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Cinque Stelle e scivolamento della democrazia

Dal predellino del Cavaliere al palco di Grillo

di Massimo De Simoni | 9 Novembre 2016

L’avventura capitolina dei cinque stelle sta evidenziando dei limiti che non possono essere derubricati a semplice frutto di inesperienza e incapacità di tipo gestionale, anche se i due elementi sono indubbiamente entrambi presenti.
L’esperienza romana mette in crisi un modello di governo del territorio che il Movimento immagina di fare senza i partiti o addirittura contro i partiti.

Il problema è che il rimedio rischia di essere peggio del male che si vorrebbe curare; i cinque stelle infatti vanno oltre il rifiuto dei partiti e non vogliono riconoscersi neanche nello schema di divisione più tradizionale dei paesi occidentali tra destra e sinistra (o conservatori e laburisti nello schema anglosassone).
Il rischio di questa impostazione è dato dalla presunzione di poter riassumere all’interno del Movimento tutte le istanze della società, considerando inutile (se non addirittura dannoso) il confronto con altri soggetti portatori di visioni diverse; il Movimento è il tutto e rappresenta il tutto, secondo una logica tipica dei regimi autoritari dove i confronti e le competizioni si svolgono esclusivamente all’interno del perimetro di azione del partito unico di governo; in questo senso è intellettualmente molto più onesta la scelta – anche in termini etimologici – di chiamarsi “partito”, definendo la propria vocazione a rappresentare quella parte di paese (la più ampia possibile, ma comunque una parte!) che condivide un’idea progettuale della società.

Da qui il carattere “impermeabile” del Movimento e l’indisponibilità ad alleanze e collaborazioni con altre forze politiche per governi o amministrazioni; da qui il clima di diffidenza per tutto ciò che si pone come momento di mediazione sociale e politica; da qui l’ostilità per i mezzi di informazione che non si uniformano a questo schema in cui si parla se e quando il “capo” vuole.
A proposito del “capo”; anche su questo siamo in presenza di un’evidente involuzione anche rispetto ad esperienze che già non erano proprio entusiasmanti (per usare un eufemismo) in termini di democrazia interna.

Con il M5 stelle siamo infatti passati dal “partito del predellino” al “partito del palco” con il comune denominatore dell’autoincoronazione, ma con la differenza che nel primo caso il capo si preoccupava di dare una parvenza di collegialità interna attraverso degli organismi di consultazione appositamente costituiti; nel cosiddetto “partito del predellino” il capo doveva necessariamente fare i conti una collegialità di coalizione con le altre forze che nel corso degli anni hanno dato vita al centrodestra come la Lega Nord di Bossi, Alleanza Nazionale di Fini e il CCD di Casini, ciascuno con la propria storia e con la propria soggettività politica.

Nel M5 stelle il leader si autoproclama “capo” non dal predellino, ma dal palco ovvero da una postazione a lui più familiare in cui si muove con agilità e con mestiere; il “capo” non ha (e non vuole!) organismi di consultazione interna, avendo prima delegittimato e poi abolito anche il direttorio-fantoccio; il “capo” non ha (e non vuole!) alcun tipo di coalizione perché ciò significherebbe confronto e collegialità nelle decisioni.

Ma la cosa più inquietante è che il “capo” ha inserito nella lista delle sue gravi intolleranze anche i mezzi di informazione che non si conformano alla linea del Movimento, non disdegnando di lanciare al loro indirizzo (sempre dal palco!) attacchi ed insulti che la piazza declina spesso in modo violento ed aggressivo nei confronti dei giornalisti e degli operatori della comunicazione.
Il pericolo è strettamente connesso al rischio che – come già accaduto nella storia – in una situazione di crisi economica e culturale tutto ciò venga banalizzato e contrabbandato come semplificazione di quei meccanismi democratici che vengono poi raccontati alla piazza come ingombranti e fastidiosi.
Si ridefinisce in questo modo una scala di valori con delle parole d’ordine (onestà, trasparenza, partecipazione) che vengono ostentate (più che applicate) per aggregare consenso popolare, facendo scivolare in secondo piano il valore della democrazia e del confronto.

In questo senso la vicenda capitolina è emblematica di quale fine abbiano fatto la trasparenza e la partecipazione; è stato abolito lo streaming, le decisioni arrivano dalle riunioni di corrente o dagli ambienti della destra romana vicina a Previti e Sammarco e gli stessi consiglieri comunali del Movimento reclamano un maggiore coinvolgimento nelle scelte della Sindaca.

Ciò che sta accadendo a Roma segna inequivocabilmente anche la fine di una presunta e sbandierata “superiorità morale” dei cinque stelle ed evidenzia il doppiopesismo che di volta in volta caratterizza le loro valutazioni sui comportamenti degli altri.
Al riguardo è esemplare l’affermazione di Luigi Di Maio al Direttorio del 21 dicembre 2015: “Non sono a favore della presunzione di innocenza per i politici; se uno è indagato deve lasciare, lo chiedono gli elettori”.

Ovviamente non parlava della Muraro! E (altrettanto ovviamente) non vale oggi per la Muraro!
Ma la vicenda romana segna anche uno spostamento a destra del Movimento e dei suoi equilibri interni.
Questa è la chiave di lettura per comprendere la robustezza di rapporti che hanno resistito anche ai forti imbarazzi registrati nei primi quattro mesi; basti pensare alla caparbietà con la quale la Sindaca ha voluto e difeso Raffaele Marra (già stretto collaboratore di Alemanno e della Polverini) o alla fiducia riposta nella Muraro nonostante il suo conflitto d’interessi, la sua posizione di indagata e la riabilitazione operata a favore di Cerroni; per non parlare dei rapporti che la Sindaca ha con Giuseppe Rojo, un imprenditore legato a Franco Panzironi e Riccardo Mancini (rispettivamente Presidente AMA e Amministratore Ente Eur nel periodo di Giunta Alemanno).

Una sommaria analisi della rete di relazioni e rapporti sui quali si poggia la Sindaca aiutano a comprendere meglio la pubblica dichiarazione di voto che al ballottaggio Alemanno fece a favore proprio di Virginia Raggi; una dichiarazione di voto che ad oggi si è rivelata un investimento ben ricambiato dalla prima cittadina.

Massimo De Simoni

Pubblicato in : #Pensalibero24Tag: AMA, anni, Beooe Grllo, bossi, casini, Cinque Stelle, consenso, consultazione, conti, crisi, crisi economica, democrazia, fini, governo, informazione, lega, lega nord, Luigi Di Mario, movimento, Muraro, riccardo, roma, roma capitale, Virginia Raggi

Info Massimo De Simoni

Giornalista, ha all’attivo esperienze di amministratore sia in società private che nel X Municipio di Roma Capitale. E’ presidente di Associazione Etica.

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