In quanto alle voci di stampa, di presunta fonte tedesca, secondo cui la Grecia potrebbe “liberamente” abbandonare l’euro, va detto chiaramente che tale eventualità segnerebbe un vistoso arretramento se non il fallimento dell’Unione europea.
Un nuovo Paese europeo, la Lituania, dal 1° gennaio 2015 è entrato nel “Club dell’euro” e vi sono Paesi dell’Unione nei quali si chiede l’abbandono dell’euro.
Chi è nel giusto?
E’ un problema di moneta – che resta pur sempre uno strumento di lavoro e di commercio – o una questione di uomini (politici e dirigenti) più o meno all’altezza e di popolo preparato e maturo?
La storia insegna che grandi uomini lungimiranti fanno grandi cose quando godono di credibilità, offrono l’esempio personale in quanto a correttezza e moralità e sanno spiegare al popolo la situazione reale del Paese, proponendo le giuste soluzioni, anche quelle che richiedono sacrifici aggiuntivi, comprensibili e finalizzati al bene dell’intera comunità.
Auguro le migliori fortune al popolo della Lituania.
Auguri anche al popolo italiano: che possa trovare dirigenti all’altezza per le sfide non semplici che caratterizzeranno il 2015 e gli anni a venire. Lo richiedono, tra gli altri, i giovani per i quali, nel 40% dei casi, non si aprono le porte di aziende ed ai quali è negata la dignità di un reddito guadagnato con il proprio lavoro.
Un aiuto in tal senso per il nostro Paese potrebbe venire da un sistema elettorale che riallacci il filo dialogante e costruttivo tra eletti ed elettori, ricorrendo, per esempio, al “collegio unico uninominale” che spinge o meglio costringe i partiti politici a scegliere gli uomini migliori sul territorio per competenza ed affidabilità.
In quanto alle voci di stampa, di presunta fonte tedesca, secondo cui la Grecia potrebbe “liberamente” abbandonare l’euro, va detto chiaramente che tale eventualità segnerebbe un vistoso arretramento se non il fallimento dell’Unione europea.
Il messaggio sarebbe disarmante ed autolesivo: l’Unione europea non è in grado di sostenere o riabilitare una frazione minuscola della sua struttura, la Grecia per l’appunto, con i suoi 11 milioni di abitanti! …
I tedeschi, in modo rozzo e poco lungimirante, fanno il loro mestiere e difendono con i denti la posizione di benessere e di occupazione a livello nazionale.
Gli stessi tedeschi probabilmente non hanno dimenticato le scene del primo dopoguerra, quando portavano pacchi di marchi con la carriola per fare una spesa minima, sperimentando lo scambio mortificante di moneta fatto “a peso” e non a valore.
Questo ovviamente non giustifica il loro atteggiamento poco dialogante e per niente solidale che ha dato il massimo (in termini negativi) proprio nella gestione della crisi greca.
L’Italia, a sua volta, ha perso un’occasione storica per essere di riferimento e guida per l’Europa. Mi riferisco alla notevole portata dei beni privati degli italiani pari a 8.500 miliardi di euro (dato Bankitalia).
Con un’imposta patrimoniale – in ipotesi del 5% su detti beni, escluso il valore dell’abitazione primaria – ben spiegata e finalizzata alla decurtazione netta del gravoso debito pubblico, gli italiani avrebbero contribuito fattivamente a stabilizzare il Paese ed a rafforzare l’Unione Europea.
Giusto per rammentare a me stesso: oggi il debito pubblico italiano è pari a 2.160 miliardi di euro su cui ogni anno si pagano circa 90 miliardi di euro di interessi.
L’operazione ipotizzata abilitava l’Italia a richiedere analogo, sostanzioso intervento da parte della BCE per acquisizione di altrettanti titoli italiani. Il comportamento ed il messaggio esemplare dell’Italia sarebbero stati di grande impatto ed avrebbero rassicurato mercati finanziari ed investitori di tutto il mondo, Unione europea in primis.
A quel punto l’emissione di obbligazioni in euro marcate BCE (eurobond) sarebbe diventata fattibile ed accettabile anche da parte della riottosa, poco collaborativa Germania.

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