indifferenza di maggioranze ai processi democratici (che non è poco) ma sta rendendo i processi elettorali, in particolare i referendum, delle lotterie imprevedibili dal risultato del tutto casuale.

Non basta più dire che gli astenuti hanno torto se appena 6,4 milioni su 35 di aventi diritto (oltretutto mal distribuiti sul territorio) hanno bocciato l’accordo, imponendo lo stop a un processo di pace storico che avrebbe probabilmente portato al Nobel i protagonisti. Bisogna dire, che piaccia o no il risultato, che oramai siamo di fronte a un meccanismo inceppato nel quale la volontà popolare resta altrettanto irrisolta dopo il voto.

In queste condizioni è perfino inutile discutere sul discorso di guerra a morte impiantato nel paese, in particolare nell’epoca della Presidenza di George Bush negli USA, per il quale i “narcoterroristi” delle FARC andavano sterminati fisicamente uno a uno, negando qualunque ragione a un conflitto agrario pluridecennale e che aveva espulso sei milioni di contadini dalle loro terre per consegnarle in particolare all’agroindustria. Quel discorso, veicolato per anni dai media monopolisti, oggi ha trionfato esplicitandosi (dalle città, non dalle campagne e dalle giungle dove il conflitto ha causato morti e sofferenze) nel rifiuto del trattato di pace che avrebbe dovuto restituire alla vita civile la maggior parte dei guerriglieri, garantire una riforma agraria, risarcire le vittime del conflitto e affrontare il problema della coltivazione di droghe.

Le parti, sia Santos che il capo negoziatore delle FARC, Rodrigo Londoño, alias Timochenko, appaiono deluse ma fiduciose, ma il momento è drammatico. Forse è presto per dire che la sconfitta della pace nel referendum in Colombia sia il rovescio finale dell’illusione che l’America latina potesse svoltare definitivamente nella direzione della riduzione delle ingiustizie ma certo, il momento è grave.

Gennaro Carotenuto

Pubblicato su gennarocarotenuto.it

Pubblicato in : Primo pianoTag: america latina, anni, Bogotà, bush, colombia, comunità internazionale, considerazioni, contadini, democrazia, discorso, FARC, George Bush, governo, processo, referendum, Rodrigo Londoño, Timochenko, usa

Info Gennaro Carotenuto

Gennaro Carotenuto (PhD Valencia U.) è professore e ricercatore in Storia Contemporanea presso l’Università di Macerata. È stato fellow teacher presso l’Università Bocconi di Milano e research fellow presso l’Institut des hautes études d’Amérique latine dell’Università Sorbonne Nouvelle oltre che professore invitato presso università di Argentina, Cile, Uruguay, Venezuela, Tunisia.

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