Il regio balivo Filippo di Beaumanoir scrisse nel 1283 una sorta di “rendiconto” della sua attività di assessore nel trattato “Costumi del contado di Clermont “, all’epoca della nascita del concetto di città borghese, con un capitolo interamente dedicato al comportamenti dei cittadini urbani dal titolo “Sugli abitanti delle buone città”.
In questo pregevole scritto troviamo oltre ad una delle prime definizioni di città ( “agglomerato di persone la cui sussistenza dipende da prodotti agricoli provenienti dall’esterno”) l’identificazione della moneta e del denaro come elemento definitorio e di discrimine di un consesso sociale : è infatti nel pieno del basso Medioevo che si definiscono le caratteristiche delle città moderne che saranno la trave portante del Rinascimento italiano ed europeo i cui tratti fondamentali sono arrivati fino ai nostri giorni .
Il denaro come simbolo di potenza borghese alternativo alla rendita nobiliare, la moneta come strumento di intermediazione per scambi commerciali e non , lo sviluppo del commercio a lungo raggio, l’istituzione delle fiere come momento di scambio inevitabilmente culturale oltre che commerciale sono fra i fattori che determinano la nascita delle prime “esigenze” nuove per il governo della città : qualcuno che si occupi degli interessi della comunità cittadina come “altro” rispetto agli interessi individuali, come il nostro balivo Filippo; qualcuno che garantisca la sicurezza delle strade e dei commerci all’interno del perimetro urbano ; qualcun altro che si occupi della salute comune, curando i malati e isolando gli infettivi in ospedali e lebbrosari .
Le città si impegnano in “grandi opere” , massime la costruzione di cattedrali , ma anche ponti, strade ed acquedotti per il territorio e non più asserviti alla “capitale” od alla sede feudale, cercando di finanziare le stesse con pedaggi e donazioni volontarie, riuscendo a coprire poco più di un quinto delle somme necessarie per la loro realizzazione. Filippo di Beaumanoir ci ricorda come per reperire le risorse mancanti nasca una fiscalità municipale, destinata a pagare anche i servizi urbani della comunità , che va subito in concorrenza con il fisco fino ad allora conosciuto di emanazione feudale o imperiale , destinato a soddisfare le esigenze dell’esercito, della corte ed in definitiva del Signore del territorio .
E con il fisco, i problemi . “nelle città i conflitti nascono a causa delle tasse, perché avviene spesso che i ricchi che ne governano gli affari dichiarano meno di quello che dovrebbero per sé e per i parenti e tendono ad esentare gli altri ricchi allo scopo di essere a loro volta esentati, in tal modo tutte le imposte ricadono sulla massa dei poveri (ibidem) “. Leggendo queste parole di quasi otto secoli fa, a qualcuno dei tempi nostri vissuti al grido “non mettiamo le mani nelle tasche dei cittadini” anche a costo di rovinargli i pantaloni (leggi la finanza pubblica) dovrebbero fischiare non poco le orecchie .
Ma proseguendo nella lettura ci si imbatte in una altra affermazione che dovrebbe fare riflettere i demagoghi odierni, con cinque o meno stelle, come i legislatori che approvano una legge che pretende che il governo delle città metropolitane dal sindaco agli assessori fino al direttore generale sia “incarico gratuito” : si scopre infatti che fin da allora “le spese correnti di una municipalità comprendono il pagamento delle indennità ai membri del Consiglio cittadino e degli stipendi fissi annuali, detti pensioni, ad alcuni funzionari “ .
Quando terminerò il mio servizio come consigliere delegato della grande Città Metropolitana di Milano scriverò un “rendiconto” di un amministratore per i miei quattro lettori e per gli amici, sperando di non dover troppo invidiare il mio “antenato in carica” Filippo.
Franco D’Alfonso (movimentimetropolitani.it)

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