
Emiliano Sarti, Laurea in Lettere (indirizzo classico), ha insegnato materie letterarie, latino e greco presso i licei classico e scientifico di Viareggio e Lucca. Ha studiato pianoforte e canto con il M° E. Maggini.
Autore di numerose pubblicazioni legate ai suoi percorsi didattici, incontra Puccini e se innamora. Inizia un percorso di studio e approfondimento che lo porta da un lato a frequentare i teatri italiani, a partire da quello della sua città d’adozione, Lucca, dall’altro a scrivere su Puccini e le sue opere.
Pubblica così IL MIO MISTERO É CHUSO IN ME – Vita e opere di Giacomo Puccini (dreamBOOK edizioni, 2016) che sarà poi tradotto anche in Inglese, PUCCINI AL GIGLIO 1891 – 2024. Le opere di Puccini al teatro di Lucca (dreamBOOK edizioni, 2024), DALLA MIA CASA SON PARTITO. SPIGOLATURE PUCCINIANE INEDITE FRA TORRE DEL LAGO E AMERICA (Tra Le Righe Libri, 2024) in collaborazione con Lisa Domenici.
Questo binomio, appassionato e studioso di Puccini e lucchese di adozione ormai da decenni, ci induce a parlare con lui di questo speciale figlio di Lucca che “tradisce” le generazioni che lo hanno preceduto impegnate prevalentemente alla scrittura e all’esecuzione di musica sacra, per dedicarsi alle opere “, scrive per rafforzare questa sua identità che lo accompagnerà per tutta la sua vita regalandogli infinite gioie ma altrettanti travagli personali ed artistici.
Giacomo Puccini è ormai un mito, le sue opere dei gioielli che i teatri di tutto il mondo si contendono; su di lui sono state scritte tonnellate di pagine eppure alcune (o molte?) cose di lui devono ancora trovare risposte e si fatica ancora a sottrarlo da quei luoghi comuni e da quelle retoriche che lo hanno “imprigionato” in un’immagine lontana dalla realtà.
Intervista
- Come è nato il suo interesse per l’opera?
Proprio con le musiche di Puccini. Da ragazzo ho studiato per dieci anni il pianoforte. Ascoltavo molto la musica sinfonica ma non ho avuto mai l’occasione di ascoltare quella lirica. All’inizio degli anni’70 ci fu in televisione uno sceneggiato sulla vita di Puccini girato da Sandro Bolchi, dove Puccini era interpretato da Alberto Lionello, un famoso attore italiano anche teatrale. Erano cinque puntate durante le quali facevano ascoltare anche alcuni brani delle opere pucciniane. In quel periodo mi è scattato l’interesse per Puccini, soprattutto il Puccini uomo, personaggio, ma poi anche l’artista.
Questo fu il mio primo incontro non solo con l’opera ma anche con Puccini. Lo stesso anno a Torre del Lago vidi la “Boheme” e rimasi “fulminato”. Tornato a casa, passai tutta la notte a rileggere il libretto: la mattina lo sapevo quasi a memoria.
Ovviamente con il passare degli anni ho apprezzato molto anche le altre sue opere. Ora, se dovessi dire qual è la mia preferita, direi la “Fanciulla del West”, ma la “Boheme” lo è stata per molti anni. Poi ascoltando, vedendo e studiando molto “La fanciulla”, questa è passata in testa. Io sono entrato nel mondo dell’opera non tanto attraverso l’opera a teatro quanto attraverso lo sceneggiato televisivo. Da lì mi sono incuriosito e ho cominciato ad approfondire prima il mondo di Puccini e poi anche degli altri compositori.
- Il 25 aprile è stato il centenario della prima di Turandot, l’ultima delle opere di Giacomo Puccini. Cosa ci può dire in merito alla genesi e alla incompiutezza di quest’opera?
Agli inizi del 1920, quasi sicuramente a Milano, Puccini ebbe un incontro con Renato Simoni e Giuseppe Adami, dai quali ebbe la proposta di musicare un soggetto tratto da Gozzi. Puccini lesse Turandot e la sua reazione, come apprendiamo da una lettera a Simoni, fu entusiasta. La composizione incontrò diverse difficoltà, legate a vari problemi: il numero degli atti (il musicista pensò anche a due atti invece dei tre previsti in origine), la figura di Liù, l’introduzione dei tre Ministri (a un certo punto si pensò di eliminarli), il rapporto fra Liù e Turandot, il duetto finale. A proposito di questo, va detto che Puccini ebbe i versi poche settimane prima di partire per Bruxelles e in una lettera ad Adami si dice soddisfatto dei versi, che gli sembrano “veramente belli”. Ma non sono sicuro che, se fosse ritornato da Bruxelles, Puccini non avrebbe fatto rimettere mano al duetto finale. Perché il musicista non abbia completato l’opera e come sarebbe stato il finale, rimane un mistero, uno dei tanti che quest’opera porta con sé. Sono molto interessanti le varie versioni di questa fiaba, a partire da quelle più antiche: Gozzi, cui Puccini e i librettisti si sono ispirati, è solo l’ultimo che tratta questo soggetto.
- Per alcuni critici musicali, la scelta di Puccini di mettere in scena, per la prima volta, una favola è stata dettata dal desiderio di uscire dalla narrazione di fatti legati alla realtà, vista la difficoltà che trovava nel vivere la sua realtà in un secolo con troppe trasformazioni per un “uomo dell’Ottocento” com’era lui. Cosa ne pensa a riguardo?
Credo che il soggetto abbia affascinato Puccini proprio per la sua novità. Certo, è un’opera nuova e diversa se la confrontiamo con le altre del maestro lucchese, ma occorre anche mettere in risalto che alcuni aspetti di quest’opera riprendono e sviluppano elementi già presenti nei lavori precedenti. Ne dico solo alcuni: la grande parte che ha il coro non fa che portare alle estreme conseguenze quanto si nota in altre opere (il finale del I atto di Tosca, il finale del III atto di Manon Lescaut, il II quadro della Bohème, molti passi di Suor Angelica); i tre Ministri sono personaggi nuovi e originali, ma riprendono tratti presenti in altre figure pucciniane; la stessa Turandot ha qualche somiglianza con la Zia Principessa di Suor Angelica; Calaf è un tenore assai lontano dal tipico tenore pucciniano, ma recupera certi aspetti di Cavaradossi e di Johnson. Che Puccini fosse un “uomo dell’Ottocento” non credo; è un uomo pienamente inserito nel momento di passaggio fra i due secoli e di questo momento storico incarna la crisi e tutte le caratteristiche.
- Lei è autore, tra l’altro, di una interessante biografia su Puccini, IL MIO MISTERO È CHIUSO IN ME (dreamBOOK edizioni): cosa emerge dal suo lavoro sulla figura umana del compositore lucchese e cosa dal punto di vista artistico?
Quando ho scritto la biografia pucciniana ho voluto escludere qualsiasi riferimento agli aneddoti e a certe leggende che hanno troppo spesso pesato sulla narrazione della vita di Puccini, impedendo una più corretta comprensione dell’uomo e dell’artista. Ho voluto invece dare voce al Maestro stesso, attraverso le sue numerose lettere. Mi interessava in modo particolare comprendere il lungo travaglio che lo accompagnava durante la composizione delle opere. Dalle lettere appare la statura di un grande intellettuale, al passo con i tempi, curioso di quanto accadeva in campo musicale in Europa. Emergono tratti di Puccini che non si conoscevano e che andranno approfonditi sempre di più.
- Sempre suo, l’eccellente lavoro fatto in occasione del centenario della morte di Puccini, sulle opere rappresentate nel teatro lucchese del Giglio, oggi finalmente del Giglio-Giacomo Puccini, dal 1890 al 2024. Cosa emerge da questo lavoro anche in riferimento al rapporto tra Lucca e Puccini?
Il rapporto fra Puccini e la sua città natale va rivisto e ripensato. Si è sempre creduto che fra Puccini e Lucca i rapporti non fossero buoni, ma questa è un’affermazione che non tiene conto di alcuni dati indiscutibili. Intanto a Lucca Puccini aveva molti amici, con i quali era in frequente contatto. Il Teatro della città era attentissimo alla sua carriera: molte delle opere di Puccini sono state rappresentate al Giglio pochi mesi dopo la prima assoluta, con grande attenzione e curiosità da parte della cittadinanza, come dimostrano i giornali dell’epoca. Il musicista era molto attento alle produzioni nel teatro di Lucca: interveniva nella scelta dei cantanti e partecipava alle prove. Puccini, inoltre, faceva sentire la sua opinione sui problemi della città: basti ricordare la sua presa di posizione, insieme ad altri intellettuali, contro l’apertura di una nuova porta nelle mura cittadine.
- I titoli di quasi tutte le opere di Puccini sono dedicati ad una donna: è stato davvero così importante il suo rapporto con l’universo femminile?
Questo è un tema delicato, perché troppo spesso si è parlato in maniera poco corretta del rapporto di Puccini con l’universo femminile. Lasciando da parte la vecchia e superata interpretazione secondo la quale Puccini riflette in alcuni tratti del suo teatro il rapporto con la madre, il musicista ha dato vita a figure femminili di grande spessore. Questi personaggi non sono deboli, ma hanno la capacità e la forza di imprimere uno sviluppo decisivo allo svolgimento dell’azione. Fra i numerosi esempi che si potrebbero citare, ne ricordo solo due: Tosca e Minnie. In genere si tratta di figure molto forti, coraggiose, pronte a sacrificarsi per amore. Il caso di Tosca è particolarmente significativo, ma anche le donne che sembrano più fragili hanno una forza e una determinazione straordinarie. Una cosa ci tengo a sottolineare, perché troppo spesso riecheggiata: non è assolutamente vero che i personaggi femminili pucciniani siano ispirati a donne della cerchia del musicista. Si tratta di un’idea priva di qualunque appiglio per poter essere dimostrata e totalmente inconsistente.
- Se è vero, in cosa consiste l’attualità di Puccini?
Le opere di Puccini sono tra le più rappresentate al mondo. Ogni anno i teatri del pianeta ne mettono in scena una o più. La cosa è un chiaro segnale della popolarità e dell’amore del pubblico per le opere pucciniane. In cosa consista l’attualità di Puccini me lo sono chiesto tante volte. Io credo che nessuno come Puccini abbia saputo dare voce ai sentimenti umani, ammantandoli di una musica che conquista fin dalle prime note. Nelle opere di Puccini troviamo sentimenti e situazioni comuni, in cui tutti ci possiamo riconoscere; sono eventi della vita quotidiana: i giovani che si innamorano, il padrone di casa che va a riscuotere l’affitto, i minatori che lontano dalla loro terra sono alla ricerca di mezzi di sostentamento, la giovane innamorata che si uccide appena si rende conto che la sua illusione è tramontata, parenti in lotta per un testamento, e così via. La fama e la fortuna di Puccini sono considerevolmente aumentate nel corso degli anni e anche gli studi sulla sua musica e la sua vita hanno fatto notevoli passi avanti. Oggi fanno sorridere le parole di Fausto Torrefranca: “Delle sue musiche… resterà, fra qualche decina d’anni, a pena il ricordo”.
Stefano Mecenate

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