
Quando si parla dei coloni israeliani in Cisgiordania si finisce quasi sempre nella propaganda. Da una parte vengono descritti tutti come fanatici armati che sottraggono terre ai palestinesi, dall’altra si tende a far finta che il problema non esista. La realtà è più complessa. Il problema non è la presenza di ebrei in Giudea e Samaria, territori ai quali il popolo ebraico è legato da migliaia di anni di storia. Il problema riguarda soprattutto confini, sovranità, sicurezza e futuro politico della regione.
Dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967, Israele conquistò militarmente la Cisgiordania alla Giordania, che la controllava dal 1948. Questo è un passaggio storico fondamentale: Israele non sottrasse la Cisgiordania a uno Stato palestinese, perché uno Stato palestinese sovrano non esisteva. Israele considera il controllo assunto nel 1967 conseguenza di una guerra combattuta per la propria difesa nel quadro del conflitto con la coalizione araba e sostiene che lo status definitivo di quei territori debba essere stabilito attraverso un accordo negoziato. La vittoria militare, tuttavia, non equivale automaticamente, secondo la posizione prevalente della comunità internazionale, al riconoscimento della sovranità israeliana sull’intera Cisgiordania. È proprio su questa distinzione che si concentra gran parte del contenzioso politico e giuridico ancora aperto.
Da allora gli insediamenti israeliani sono progressivamente aumentati. Alcuni sono ormai vere città, altri piccoli centri, altri ancora sono avamposti sorti senza regolare autorizzazione e contestati perfino dalla stessa legislazione israeliana. Più questi insediamenti si estendono, più diventa difficile immaginare in futuro una separazione territoriale netta tra israeliani e palestinesi. Esiste inoltre una minoranza estremista tra i coloni, responsabile di aggressioni contro palestinesi e loro proprietà. Questi comportamenti devono essere perseguiti senza esitazione. Difendere Israele non significa giustificare qualsiasi abuso commesso da un israeliano, così come sarebbe assurdo trasformare centinaia di migliaia di residenti israeliani in un unico blocco di fanatici.
Per capire realmente il problema bisogna però partire da un altro dato storico fondamentale: uno Stato nazionale palestinese sovrano e indipendente, dotato di un proprio governo e di piena sovranità territoriale, non è mai esistito. La regione è stata governata nei secoli da regni, imperi e potenze differenti, fino all’Impero ottomano e successivamente al Mandato britannico. Il termine Palestina ha indicato per secoli una regione geografica, non uno Stato nazionale palestinese. Questo non significa negare l’esistenza delle popolazioni arabe che abitavano e abitano quelle terre. Significa semplicemente distinguere l’esistenza di una popolazione e di una moderna identità nazionale palestinese dall’esistenza storica di uno Stato palestinese sovrano, che non c’è mai stato.
Ed è proprio qui che nasce uno dei problemi politici centrali di oggi. Israele esiste come Stato sovrano, mentre non esiste uno Stato palestinese sovrano, unitario e capace di esercitare un controllo effettivo sull’intero territorio rivendicato. L’Autorità Palestinese amministra alcune zone della Cisgiordania, mentre Hamas ha governato Gaza ed è un’organizzazione armata sostenuta politicamente, finanziariamente e militarmente dall’Iran. Hamas non rappresenta semplicemente una forza politica ostile a Israele: la sua storia, la sua ideologia e la sua azione militare sono state costruite attorno al rifiuto dello Stato ebraico e alla lotta contro la sua esistenza. È proprio per questo che definirla soltanto una delle parti palestinesi in campo significa ignorare una parte essenziale del problema.
Israele, quindi, non ha di fronte un unico governo palestinese capace di rappresentare Gaza e Cisgiordania, firmare un accordo definitivo e soprattutto garantirne l’applicazione. Da una parte esiste un’Autorità Palestinese debole, con un controllo territoriale limitato; dall’altra una forza armata legata all’Iran che ha perseguito per decenni l’obiettivo di eliminare Israele. È una questione che troppo spesso viene ignorata: con chi dovrebbe negoziare Israele i confini definitivi? Chi potrebbe garantire l’applicazione di un accordo tanto in Cisgiordania quanto a Gaza? Chi potrebbe assicurare che un eventuale ritiro israeliano non produca semplicemente un nuovo territorio controllato da organizzazioni armate ostili e sostenute da potenze regionali nemiche di Israele?
Il problema dei coloni va quindi inserito all’interno di questa realtà. Se un giorno tutta o gran parte della Cisgiordania dovesse passare stabilmente sotto sovranità israeliana, Israele sarebbe inevitabilmente chiamato ad affrontare la questione dello status politico e dei diritti della popolazione araba residente. A quel punto le alternative sarebbero sostanzialmente due: l’integrazione sotto sovranità israeliana, con tutto ciò che ne consegue sul piano dei diritti e della cittadinanza, oppure una soluzione negoziata con una rappresentanza palestinese riconosciuta e credibile, capace di riconoscere il diritto di Israele all’esistenza e di trattare seriamente autodeterminazione, sicurezza, confini e cessione di parti del territorio.
Se invece la Cisgiordania dovesse costituire il nucleo principale di un futuro Stato palestinese, l’espansione continua degli insediamenti israeliani renderebbe progressivamente più complicato stabilire confini territorialmente continui e politicamente sostenibili. Per questo il problema degli insediamenti esiste e non può essere ignorato. Ma pretendere che Israele risolva unilateralmente la questione, senza considerare l’assenza di un interlocutore palestinese unitario, affidabile e capace di garantire gli accordi, significa raccontare soltanto metà della storia.
La questione dei coloni non può quindi essere ridotta allo slogan semplicistico degli “occupanti contro occupati”. È una vicenda molto più complessa, fatta di storia, sicurezza, confini, terrorismo, autodeterminazione, diritti e sovranità. Israele dovrà prima o poi decidere quale futuro vuole dare alla Cisgiordania, ma dall’altra parte dovrà esistere una rappresentanza palestinese capace non soltanto di firmare un accordo, ma anche di riconoscere definitivamente Israele, rispettare quell’accordo e farlo rispettare.
Finché una parte rilevante del fronte palestinese continuerà a essere rappresentata da un’organizzazione armata sostenuta dall’Iran e ostile all’esistenza stessa di Israele, parlare di una soluzione definitiva resterà soprattutto un esercizio di retorica politica.
Piero Terracina

Non approfondiamo, non sappiamo, non conosciamo. Eppure gli strumenti per avere almeno una minima informazione storica esistono: non dico i libri, basterebbe anche consultare la Rete, quella stessa Rete che troppo spesso critichiamo senza utilizzarla davvero. Siamo talmente condizionati dalla propaganda del momento da prendere per verità assoluta ciò che conferma le nostre convinzioni politiche. Poi, quando qualche dubbio comincia a emergere, invece di confrontarci con la complessità dei fatti, finiamo per spostare il discorso sulla persona e accusiamo il singolo politico di turno. Ma la storia recente non si può comprendere senza conoscere quella precedente. E conoscere la storia non significa giustificare tutto ciò che è accaduto, né dare ragione a una parte per principio. Significa semplicemente provare a capire come si è arrivati alla situazione attuale. Per questo trovo utile un testo che ricorda una cosa spesso dimenticata: la questione israeliano-palestinese non nasce ieri e non può essere spiegata attraverso uno slogan. Ci sono la storia del territorio, la nascita di Israele, l’assenza storica di uno Stato palestinese sovrano, le guerre, l’occupazione del 1967, gli insediamenti, le aspirazioni nazionali palestinesi, la sicurezza israeliana, il terrorismo, Hamas, la frammentazione della rappresentanza palestinese e il problema, tuttora irrisolto, dei confini e della sovranità. Conoscere tutto questo non significa assolvere Israele né condannare i palestinesi. Significa rifiutarsi di trasformare una storia complessa in una verità confezionata dalla propaganda del momento. Perché se non conosciamo il passato difficilmente possiamo comprendere davvero il presente. E ancora meno possiamo pretendere di giudicarlo.