Volto affusolato, sguardo di lince, Clint Eastwood nasce nel 1930, nel bel mezzo della Grande Depressione.
La famiglia – tipico degli abitanti degli States – cambia città di anno in anno. Prova a studiare economia, ma abbandona per passare all’accademia militare: finisce nella guerra in Corea e, al ritorno, non gli resta che fare svariati lavori senza grandi sbocchi futuri.
Ci prova con la recitazione. L’esordio è costituito da comparsate in B-movie e ruoli in serie televisive (la sua parte più famosa è per il telefilm “Rawhide”).
All’inizio degli anni Sessanta avviene il suo primo “reclutamento” importante: il pioniere del western italiano, Sergio Leone, lo rende l’eroe senza nome e senza macchia (o quasi) della “trilogia del dollaro”. Essa riscuote un notevole clamore: basti pensare che l’ultimo episodio di questa saga, “Il buono, il brutto e il cattivo” è il film preferito di Quentin Tarantino.
Desideroso di confrontarsi con il linguaggio artistico e commerciale hollywoodiano, alla fine degli anni Sessanta Clint molla Cinecittà: prima ottiene un bel cachet per il suo ruolo in “Dove osano le aquile” che gli consentirà di aprire una casa di produzione; poi viene accolto da un altro maestro dell’action-movie, Don Siegel, che trasferisce il cowboy dei truculenti western all’amatriciana nell’altrettanto grandguignolesca giungla d’asfalto metropolitana, cucendogli addosso un alter ego che segna Eastwood a lungo (se non in eterno): lo sbirro Harry Callaghan.
“Dirty Harry” – così viene soprannominato nel primo episodio della saga – è un poliziotto dai metodi platealmente brutali come quelli dei banditi che affronta, neanche fosse rimasto il pistolero degli spaghetti-western, convinto che solo così potrà calmare gli animi: stavolta si può trincerare soltanto dietro un distintivo, ed è per giunta circondato dai pronipoti dei ricchi passeggeri delle carovane che proteggeva nel far-west leoniano, che gli danno pure addosso perché convinti che i crimini ora si possano risolvere affogandoli in un mare di scartoffie burocratiche.
Un nuovo personaggio tutto da scoprire nel mondo dei duri del cinema: risoluto perché non sa stare con le mani in mano e perciò ha sempre molto da sbrigare; scostante perché nauseato dall’inconcludenza del mondo che lo circonda; schietto perché non vacuo; solitario perché la sua giornata è un campo minato; testardo perché è convinto che i suoi metodi lo portano sempre sano, salvo e a missione compiuta.
Ciò che salva Callaghan anche a livello morale è il suo desiderio di giustizia e la coerenza morale degna di un angelo sterminatore: un po’ come lo stesso Clint.
Col passare degli anni la saga diviene un pilastro per il poliziesco, accreditando penne del calibro di Michael Cimino e John Milius. Harry non risparmia sparatorie su criminali dei bassifondi o battute su donne e minoranze etniche. Eppure, trattasi soltanto di frecciate per tracciare meglio il dolore dell’incomprensione che tale personaggio ottiene dal suo ambiente e tale scorrettezza politica sarà apripista di quella libertà d’espressione su argomenti in seguito affrontati in maniera ancor più esplosiva da registi come William Friedkin, Martin Scorsese, John Landis, John Waters, etc.
Eastwood, poi, consapevole del suo successo e desideroso di far maturare sempre più il suo personaggio, tenta di discostarsi dalla figura granitica di Callaghan e riscopre il suo lato assai attento alla sensibilità altrui: d’altronde non è detto che “Harry” debba rimanere sempre solo.
Si fa dirigere nuovamente da Siegel per una pellicola dove passerà, come ruolo, dall’altro lato della barricata: quello del carcerato, in “Fuga da Alcatraz”, film massiccio contro le logiche oppressive del potere.
E’ il momento di cominciare ad autodirigersi. Clint Eastwood sperimenta vari generi cinematografici e sforna parecchi film: tra un passo falso e una discreta citazione ai suoi maestri Leone e Siegel, arriverà pure a realizzare opere in cui metterà in mostra la sua passione per le musiche blues, country e jazz. Non trova però le simpatie del pubblico amante del giustizialismo veloce, che lo ha sempre portato in trionfo abituato a vederlo nei panni dell’ispettore Callaghan.
Siamo già alla sesta compagna di vita e al settimo figlio. Eastwood non nasconde simpatie repubblicane ed antisovietiche, diviene per due anni (1986-88) sindaco di una cittadina californiana dove ha la sua tenuta. Più tardi inoltrerà, anche nei suoi film, piccoli ammonimenti ad ambientalisti, comunità afroamericane ed omosessuali.
Anche i democratici più accaniti, tuttavia, non smontano la sua professionalità, specie nell’affrontare con decoro alcune tematiche toccanti: l’amarezza di chi rimane nel retroscena (“Un mondo perfetto”, “Honky tonk man”), coloro che si bruciano con i propri eccessi (“Bird”), un amore incompiuto (“I ponti di Madison County”, dall’omonimo best-seller).
Supera i sessant’anni. Oramai dirige altri attori anche senza apparire in scena, ed è il primo a dare un qualche ruolo a Jim Carrey. Ogni tanto interpreta ancora qualche film d’azione al solo fine di poter investire più fondi nelle sue opere personali. E’ sorpreso quando l’esercito gli nega l’appoggio per realizzare un film (“Gunny”) semi-militarista.
Ad un certo punto, da buon “eroe sbalorditivo”, sorprende pubblico e critica realizzando un progetto personale suo e di F. F. Coppola sul crollo del mito americano e della frontiera, un mito basato unicamente sulla fortuna: “Gli spietati”, western di ironia (della sorte) che smonta definitivamente questo genere che l’ha lanciato.
Arrivano gli Oscar, che si ripresentano anche con “Mystic river”, film sugli errori compiuti e il desiderio di redenzione bloccato dall’irreversibilità del passato.
Supera i settant’anni, e inizia persino a ritrattare alcune sue posizioni politiche: si dichiara contrario alla pena di morte e alle sue conseguenze sociali (“Fino a prova contraria”). Affronta il tema della boxe (terreno fertile di grandi opere cinematografiche) e dell’eutanasia, realizzando “Million dollar baby”, eletto dalla critica come film più bello del decennio: altra ovazione alla notte degli Oscar.
Eastwood è oramai divenuto un caso più unico che raro di autore che, come il buon vino, migliora invecchiando fino a produrre capolavori da lui prima non immaginabili. Alcuni critici affermano, a torto, che sarà ricordato soltanto come un artigiano che, con calma e polso fermo, ritrae gli scenari violenti o crepuscolari che lo circondano, senza sottomissione ai diktat degli studios ma senza quell’estro stilistico che hanno i veri “anarchici” in grado di rinnovare il linguaggio cinematografico.
In realtà, egli è l’altra faccia dell’unico suo coetaneo ancora all’opera, Woody Allen, insieme al quale è l’unica firma garantita rimasta all’oggi sugli schermi americani.
Gli anni sono passati, l’esigenza di lasciare un mondo migliore alle nuove generazioni si fa sempre più pressante e anche Clint deve fare i conti sempre più con se stesso, con le sfumature impresse in maniera sempre più incalzante sullo sguardo monolitico (ma non monocorde) di quell’uomo apparentemente aspro e riluttante ma in fin dei conti comprensivo, genuino e amante della dignità. Per quanto talvolta abbia anche condannato il suo Paese, ne è diventato uno dei più dinamici e leggendari rappresentanti. C’è forse qualcuno che s’immaginerebbe la “Trilogia del dollaro” di Leone o la serie di Callaghan senza di lui?
Guido Martini

Caro “Ugo”, non hai nulla di meglio da fare che offendere gli amanti del cinema?
Se le suonano, se le cantano..
Guido for president!