La mensa “ SOVIETICA” a fianco della centrale nucleare è il nostro punto di sosta. Il reattore numero 4 è lì, coperto da un sarcofago di metallo, appare come un capannone innocuo, un involucro, o un coperchio per i biscotti. Meglio: potrebbe essere un vulcano spento ormai da millenni. Lo sguardo scivola via da non più di duecento metri dal gigante che un giorno, non per fatalità, ma per imperizia ideologica e ambizione, si tramutò in un inferno apocalittico. E’ l’ora, e intendiamo andare a desinare dopo la lunga visita di Pripyat. Quattro cani randagi sono distesi davanti all’entrata della mensa, satolli del cibo ricevuto dai tecnici e dagli operai che lavorano attorno ai reattori della centrale ancora attive. Fanno turni di quindici giorni, vivendo nella vicina e antica cittadina di Chernobyl. La mensa: potrebbe diventare in futuro un altro luogo tipico per turisti; ci sono già i tovaglioli di carta con scritto in inglese “ Sto mangiando a Chernobyl” . Il pasto è compreso nel costo della visita e non è molto differente da quello di un tempo. Alla mensa, una mensa classica, dopo aver passato lo scrupoloso controllo biometrico, scelgo una minestra di verdura, proprio come la squisita solanka, poi due polpette alla Chernobyl, con contorno di “ maccheroni” scotti e in bianco, con un po’ di umido delle polpette distribuito sopra a dovere. Una insalata di cavolo cappuccio e barbabietole rosse, pane, un bicchiere di rinfrescante usvar, fatta dal succo di mele e pere disseccate. Ai tempi d’oro, erano concessi venti minuti per consumare il pasto. Oggi non c’è tutta questa fretta. Usciamo senza caffè! Ma che cosa importa, vogliamo vedere il reattore ancora una volta, fare delle foto ricordo. Accanto a noi, la guida ci fa notare che un quinto ed un sesto rattore erano in costruzione prima del disastro nucleare, mentre questo si spengerà nel 2026, quando l’uranio sarà esaurito. Oggi non incute paura. Lo guardi e rifletti ancora: è domato, dorme sconfitto, imbavagliato. Lasciamo così la centrale girandogli quasi attorno fino al fiume Pripyat con davanti a noi un altro pulmino pieno di turisti americani. Si racconta che le radiazioni hanno trasformato i pesci in enormi “ balene” . Dal ponte ferrato dove passava il treno, non appare così. Gettiamo il resto del pane portato via dalla mensa ai pesci che immediatamente lo inghiottito, voraci. Il cielo è leggermente velato, le fronde della foresta di betulle e dei fioriti alberi d’ acacia, lo accarezzano. Lasciamo la centrale seguendola con lo sguardo fin quando è possibile. Migliaia di uomini, in quei giorni del 1986, impegnati nei soccorsi, non conoscevano il pericolo e loro destino. Dopo quella notte del 26 aprile, morirono in quel disastro, per le conseguenze della radio attività. Ci immaginiamo la diaspora, la fuga e la disperazione. Gli animali domestici furo uccisi tutti. Cani, gatti, animali da cortile, mucche, vitelli. Colonne di autobus, auto private, treni, sfollavano la giovane popolazione di allora. La città di Pripyat moriva, davanti ad eroi poco consapevoli del drago che stavano affrontando, svegliato irresponsabilmente. Doveva essere un cielo avvelenato, quello, che trasportava via la nube radioattiva verso nord Est. Le colonne dei mezzi viaggiavano verso sud, ormai pregne di radioattività che trasportavano per tutta l’Ucraina: Kyiv, Poltava, Dinipro, Kharkiv, Mariupol, Odessa. Lascavano una triste eredità dove passavano. Colonne d’auto inzuppate della terra radioattiva, che come fiori recisi veniva distribuita per tutte le strade del paese. Quante persone si ammalarono ? Difficile dare un dato scientifico. Ma ora ci avviciniamo col nostro pulmino ad un altro luogo di questa rappresentazione del dramma; un proscenio valido da raccontare per la prossima occasione.
Enrico Martelloni

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