Il ritorno alla socialdemocrazia fuori dalle formule generiche anche nel nome.

Nella vulgata diffusa dai vari tromboni populisti e veicolata dai media, la rivoluzione di Tangentopoli sarebbe fallita perché avrebbe mancato ai suoi obbiettivi. Insomma, si doveva fare i conti con l’eredità della prima repubblica – con il ‘troppo stato, troppi partiti, troppa spesa, troppe istituzioni, troppi parlamentari, troppa politica e, dunque, troppa corruzione’ – e questi conti non sarebbero stati fatti sino in fondo. Un’ interpretazione che rischia di diventare vincente con esiti disastrosi e per la democrazia e per la nazione; soprattutto perché assai debolmente contrastata.
Ora, il modo migliore per contrastarla è quello di offrire una visione diversa, anzi opposta, di ciò che è accaduto in questi anni; alla luce della convinzione che il crollo rovinoso della seconda repubblica non sta nella mancata attuazione dei suoi propositi ma proprio nel carattere errato, anzi perverso, dei suoi fondamenti.
Una “operazione verità” che noi, dico noi socialisti, abbiamo pieno diritto a promuovere. E questo proprio perché della pseudo rivoluzione di Tangentopoli siamo stati doppiamente vittime. Lo siamo stati in quanto partito e in quanto persone, certo, ma, ed è ciò che più conta, come punto di riferimento di una cultura politica che, in Italia come in Europa, era ed è rimasta parte essenziale del patrimonio della sinistra nel suo insieme. Parlo, naturalmente, della cultura della “socialdemocrazia reale” così come si è andata costruendo nel corso di decenni; una cultura che puntava all’alleanza tra democrazia e capitalismo, basata sul ruolo dello stato e della iniziativa pubblica, su di una strategia economica di tipo keynesiano e, infine, sulla valorizzazione delle regole e dei controlli e, più in generale, del ruolo delle istituzioni democratiche.
Ciò posto, i promotori e soprattutto i fruitori politici di Tangentopoli contestavano certamente la classe politica di governo in nome della “gente”e della “società civile” e, in tale ottica, la loro azione poteva ritenersi politicamente neutra nell’ambito del confronto destra-sinistra. Ma intendevano anche, come ricordavamo all’inizio, liquidare, sempre in nome della sullodata “società civile”, le finalità e le istituzioni oggettivamente socialdemocratiche su cui era stata costruita la nostra repubblica e, in tale ottica, la loro azione era soggettivamente e oggettivamente di destra.
Logica, allora, la vittoria di Berlusconi, con l’emergere di una maggioranza, insieme, liberista e populista (all’insegna dell’“ognuno faccia quello che vuole e tutto andrà per il meglio”), e di una opposizione, compattata sull’antiberlusconismo perché poco sicura delle sue ragioni rispetto a quelle della destra. Così da promuovere politiche, come forza di governo, politiche di deregulation e di liquidazione della presenza pubblica, magari perché convinta che il capitalismo italiano, liberato da controlli e da vincoli, fosse in grado di garantire al meglio la crescita del paese.
E, dunque, il socialismo italiano, come cultura politica è stato la vittima e del berlusconismo e del revisionismo subalterno del Pd, ma al prezzo di una rovina che, nel corso di questi venti anni, ha travolto l’intero paese.
Oggi, il sistema berlusconiano è alla frutta. Anzi, alla liquidazione politica e senza speranze di ripresa. Può, certo, riconvertirsi come partito d’ordine, ma al prezzo di gettare a mare il Cavaliere e i suoi sodali (ex fascisti, leghisti e mantenuti vari). Può, tipo Repubblica sociale, tornare alle sue origini populiste, ma in questa prospettiva Grillo è infinitamente più credibile. Può infine, questo sì, “buttarla in caciara”, così da coinvolgere nel disastro tutti gli altri: dal governo Monti alla stessa sinistra, ma in questo ha bisogno della nostra collaborazione.
E qui il discorso investe fatalmente Bersani e, per quello che ci riguarda, la dirigenza socialista. Il primo fa benissimo a mantenere la calma nella consapevolezza che, comunque vadano le cose, la vittoria di uno schieramento a guida Pd è sostanzialmente scontata. Però non deve trasformare la giusta serenità in colpevole pigrizia. Perché si trova irresistibilmente confrontato, in Italia e in Europa, con una richiesta assai forte- più giustizia sociale, più centralità dell’occupazione, più democrazia – che ha oggettivamente come suo referente la parola “socialismo” e le forze che lo rappresentano. E, se vuole la Cosa, deve volere anche la Parola.
La rivincita della cultura socialista deve, infine, rappresentare l’occasione per coloro che al socialismo hanno continuato a richiamarsi nel corso di tutti questi anni. E cioè per noi. Non ci si chiede poi molto. Basterà, in questa fase, porre le nostre forze a servizio di questa prospettiva e cioè della nuova grande alleanza socialista, in Italia e in Europa. Rinunciando, tanto per cominciare, alla formula della “casa dei riformisti”che ha il triplice difetto: di non definire la nostra identità, di collocarci in una sorta di terra di nessuno e, infine, di appartenere ad un “politichese” comprensibile solo per gli addetti ai lavori.

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