
I dati che emergono dall’analisi sono ragionevolmente incontestabili: l’attuale sistema “a ripartizione” è proiettato verso il default; termine che, in economia, indica lo status d’incapacità patrimoniale di un debitore (nel caso di specie, lo Stato) di soddisfare le proprie obbligazioni (nel caso di specie, le prestazioni pensionistiche). Occorrerebbe pertanto un radicale cambio di sistema, ovvero l’auspicato passaggio, sia pure in forme graduali, a un modello di sistema “a capitalizzazione”.
Purtroppo, la situazione allarmante – verificata già ai tempi del governo Amato nel 1992 – non ha prodotto in quasi ormai venticinque anni gli esiti, allora rappresentati, oggi dovuti. Infatti, la situazione di allora – nonostante le modifiche legislative introdotte e per ultime quelle della legge-Fornero n. 214/2011 – è, dal punto di vista dei conti di bilancio, senz’altro peggiore; a tal punto che l’opzione di sistema a capitalizzazione appare oggi imprescindibile. L’unica alternativa, s’intende di sistema, concerne infatti soltanto tempi e modalità d’introduzione di specifici elementi di capitalizzazione che presentino piuttosto un maggiore grado di “simmetria” in ordine al sistema vigente.
Un esempio, che valga più di tutti, l’introduzione di disposizioni, innanzitutto fiscali, che agevolino la già prevista, a livello normativo, adesione a “forme pensionistiche complementari” private, quali fondi pensione o piani individuali pensionistici (PIP). Altrettanto certi, però, che – come efficacemente evocato da Pineira – occorra comunque uno sforzo collettivo maggiore: Gli italiani sono ora come i passeggeri del transatlantico SS Titanic, puntano direttamente e inevitabilmente contro un enorme iceberg demografico. La transizione verso l’SS Chile è ovviamente difficile e complessa, ma passaggi simili sono stati fatti e sono sicuro che possano essere fatti anche in un grande paese come l’Italia.
Angelo Giubileo

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