
Me l’hanno sbattuto in faccia l’altra sera, durante una di quelle cene dove tutti sanno tutto sul Medio Oriente senza aver mai aperto un libro di storia. «Sionista». Con quel tono. Quel misto di disprezzo progressista e superiorità morale che caratterizza chi crede di stare dalla parte giusta semplicemente perché ripete slogan sentiti in piazza. Ho annuito. Perché dovrei vergognarmene?
Il sionismo – prima che diventasse questa parola-insulto da agitare nei cortei universitari, stampata su striscioni sgrammaticati – era un’idea. Un’idea semplice, quasi banale nella sua evidenza: un popolo disperso, perseguitato per duemila anni in ogni angolo d’Europa, aveva diritto a un luogo dove non essere ammazzato periodicamente. Niente di particolarmente rivoluzionario. Theodor Herzl non era un fanatico religioso: era un giornalista viennese, assimilato, colto, che guardava l’affare Dreyfus dalla tribuna stampa e capiva una cosa elementare. Che l’illuminismo, i salotti progressisti, la belle époque non significavano un cazzo quando serviva un capro espiatorio.
Il sionismo nasce laico, socialista, utopistico. I kibbutz non erano avamposti coloniali ma comuni agricole dove intellettuali di Varsavia e Odessa cercavano di costruire un uomo nuovo lavorando la terra. Un paradosso straordinario: l’ebreo – stereotipato per secoli come banchiere, usuraio, parassita urbano – che diventa contadino, pioniere, costruttore. Tutto quello che i nazionalisti europei dicevano impossibile.
Oggi il termine viene sputato con la stessa disinvoltura con cui si ordina uno spritz. Sionista uguale colonialista, razzista, genocida. Una semplificazione perfetta per chi preferisce il tweet all’analisi geopolitica. Ma l’idea originaria – che gli ebrei meritassero di non dipendere dalla benevolenza sempre revocabile degli altri, di non dover negoziare la propria sopravvivenza con i pogrom russi o le leggi razziali italiane – resta difficile da confutare. Specialmente quando le stesse persone che urlano “mai più” ti spiegano pazientemente perché, in fondo, Israele non dovrebbe esistere.
Non sto difendendo ogni governo Netanyahu, ogni settlement, ogni operazione militare a Gaza. Sto difendendo il diritto di un popolo a esistere senza chiedere permesso a chi lo ha sterminato per venti secoli. Il sionismo era questo: la fine della diaspora come condanna eterna, la rivendicazione della normalità. Una nazione come le altre, con i suoi difetti, le sue contraddizioni, i suoi crimini. Normale, finalmente normale. Non il popolo eletto, non i martiri eterni. Solo una nazione che difende i propri interessi come fanno tutte le altre, senza doversi scusare di esistere.
Me lo sbattono in faccia come insulto. Lo raccolgo come un complimento. ADULATORI.
Nico Kir

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