
di Roberto Italia*
Il 20 giugno 2023 la Commissione europea e l’Alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza presentavano la Strategia europea per la sicurezza economica, la prima nella storia del blocco comunitario. Il documento seguiva di poche settimane l’inserimento del termine “economic security” nel comunicato finale del G7 giapponese di Hiroshima. Da allora, la Commissione ha aggiornato il suo approccio il 3 dicembre scorso, mentre il contesto internazionale è continuato a mutare rapidamente: cambi di governo in tutti i Paesi del G7 tranne uno, elezioni altamente polarizzanti, crescenti tensioni commerciali tra le tre maggiori economie mondiali e conflitti armati in snodi chiave delle rotte marittime internazionali. Il tema si è fatto, però, sempre più pressante, tanto da essere al centro dell’agenda dell’imminente vertice del G7 francese di Évian.
Le ragioni di questa attenzione da parte dei maggiori Paesi europei vanno individuate nel rapporto economico sempre più sbilanciato tra l’UE e la Cina. Questo ha rappresentato il fattore numero uno alla base dell’elaborazione della Strategia e delle azioni di de-risking da parte di Bruxelles, anche sulla scia delle misure adottate dall’amministrazione Biden nei confronti di Pechino. Inoltre, l’ascesa industriale e tecnologica del Paese asiatico è stata anche tra i maggiori inneschi delle riflessioni sul futuro del Mercato unico e della competitività dell’UE contenute nei rapporti Letta e Draghi.
È dunque proprio dalla gestione efficace e comunitaria della relazione commerciale e di investimento con la Cina che passa la sicurezza economica e di riflesso la stabilità economica dell’UE. A tre anni di distanza da quel 20 giugno 2023, Bruxelles e i Ventisette si chiedono con un certo nervosismo se l’approccio nei confronti della grande potenza guidata da Xi Jinping non abbia bisogno di un notevole cambio di passo. Intanto, si intensificano le tensioni politiche – Pechino avrebbe annullato improvvisamente due importanti incontri diplomatici con l’UE previsti per questo mese – e aleggia lo spettro di una guerra commerciale tra la seconda e la terza economia al mondo.
Il contesto: il ruolo della Cina nel commercio mondiale
Per capire l’evoluzione del rapporto tra l’UE e la Cina, bisogna partire dalla posizione commerciale del gigante asiatico a livello globale. Guardando al solo interscambio di beni, su cui ci si focalizzerà nelle prossime righe, nel 2025 la Cina si è confermata come prima forza esportatrice al mondo, con un “tesoretto” da 3.772 miliardi di dollari. A colpire l’attenzione è stata sicuramente la cifra record del surplus annuo, pari a ben 1.189 miliardi di dollari. Tale espansione si è verificata nonostante un calo del 20% rispetto al 2024 delle esportazioni verso gli USA, a causa di un confronto economico caratterizzato da dazi doganali e controlli all’export a tratti da vero e proprio embargo reciproco. Infatti, da una parte, le imprese cinesi hanno dimostrato di saper reindirizzare/dirottare le proprie spedizioni verso mercati alternativi, come quello ASEAN e UE. Dall’altra, le importazioni nazionali sono rimaste ferme, confermando la loro stagnazione nel periodo post-COVID. Inoltre, lo scorso anno la Cina ha registrato un surplus delle partite correnti pari al 3,7% del PIL nazionale; si tratta di un valore ben lontano dal picco del 9,8% nel 2007, ma è pur sempre il livello più elevato dal 2010 e la sua reale entità potrebbe essere sottovalutata. Le stesse stime e proiezioni a 5 anni del Fondo monetario internazionale sul surplus delle partite correnti si sono rivelate al ribasso.

I primi cinque mesi del 2026 hanno visto al momento un aumento a doppia cifra su base annua sia dell’export (+15,5%) che dell’import (+24,5%). Il quadro è evidentemente influenzato da tre importanti novità rispetto al 2025: la tregua commerciale temporanea con l’amministrazione Trump, la crisi di Hormuz e il boom degli investimenti nella filiera dell’intelligenza artificiale (che inevitabilmente poggia sui traffici con i vicini asiatici e condiziona le statistiche sui flussi viste le pressioni al rialzo sui prezzi dei semiconduttori). Tuttavia, il risultato di fondo non cambia: la macchina dell’export cinese sta funzionando a pieno regime e a questo ritmo, a parità di condizioni, il surplus annuo è destinato ad abbattere ancora una volta la soglia dei 1.000 miliardi.
Di fronte a questi numeri enormi, che sono ancora più grandi se si guarda solo ai dati sui flussi della manifattura, da tempo si parla di un nuovo shock cinese. Rispetto al primo “terremoto” avvenuto a grandi linee tra il 2000 e il 2007, la sua versione 2.0 ha caratteristiche diverse: non si caratterizza tanto per la velocità dell’espansione commerciale, quanto per la sua profondità sistemica e per la maggiore esposizione delle economie avanzate.
Primo, a differenza di inizio millennio, l’export e l’import del Paese asiatico non stanno seguendo la stessa robusta traiettoria ascendente. Non si tratta dunque di fare i conti solo con l’accelerazione della manifattura cinese, ma anche con la ricerca dell’autosufficienza interna promossa dal governo Xi.
Secondo, se i tassi di variazione delle esportazioni sono inferiori rispetto ai primi anni Duemila (figli di una rapida apertura economica del Paese al mondo), il ruolo odierno della Cina nel commercio e nell’economia mondiali è diventato pervasivo. Lo scorso anno le esportazioni e le importazioni della Repubblica popolare hanno rappresentato rispettivamente il 14,4% e il 9,7% del totale mondiale.[1] Ciò significa che anche modesti incrementi di quota di mercato da parte della Cina possono avere effetti considerevoli sui modelli di produzione degli altri Paesi. Infatti, durante il primo shock il surplus commerciale nazionale è passato dallo 0,07% del PIL del resto del mondo (escludendo quindi il PIL cinese dal denominatore) nel 2000 allo 0,48% nel 2007; questa variabile è passata, invece, dallo 0,48% nel 2018 all’1,21% nel 2025, una quota che potenze esportatrici come Germania e Giappone non hanno mai toccato al loro apice in passato. Se a questi numeri aggiungiamo la crescente penetrazione geografica del gigante asiatico in ogni area del pianeta, con la sola eccezione degli Stati Uniti, si capisce quanto lo shock di oggi sia di portata globale.
Terzo, l’avanzamento della manifattura cinese in settori a maggiore intensità di capitale e tecnologia, dall’automotive alla chimica e farmaceutica, dai macchinari avanzati alla filiera dell’IA, dalla robotica alle tecnologie verdi, ha intensificato le pressioni sulle economie più avanzate, rendendo i rispettivi panieri dell’export molto più sovrapponibili e quindi contendibili che in passato. Il 15° Piano quinquennale (2026–2030), approvato dall’Assemblea nazionale del popolo lo scorso marzo, ha riconfermato quanto Pechino voglia raddoppiare la posta in gioco nella sua strategia industriale a guida statale.
Quarto, la spinta all’innovazione si mischia con un contesto domestico (preoccupante anche per la stessa autorità centrale cinese) caratterizzato da profondi squilibri tra offerta e domanda, depressione immobiliare, sussidi governativi a cascata, sovraccapacità in alcuni settori e conseguenti guerre intestine di prezzo, che hanno depresso i prezzi all’esportazione negli ultimi tre anni. A ciò si aggiungono le ricorrenti accuse di uno yuan sottovalutato.
Quinto, l’elemento geopolitico e quello geoeconomico sono entrati prepotentemente nelle dinamiche globali, portando a un inasprimento delle tensioni commerciali tra grandi potenze, o presunte tali, e un ricorso più frequente a politiche protezionistiche e industriali di Made in…
UE–Cina: un rapporto sempre più complicato
Non sorprende dunque che Pechino sia sempre più percepita dall’UE, o quantomeno da diversi Stati membri, come un rivale sistemico e una minaccia per l’industria europea. La capacità del Paese asiatico di produrre a basso costo, innovare, esportare e persino “militarizzare” alcune catene di approvvigionamento, in particolare attraverso il controllo di numerose materie prime critiche, ha ripercussioni nel mercato cinese, negli altri mercati di destinazione del Made in the EU e nello stesso Vecchio continente. Le difficoltà della Germania sono il caso emblematico dell’impatto sistemico di queste pressioni.
La Commissione europea ha definito “non sostenibile” l’attuale stato delle relazioni bilaterali commerciali e di investimento. Come si vede nelle figure di sotto, la pandemia ha rappresentato una cesura.
Anche qui il saldo nel commercio di beni tra UE e Cina, decisamente a favore della seconda – nel 2025 nessuno Stato membro ha registrato un segno più – alimenta le tensioni. Infatti, nel mondo di oggi grandi squilibri commerciali diventano terreno fertile per la proliferazione di rischi per la resilienza di determinate catene di approvvigionamento e di rischi di pratiche di coercizione economica. Tutti pericoli che hanno implicazioni di sicurezza e di stabilità politica.
Qualora corresse ai ritmi del primo trimestre 2026 (circa 98 miliardi di euro), il saldo annuo negativo dell’UE nei confronti della Cina sprofonderebbe ai livelli record del 2022, quando sfiorò i 400 miliardi. Dietro questo profondo rosso, acuitosi nel periodo post-COVID, c’è il fatto che la Repubblica popolare resta il primo fornitore di merci dell’UE abbondantemente, ma ne è solo il quarto mercato di destinazione, sorpassata l’anno scorso dalla Svizzera. Da un lato, il Mercato unico è diventato un’importante area di consumo per i prodotti ad alto valore aggiunto provenienti dalla Cina, in primis apparecchiature elettriche, elettronica e macchinari ma in misura crescente mezzi di trasporto e prodotti chimici e farmaceutici; dall’altro, per le imprese straniere è sempre più complicato interfacciarsi con le autorità di Pechino e fare attività di business nel Paese asiatico. Guardando alle più ampie partite correnti, l’anno scorso l’UE ha registrato un disavanzo record nei confronti della Cina pari a oltre 214 miliardi.

Quali risposte?
Per l’UE è vitale analizzare le ragioni dietro questa intensificazione dell’asimmetria commerciale e, sulla base di ciò, adottare le contromisure adeguate. Nel fronteggiare il “China shock 2.0”, che di certo non si assorbirà da solo e sta interagendo letalmente con le politiche trumpiane, per Bruxelles e i Ventisette occorre tenere a mente quattro elementi.
Primo, le azioni intraprese dalla Commissione europea nell’ambito della Strategia per la sicurezza economica e alla luce delle riflessioni contenute nei rapporti Letta e Draghi rappresentano una solida base di partenza da consolidare. Dal 2023 a oggi non sono certo mancate le proposte a Bruxelles in ciascuno dei tre pilastri della Strategia, ovvero “promozione”, “protezione” e “partenariati”. Il problema non è stata l’assenza di determinazione della Commissione, bensì la lentezza con cui molte delle iniziative sono state approvate dal Consiglio UE e dal Parlamento europeo e la mancanza di una reale unità di intenti tra tutti, soprattutto tra i maggiori, Stati membri.
Secondo, l’utilizzo più aggressivo e flessibile delle misure di difesa commerciale (anti-dumping, anti-sovvenzione o di salvaguardia) al fine di contrastare le distorsioni cinesi è un passaggio importante, purché si abbia un approccio sì guidato dai fatti ma più comprensivo e meno macchinoso. A fine maggio Francia, Italia, Spagna, Paesi Bassi e Lituania hanno fatto circolare a Bruxelles una lettera con richieste che vanno in questo senso. Allo stesso tempo, gli strumenti già esistenti dovrebbero essere affiancati da meccanismi più incisivi a livello UE, attingendo dal modello USA delle Sezioni e ridando credibilità allo Strumento anti-coercizione, nonché da forme di coordinamento con i membri del G7 e con i partner affini al gruppo, come Corea del Sud e Australia, nel campo della sicurezza economica. D’altronde, la questione degli squilibri dell’economia cinese non ha risvolti solo sull’Europa, ma è di portata globale. Tali sforzi collegiali non solo rafforzerebbero la capacità di deterrenza agli occhi di Pechino, togliendole l’arma del “divide et impera”, ma eviterebbero anche che una risposta aggressiva alla Cina da parte di un Paese (in questo caso gli USA) possa ripercuotersi negativamente sull’economia di un Paese meno attivo.
Terzo, gli strumenti difensivi sopracitati possono soltanto mitigare gli effetti delle pratiche distorsive cinesi e non sostituire una più ampia strategia di rafforzamento della competitività europea. La Commissione ha proposto lo scorso marzo con l’Industrial Accelerator Act (IAA) requisiti di contenuto locale o “equivalente all’origine dell’Unione” in alcuni settori strategici per le procedure di appalto pubblico e per l’erogazione di incentivi pubblici. Sarebbe auspicabile che, di pari passo con tali misure, si rivitalizzasse l’offerta industriale del Vecchio continente attraverso innovazione, semplificazione normativa, sblocco di capitali di rischio e si generasse nuova domanda grazie a una più profonda integrazione del Mercato unico. Il 24 aprile Commissione, Parlamento e Consiglio UE hanno firmato una tabella di marcia congiunta “One Europe, One Market” per rafforzare la competitività dell’UE, con azioni concrete e una chiara scadenza per la fine del 2027. Ormai si perde davvero il conto degli studi che denunciano i costi della frammentazione intra-UE ancora esistente.
Quarto, se i cospicui sussidi governativi fuori controllo elargiti dalla Repubblica popolare sono un dato di fatto, lo è anche il progresso della manifattura cinese. Nel tentativo di difendere e al tempo stesso rafforzare la propria economia, la soluzione dell’UE non può essere l’esclusione dei fornitori cinesi, bensì la loro integrazione nel tessuto produttivo continentale. Non tutte le regole e le condizioni potranno essere definite dall’Unione, ma, stanti le politiche protezionistiche statunitensi, la Cina ha molto da perdere se non accetta un accordo con il secondo mercato di destinazione dei suoi prodotti (alle spalle dell’ASEAN). Da questo punto di vista, i criteri previsti dal proposto IAA per gli investimenti diretti esteri sopra i 100 milioni di euro da parte di società provenienti da Paesi che detengono oltre il 40% della capacità produttiva globale di veicoli elettrici, batterie, energia solare e materie prime critiche – tutti campi in cui la Repubblica popolare è dominante – si muovono nella giusta direzione. Ovviamente il risultato finale del Regolamento IAA è attualmente oggetto di trattative con le altre istituzioni dell’UE.
Ora la palla passa agli Stati membri, la cui cautela si sta esaurendo, anche in Germania. Due appuntamenti chiave per capire dove tira il consenso politico sulla Cina sono dietro l’angolo: il vertice del G7 francese del 15–17 giugno e il Consiglio europeo del 18–19 giugno.
Roberto Italia
*Istituto Ispi

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