
La mattina accendo la Tv. C’è sempre qualcuno che parla di Giorgia Meloni come Mussolini reincarnato. Canfora che non si stanca mai di tirarla fuori come clava. Montanari che agita le mani e racconta la catastrofe incombente, come se fosse l’ultimo profeta prima del diluvio. Gramellini che scrive i suoi raccontini moralistici, zuccherati, rassicuranti: sempre la stessa favola, “il fascismo è tornato”. Giannini che finge serietà e sforna sentenze, più che analisi. Serra che sospira come un nonno stanco, Saviano che trasforma ogni frase in accusa eterna, Lerner che confeziona prediche, Santoro risorto per urlare Resistenza. Conte che un giorno denuncia i poteri forti, il giorno dopo ammicca, senza mai avere il coraggio di dire davvero da che parte stare. Travaglio e il Fatto Quotidiano con il loro classico leit motiv: la vignetta quotidiana con la Meloni come caricatura del Duce, Meloni che marcia da sola in un’Italia che non marcia più, all’ “Aria che tira” la lettura del Vangelo secondo Parenzo. È un teatrino di provincia, con attori sempre più stanchi, che recitano a memoria un copione che non si ascolta più .
Scendo in strada e vedo i manifesti strappati, i titoli dei giornali nelle edicole. Sempre le stesse parole: regime, deriva autoritaria, censura. Eppure, intorno, la gente parla di bollette, di affitti, di figli che non trovano lavoro, di autobus che non passano.
È come se ci fossero due Italie: una che vive e una che recita.
L’Italia dei salotti, delle firme illustri, degli editoriali indignati, e l’Italia che si alza la mattina presto e non ha tempo di leggere le prediche e vive di Temptation Island.
E qui sta il rammarico: il fascismo non c’è, ma la parola “fascismo” è diventata l’ultima ancora di salvezza di una sinistra che non ha più parole sue. Non costruisce più nulla, non sogna più nulla. Un tempo parlava di fabbriche, di case popolari, di salari, di diritti. Oggi l’unico verbo è accusare. Non convince, maledice. Non propone, scomunica. È una sinistra che non vive più, ma sopravvive: stanca, autoreferenziale, incapace di guardare oltre lo specchio. E così muore. Non di colpo, non tra applausi o fischi, ma lentamente, ridicolmente, come una lampadina che si spegne tremolando.
E Meloni, ironia della sorte, non deve neppure impegnarsi. Basta che stia ferma. Più la accusano di essere fascista, più appare normale. Più la dipingono come Mussolini, più lei sembra moderata. Va a Bruxelles, stringe mani, sorride, e intanto i suoi detrattori la ritraggono come un mostro. È un contrasto grottesco che la rafforza. La gente non la ama, ma si stanca di chi la odia. E il silenzio diventa consenso.
La scena è questa: l’opposizione che urla nel vuoto e un Paese che cambia canale. È come guardare un vecchio docente prossimo alla pensione che recita la stessa lezione a un’aula vuota, convinto che i ragazzi siano ancora lì, mentre in realtà se ne sono andati da un pezzo. La sinistra italiana muore così: parlando a se stessa, ignorando il resto.
E mentre qui ci perdiamo in questa commedia stanca, il mondo brucia davvero.
A Gaza le parole sono diventate macerie. Genocidio, apartheid, resistenza: le stesse tre parole usate come slogan, fino a svuotarle di senso. Il mondo accusa Israele perché è più facile: perché dire “genocidio” è comodo, perché paragonare Tel Aviv a un regime è lo stesso riflesso pavloviano con cui qui si paragona Meloni a Mussolini. Ma la realtà è diversa. A Gaza c’è un nemico che non vuole pace, che usa i bambini come scudi, che nasconde missili negli ospedali. Israele combatte per sopravvivere, e il mondo finge di non vedere.
E allora mi viene da pensare che c’è un filo che lega Roma a Gaza: la morte del linguaggio. Qui la sinistra muore perché non sa più dire altro che “fascismo”. Lì il dibattito muore perché non sa dire altro che “genocidio”. Qui le parole annoiano, lì le parole uccidono. In entrambi i casi, la verità è cancellata.
Cammino e penso che non servono dittature per segnare la decadenza. Basta la pigrizia, basta l’odio di mestiere, basta il rumore. In Italia la sinistra si è scavata la fossa da sola, mentre a Gaza il mondo applaude alle menzogne e volta le spalle a Israele. Due storie diverse, unite dallo stesso veleno: un linguaggio che ha smesso di servire gli uomini e serve solo se stesso.
Nico Kir

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