
Nel 1979 l’amministrazione israeliana dei territori concesse lo status di associazione
riconosciuta al Mujamma al-Islami, il Centro Islamico che uno sceicco paralitico di nome
Ahmed Yassin aveva fondato a Gaza sei anni prima: moschee, ambulatori, asili,
doposcuola. Due anni dopo il governatore militare della Striscia, Yitzhak Segev, spiegava al
New York Times che il governo gli assegnava un bilancio e che il governo militare finanziava
le moschee. Il nemico di allora era l’OLP di Arafat, laico e nazionalista, e agli islamisti veniva
riconosciuta la qualità di essere innocui e concorrenti. Otto anni dopo, nel dicembre 1987,
quando scoppiò la prima Intifada, da quella rete nacque Hamas. Nessuno a Tel Aviv ha
inventato Hamas, e chi lo sostiene racconta una favola comoda. Ma per anni lo si è lasciato
crescere come utile divisore, con le autorizzazioni prima e, molto più tardi, con le valigie di
contante qatariote fatte passare da Erez con il consenso del governo israeliano. Nel 2019
Netanyahu lo spiegò ai suoi deputati senza giri di parole: chi vuole impedire uno Stato
palestinese deve tenere Gaza separata da Ramallah, e quindi deve tenere in piedi Hamas. Il
7 ottobre 2023 è la fattura di quella strategia, recapitata al mittente.
Di Hamas si discute da tre anni senza averla mai definita. La Carta del 1988 è un
documento pubblico, e andrebbe letta invece che citata di seconda mano. Dichiara la
Palestina intera dotazione inalienabile fino al Giudizio, il che chiude il negoziato per via
teologica prima che politica. Stabilisce che le iniziative di pace contraddicono i principi del
movimento. Cita l’hadith secondo cui l’Ora non verrà finché le pietre non diranno: c’è un
ebreo dietro di me, vieni a ucciderlo. E all’articolo 22 attribuisce agli ebrei il controllo della
finanza, della stampa mondiale, della Rivoluzione francese e di quella bolscevica, citando i
Protocolli dei Savi di Sion. Non è critica del sionismo. È la teoria del complotto ebraico nella
sua forma europea ottocentesca, arrivata nel mondo arabo con le traduzioni degli anni
Trenta. Nel 2017 Hamas ha pubblicato un documento più presentabile, che accetta i confini
del 1967 come formula di consenso nazionale senza riconoscere Israele. La Carta non è
mai stata abrogata.
Poi c’è quello che ha fatto. Gli autobus del 1996, che contribuirono a far perdere Peres e a
far eleggere Netanyahu la prima volta. La Seconda Intifada, la pizzeria Sbarro a
Gerusalemme, il Park Hotel di Netanya durante la cena di Pesach. La vittoria elettorale del
gennaio 2006, unica e mai più ripetuta. E il giugno 2007, quando prese Gaza con le armi
buttando gli uomini di Fatah dai tetti. Da allora nessuna elezione. Chi a Gaza aveva diciotto
anni nel 2006 oggi ne ha trentotto: la maggioranza dei gazawi non ha mai votato in vita sua.
Chi definisce fascista questo movimento viene accusato di islamofobia, chi lo nega di
complicità. Nessuna delle due accuse è un argomento. La verità è che l’analogia regge per
metà, e la metà buona è quella morfologica. Hamas non è un partito con un braccio armato,
è una milizia che si è dotata di un partito: la stessa forma dello squadrismo che diventa PNF.
Ha eliminato fisicamente il pluralismo e poi non ha più permesso il voto. Ha costruito il
consenso col welfare condizionato all’appartenenza, che è la tecnica del dopolavoro. Coltiva
il culto del martire come il fascismo coltivava quello del caduto, con il manifesto in strada e la
piazza intitolata. E fonda tutto su un mito di rigenerazione attraverso la violenza. Roger
Griffin definisce il fascismo ultranazionalismo palingenetico: sostituisci nazione con comunità
dei credenti e la struttura combacia.
Si rompe altrove, e va detto. Il fascismo divinizza lo Stato, Hamas lo subordina alla legge
divina. Il fascismo nasce in una potenza sovrana che si crede umiliata, Hamas dentro una
popolazione occupata e senza esercito: il che non assolve nulla, ma spiega perché una
sceglie i carri armati e l’altra le cinture esplosive. E non c’è nessun capo. Hamas è
governata da un consiglio che elegge, e che nel luglio scorso ha eletto Khalil al-Hayya
contro Khaled Meshaal per un voto, trentasei a trentacinque. Oligarchia armata, non
dittatura carismatica. Diciamo così: non è fascismo, è un totalitarismo religioso che al
fascismo somiglia parecchio. Chi rifiuta il paragone in blocco quasi mai sta difendendo la
precisione storiografica.
Poi c’è l’equivoco che riguarda noi, e che è più grave. Una parte della sinistra italiana ha
messo Hamas nella casella della resistenza anticoloniale, accanto al FLN algerino e al
Vietcong. È un errore di catalogazione con conseguenze. Il comunismo è universalista,
materialista, ateo, ragiona per classi e vuole abolire la proprietà. Hamas è particolarista,
fondata su una rivelazione, non ha alcuna analisi di classe, non tocca la proprietà privata né
il ceto mercantile di Gaza, e governa con la carità e il clientelismo, che servono a
stabilizzare la gerarchia sociale, non a rovesciarla. Ma soprattutto: islamisti e comunisti si
sono ammazzati per mezzo secolo in tutto il mondo musulmano. I Fratelli Musulmani contro i
nasseriani, la Repubblica islamica che liquida il Tudeh dopo il 1979, migliaia di militanti di
sinistra giustiziati. La corrente marxista palestinese esiste e ha un nome, FPLP, e si chiama
Habash, Kanafani, Leila Khaled. È la corrente che Hamas ha ridotto all’irrilevanza. La
bandiera che oggi si sventola nei cortei appartiene al movimento che ha distrutto i compagni
palestinesi di chi la sventola.
Da qui discende l’equazione più velenosa dell’intero dibattito, che curiosamente sostengono
entrambe le parti con la stessa convinzione. La destra dice: i palestinesi hanno votato
Hamas, quindi sono responsabili, quindi sono bersaglio. Il massimalismo di sinistra dice:
Hamas è la resistenza, la resistenza è il popolo, quindi criticarla è tradire il popolo. È la
stessa frase con il segno cambiato. Il movimento nazionale palestinese precede Hamas di
mezzo secolo, dalla rivolta del 1936 a Fatah nel 1959 all’OLP nel 1964, si è costruito laico e
nazionalista, ha la sua letteratura e il suo cinema, e Hamas ci è arrivata tardi, nella finestra
aperta dal fallimento del panarabismo, dalla corruzione di Fatah e dal collasso di Oslo. I
sondaggi del centro palestinese di Ramallah, che lavora da trent’anni, mostrano un
consenso oscillante, mai stabilmente maggioritario, e più basso a Gaza che in Cisgiordania,
perché a Gaza Hamas la conoscono da vicino. Nel marzo 2025 migliaia di gazawi sono
scesi in piazza contro Hamas e sono stati dispersi a bastonate, con alcuni oppositori uccisi e
restituiti alle famiglie. Chi sostiene che quel movimento incarni il popolo deve spiegare
perché il popolo viene picchiato.
L’equazione serve a una sola cosa, rendere legittimo il bersaglio civile, e funziona identica
nell’altro senso. Il 7 ottobre a Be’eri, a Nir Oz, al festival Nova c’erano elettori di sinistra,
attivisti per la pace, gente che portava in macchina i malati palestinesi negli ospedali
israeliani. Vivian Silver, Oded Lifshitz. Chi è entrato quella mattina non ha sbagliato
bersaglio: il bersaglio era la categoria.
Ed è per questo che continuo a usare per il 7 ottobre una parola che rifiuto per la guerra.
Genocidio non è un superlativo di massacro. È una definizione del 1948, e il suo criterio non
è il numero dei morti ma l’intenzione di distruggere un gruppo in quanto tale. A Srebrenica
furono uccisi ottomila uomini in pochi giorni e i tribunali hanno detto genocidio; l’intera guerra
bosniaca, con centomila morti, non è stata qualificata così. Chi argomenta contando i
cadaveri sta usando una categoria che in diritto non esiste. Il 7 ottobre non ha avuto un
obiettivo militare. Non fu un bombardamento, in cui i civili muoiono come conseguenza: fu
l’ingresso casa per casa, con il tempo di scegliere e la possibilità concreta di non uccidere,
esercitata poche volte. Neonati e ottantenni. Violenze sessuali, per cui Pramila Patten, che
all’ONU si occupa di violenza sessuale nei conflitti, ha trovato ragionevoli motivi di ritenerle
avvenute in più luoghi. Le riprese fatte dagli aggressori e caricate sui profili Facebook delle
vittime, perché le famiglie vedessero. E un’intenzione che non va nemmeno dedotta, perché
è scritta dal 1988 in un documento fondativo e ripetuta in televisione da Ghazi Hamad il 24
ottobre 2023: lo rifaremo una seconda, una terza, una quarta volta. Quella mattina è stata
distrutta la parte di gruppo che era materialmente raggiungibile in una giornata, e chi si è
fermato l’ha fatto perché è arrivato l’esercito, non perché aveva finito.
Vale la pena dire che questa lettura è più severa di quella degli organi che se ne occupano:
la commissione d’inchiesta dell’ONU ha qualificato il 7 ottobre come crimini di guerra e
crimini contro l’umanità, sterminio compreso, e la Corte penale internazionale ha emesso il
mandato per Mohammed Deif, poi revocato quando ne fu confermata la morte, senza
contestare il genocidio.
Sulla guerra dico l’opposto, e so che davanti alle immagini di Gaza suona osceno. Oltre
settantamila morti in tre anni secondo il ministero della Sanità della Striscia, in gran parte
donne e bambini, una cifra che diverse ricerche indipendenti considerano per difetto. Il
patrimonio edilizio distrutto, la sanità smantellata, la carestia certificata nell’estate del 2025,
due milioni di sfollati. Crimini di guerra su scala storica, crimini contro l’umanità, con ogni
probabilità l’uso della fame come metodo di guerra, che è il capo d’accusa per cui la Corte
penale internazionale ha emesso mandato contro Netanyahu e Gallant nel novembre 2024.
Ma l’intenzione ha una struttura diversa. Quando va dedotta dalla condotta, la
giurisprudenza dell’Aia richiede che sia l’unica spiegazione ragionevole, e la distruzione di
Gaza resta compatibile con una dottrina militare che schiaccia una popolazione per piegarla,
il che è criminale senza essere genocidario. Chi vuole annientare un gruppo non tratta per
riavere indietro i propri, non firma tregue, non scambia prigionieri, non ordina a chi vuole
eliminare di spostarsi a sud. E dentro Israele vivono due milioni di cittadini palestinesi che
votano e siedono in parlamento.
L’obiezione a tutto questo esiste, è forte, e chi la nasconde scrive propaganda. Nel
settembre 2025 la commissione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite ha concluso
che Israele è responsabile di genocidio a Gaza, e lo ha ribadito nel giugno scorso in un
rapporto sui bambini. Amnesty International era arrivata alla stessa conclusione nel
dicembre 2024, l’associazione internazionale degli studiosi di genocidio nel 2025. Omer
Bartov, israeliano, storico dell’Olocausto, nel novembre 2023 aveva escluso la parola e nel
2025 ha cambiato pubblicamente posizione. E c’è il linguaggio, che in diritto pesa: Gallant
che il 9 ottobre 2023 annuncia l’assedio totale parlando di animali umani, Netanyahu che il
28 ottobre evoca Amalek, che nel testo biblico è l’ordine di sterminio integrale, Herzog che
dichiara responsabile un’intera nazione. Non sono uscite di estremisti marginali, sono
dichiarazioni di chi comanda l’esercito, e sono state citate all’Aia. Quanto alle tregue,
l’accusa risponde che sono arrivate sotto pressione americana e sono state violate in
continuazione, con centinaia di palestinesi uccisi dall’ottobre 2025 a oggi lungo la linea
gialla, e che affamare una popolazione intera corrisponde alla lettera della Convenzione
senza bisogno di inferenze. Non ho una confutazione che chiuda la partita. Ho una
preferenza per lo standard più alto e la consapevolezza che a decidere sarà una corte,
verso il 2027 o il 2028, quando quasi nessuno guarderà.
Su una cosa invece non concedo niente, e riguarda i nazisti. L’analogia è falsa nella
struttura. Lo sterminio degli ebrei europei non serviva a vincere la guerra, la ostacolava: treni
sottratti al fronte orientale nel 1944 per un’operazione senza alcun vantaggio militare. Non
esisteva comportamento che un ebreo potesse tenere per essere risparmiato, non c’erano
ostaggi da scambiare perché non c’era nulla da ottenere, non c’era un negoziato possibile.
Non c’era un conflitto, perché una delle due parti non era una parte: nessun esercito, nessun
territorio, nessun 7 ottobre. E c’era un apparato industriale costruito apposta, la rampa, le
camere, la contabilità del saccheggio. Sotto il nazismo gli ebrei d’Europa passarono da nove
milioni a poco più di tre in sei anni; la popolazione palestinese è cresciuta in ogni decennio
dal 1948. Questo non rende innocente nulla, rende falsa quella comparazione. E la sua
funzione non è descrittiva: serve ad azzerare in un colpo il capitale morale che discende
dalla Shoah trasformando i discendenti delle vittime in carnefici, cioè a rendere di nuovo
dicibile ciò che dal 1945 non lo era. Va rifiutata insieme al suo gemello, l’Amalek e il Muftì di
Gerusalemme evocati ogni volta che si parla di Gaza. La Shoah non è un argomento, è un
fatto, e si presta malissimo a fare da premessa a qualunque sillogismo politico.
Un’ultima immagine, che vale più di molti editoriali. Fauda in arabo caos, è la parola che
l’unità grida via radio quando salta la copertura. L’hanno creata due uomini che nel
Duvdevan hanno fatto davvero gli infiltrati travestiti da arabi: Lior Raz, che interpreta il
protagonista, e Avi Issacharoff, poi diventato corrispondente per gli affari arabi. Cinque
stagioni, girate in ebraico e arabo, con attori palestinesi nei ruoli palestinesi. Per cinque
stagioni ha parlato prima di tutto agli israeliani, raccontando quanto costa il mestiere che li
protegge, e ha dato agli antagonisti palestinesi famiglie, dubbi, amori, ragioni, più di quanto
la televisione israeliana avesse mai fatto. È stata guardata moltissimo anche a Ramallah, al
Cairo, nel Golfo, spesso dagli stessi che la denunciano come propaganda.
La quinta è arrivata su Netflix l’8 settembre, undici episodi, ed è la prima scritta dopo il 7
ottobre. Raz e Issacharoff avevano già una sceneggiatura pronta e l’hanno buttata: avevano
scartato mesi prima, perché poco realistica, l’ipotesi di un assalto di Hamas a un
insediamento del sud con presa di ostaggi. Quella mattina erano tra i volontari che
evacuavano i feriti. Il grosso della stagione è ambientato due anni dopo, con Doron dentro
un disturbo post-traumatico e una vendetta privata che lo trascina fino a Marsiglia; due
episodi tornano indietro e mostrano il 7 ottobre, e la tv israeliana li ha mandati in onda
avvisando il pubblico che poteva saltarli. Il tema dichiarato è il 5ha’r la vendetta di sangue.
Ed è qui che la serie smette di essere solo una serie. La quinta stagione ha di fatto
abbandonato il tentativo di far empatizzare con i palestinesi, che era la cosa per cui Fauda
veniva lodata. Della guerra di Gaza non c’è niente: non un’immagine, non una riga, come se
nei due anni che separano il prologo dal presente della trama non fosse successo nulla a
sud. È la grammatica di sempre, portata all’estremo. Il punto di vista è dell’unità, la suspense
è organizzata attorno alla sopravvivenza degli israeliani, e l’occupazione non è il soggetto: è
l’ambiente, il terreno su cui si cammina, non qualcosa che qualcuno ha deciso.
È esattamente quello che succede al nostro discorso pubblico. Quando Hamas diventa il
popolo palestinese, quando il popolo palestinese diventa Hamas, quando Israele diventa il
Terzo Reich e il 7 ottobre diventa un episodio, una scelta politica si trasforma in paesaggio,
e le domande smettono di potersi porre. Quello che resta, tolte le bandiere dalle parole, è
più scomodo di entrambe le tifoserie: un popolo che ha diritto a uno Stato ed è governato da
chi glielo impedisce, uno Stato che ha diritto a esistere e si è difeso commettendo crimini
che lo perseguiteranno per una generazione, e un pubblico occidentale che ha scelto la
squadra prima di leggere le carte e adesso scambia la fedeltà per una posizione morale.
Nico Kir

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