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Giugno 1940 – Maggio 1945: cinque anni sotto le bombe e guerra civile

La sconfitta, la resa, la guerra civile e il disastro seguente non furono frutto di un complotto pluto-giudaico-massonico ordito da cospiratori interni in combutta con Poteri Forti esteri ma fatale conseguenza del calcolo errato di chi aveva voluto l’ingresso in guerra e ne scontò infine le tragiche conseguenze.

di Aldo A. Mola | 17 Giugno 2019

GIUGNO 1940: IL NORD-OVEST SOTTO LE BOMBE

L’anniversario è passato sotto silenzio. Invece agli smemorati per opportunismo e a quanti  forse neppure lo sanno va ricordato che il 10 giugno 1940 il capo del governo, Benito Mussolini, comunicò dal balcone di Palazzo Venezia che l’Italia aveva dichiarato guerra alla Francia e alla Gran Bretagna. Chiamate a raccolta in tutte le piazze, le folle plaudirono. Al duce che domandava “Volete burro o cannoni?” gli italioti rispondevano: “Cannoni”. Dimenticare e ignorare fa male. Ricordare no. Può aiutare a non sbagliare un’altra volta, a non mettersi invano contro chi è più forte.

“Ex uno disce omnia…”. La tragica sorte dell’Italia sotto i bombardamenti angloamericani non iniziò con quello su Roma del 19 luglio 1943, considerato apocalittico perché tutti credevano che la Città Eterna fosse al sicuro grazie all’inviolabilità della Città del Vaticano e alla sacralità universale dei suoi monumenti. La catastrofe cominciò all’una e 35 minuti del 12 giugno 1940. Alcuni Whitleys britannici decollati dallo Yorkshire e dalle isole normanne con volo per i tempi ardito giunsero a bombardare Torino. Rovine, 11 morti e panico. Il 17 giugno aerei francesi partiti da Salon de Provence per colpire la stazione ferroviaria di Cuneo, militarmente irrilevante, la sbagliarono di mezzo chilometro. Quindici bombe caddero nei pressi della “Chiesa Nuova”. Non esplosero. Furono esposte in bella mostra per provare che il nemico era innocuo. L’indomani un altro bombardamento francese mancò clamorosamente l’aeroporto di Levaldigi, suo obiettivo.

E L’AERONAUTICA ITALIANA?

L’armistizio italo-francese di Villa Olgiata (24 giugno) era ormai imminente. Francia e Italia non volevano farsi troppo male. L’avanzata degli italiani si arrestò a Mentone. Ne scrisse sapidamente Italo Calvino, studiato da Luca Fucini.

Chi sapeva leggere i fatti constatò che nessun aereo italiano tentò di bombardare la Francia. Meno ancora la “perfida Albione”. La difesa antiaerea si era rivelata incapace di intercettare il nemico. Infine l’UNPA (Unione nazionale protezione antiaerea) era ancora lontanissima dal prendere corpo. Roma scommise sulla “guerra lampo”. Poiché tutto ha un costo, in specie l’allestimento dei rifugi blindati (pubblici, collettivi e singoli: tutti molto al di sotto dello stretto indispensabile) e la messa in sicurezza di stabilimenti industriali, centrali elettriche e monumenti di speciale rilievo, si sperò che la guerra finisse prima di cominciare. Nella generalità del Paese, del resto, quel giugno 1940 passò senza speciale patema d’animo, come documentano giornali e trasmissioni radio del tempo. I fortunati che già non erano in vacanza progettavano dove andarci. Eppure dall’agosto dell’anno precedente l’Europa era in guerra, a lungo stagnante,  ma alternativamente violentissima e micidiale.

LA SECONDA ONDATA: TORINO DICEMBRE 1942

L’armistizio non chiuse affatto il conflitto. L’aviazione inglese continuò a colpire duramente l’Italia, senza sorvolare la Francia, parte occupata dalla Germania, parte sotto controllo del Maresciallo Pétain, non alleato di Berlino ma neppure in guerra contro Londra. Lo scenario mutò drasticamente nel dicembre 1941 con l’intervento degli Stati Uniti d’America contro il Giappone e a fianco della Gran Bretagna. Dopo l’operazione Torch (cioè lo sbarco in Marocco e Algeria, quando ormai le forze italo-germaniche in Africa erano pressoché sgominate), Piemonte e  Lombardia tornarono bersaglio precipuo, perché erano il fulcro della produzione industriale e quindi retroterra della difesa. Ogni dubbio fu spazzato la notte dell’8 dicembre 1942. Dopo numerosi attacchi e allarmi, Torino subì uno spaventoso bombardamento “a tappeto” da parte della britannica RAF, che colpì soprattutto stabilimenti industriali ed edifici civili. Causò oltre 200 morti, altrettanti feriti e danni gravissimi ai maggiori impianti produttivi, a cominciare dalla sede della Fiat al Lingotto. Il comando inglese elogiò l’impresa come la più efficace dell’intero anno.

L’intento terroristico era chiaro: evidenziare l’inferiorità della difesa italiana, suscitare il panico nella popolazione, spingerla a sfollare nei centri minori con enormi disagi quotidiani, mettere a soqquadro la rete di distribuzione dell’energia elettrica proprio alle soglie dell’inverno e dei rifornimenti dei generi di prima necessità. In un Paese ove i consumi già erano razionati il malcontento presto sarebbe dilagato e si sarebbe tradotto nella richiesta popolare di pane e pace, come si vide con gli scioperi del marzo 1943, che presero in contropiede non solo Mussolini ma anche i partiti antifascisti, comunisti inclusi, che cercarono di cavalcare l’onda ma ne non furono affatto i motori.

LA MISSIONE POLITICA DI ENRICO CUCCIA A LISBONA:

Nel maggio dello stesso 1942 Enrico Cuccia, genero del potentissimo Alberto Beneduce (antico massone, presidente dell’Istituto per la Ricostruzione Industriale e demiurgo della Banca d’Italia e della grande finanza dall’inizio degli Anni Trenta), nel corso di una missione a Lisbona per motivi connessi al suo ruolo di alto dirigente della Banca Commerciale Italiana, tramite il diplomatico statunitense George Kennan fu latore di un messaggio riservato di due esponenti del neonato Partito d’azione, Ugo La Malfa e Adolfo Tino, per Carlo Sforza, già ministro degli Esteri nel V governo Giolitti (1920-1921), senatore del regno d’Italia, Collare della Santissima Annunziata (e quindi “cugino del re”), mai dimissionario da alcun titolo e rango né “radiato” o privato di quelli conferitigli. Il Partito d’azione informò che voleva rovesciare il regime fascista e la monarchia: non il sovrano in carica, Vittorio Emanuele III, Inviso anche per le leggi razziali del 1938, ma l’istituto monarchico stesso, vivaio di governi reazionari. Il primo dei “Sette punti” elaborati e concordati nel luglio 1942 dai suoi fondatori recita: “La prolungata abdicazione degli istituti monarchici – corresponsabili con il fascismo della rovina del paese – legittima la inderogabile esigenza di un regime repubblicano…”. Sforza, come la Mazzini Society di New York, i massoni Randolfo Pacciardi e Alberto Tarchiani, Gaetano Salvemini e molti esuli italiani oltre Atlantico e in Inghilterra accolsero con entusiasmo quel pronunciamento. La monarchia era stata  sempre bersaglio di comunisti e socialisti, uniti nel patto di unità d’azione. Ma i partiti di estrema sinistra non incontravano soverchie simpatie a Londra e nessuna negli USA. Il PdA, invece, si proponeva ed appariva quale partito della borghesia operosa, riformatrice, “occidentale”. Esso lasciava intravvedere il rinnovamento ab imis dell’Italia senza condizionamenti né da parte dei cattolici (notoriamente sospettosi nei confronti degli USA, che ancora non riconoscevano la Santa Sede quale Stato) né dei “liberali”, che, poi asserì Benedetto Croce, consideravano i fascisti una temporanea “invasione degli Hyksos”, dopo la quale sarebbe tornata la pax interna, incardinata sull’Istituzione che “aveva fatto l’Italia”. I suoi tormenti sono ora passati in rassegna da Eugenio De Rienzo in Benedetto Croce. Gli anni dello scontento, 1943-1948 (Ed. Rubbettino).

Venne ripetutamente insinuato, ma non è mai stato provato, che tramite la missione di Cuccia a Lisbona o altri canali e in altri momenti il PdA in quanto tale abbia anche sollecitato gli anglo-americani a colpire l’Italia dal cielo per metterla definitivamente in ginocchio, aprire la crisi del regime fascista e clerico-monarchico e determinare l’avvento di un governo capace di guidare la ricostruzione morale e materiale del Paese, col sostegno (o tutela, o dominio) dei vincitori, senza i quali  “minoranze illuminate” con modesto seguito elettorale non avrebbero potuto o possibile fronteggiare il futuro.

In realtà Roosevelt e Churchill non avevano bisogno di suggerimenti da parte di nessuno su quando, come e dove colpire l’Italia, per squassarla e costringerla alla resa. Per di più il PdA voleva la nazionalizzazione dei “grandi complessi finanziari, industriali e assicurativi e in genere di quante imprese hanno carattere di monopolio e rilevante interesse collettivo”: obiettivo che avrebbe intralciato la sottomissione del potere reale di un Paese destinato alla sconfitta militare e al declassamento politico da grande potenza a “provincia dell’impero”. Sapevano invece di poter contare su uomini che avevano fiancheggiato Mussolini sino a guerra inoltrata ma ora se ne dissociavano. Era il caso di Pietro Badoglio. Duca di Addis Abeba, ormai sicuro che l’Asse non avrebbe vinto la guerra, questi non era più “fedele a Casa  reale” e voleva “al momento giusto, prendere il potere e costituire un governo militare”.

LA TERZA RISOLUTIVA ONDATA E L’ “INFORMAZIONE”

Il colpo di Stato del 25 luglio 1943, la sostituzione di Mussolini con Badoglio e l’accelerazione delle trattative del nuovo governo per ottenere la “resa senza condizioni” e così salvare la monarchia quale garante della continuità dello Stato e dell’esecuzione dei diktat dei vincitori, furono scanditi dalla raffica più violenta di bombardamenti aerei sulle maggiori città dell’Italia settentrionale. Badoglio esortò gli esponenti dei partiti antifascisti a capire che l’Italia era tra la dura incudine dell’occupazione germanica strisciante e il pesante martello dell’aviazione anglo-americana. Con il grosso delle forze armate disseminate all’estero (Grecia, Balcani, Provenza…) o in corso di riorganizzazione (i reduci dal fronte russo) essa non era in grado né di contrattaccare né di difendersi. Dopo l’annuncio dell’armistizio, diramato nelle note drammatiche circostanze, e l’ordine impartito all’Aviazione militare di trasferirsi nei campi assegnati, gli anglo-americani mirarono a ottenere il massimo di informazioni sulla rete difensiva e produttiva della nascente Repubblica sociale e dei tedeschi nell’Italia centro-settentrionale. Allo scopo utilizzarono tutti i referenti a contatto con il SOE britannico e l’OSS statunitense, le due reti in serrata competizione.

Contrariamente a quanto da molti asserito, gli anglo-americani e i rispettivi “servizi” uti singuli poco si fidarono delle formazioni partigiane di matrice esplicitamente partitica, in specie dei “garibaldini” i cui commissari politici erano l’avanguardia dell’Unione  Sovietica. Se l’Italia (anche grazie all’armistizio) era sicuramente assegnata all’“Occidente”, la costituzione di un forte partito comunista di massa (come poi propugnato e avviato con la “svolta partecipazionistica” di Palmiro Togliatti al suo rientro in Italia nel marzo-aprile 1944) sarebbe stata comunque una pericolosa spina nel fianco del nuovo regime. Gli anglo-americani privilegiarono invece rapporti con le formazioni “autonome” sia monarchiche sia di non dichiarato orientamento sulla questione istituzionale ma capitanate da militari. In quel panorama il Partito d’azione e le formazioni “Giustizia e Libertà” figurarono come il meno sta nel più. Ai “partigiani” gli anglo-americani chiedevano ragguagli precisi per interventi altrettanto mirati. Ogni loro missione di collegamento, come ogni intervento dal cielo richiedevano lunga preparazione e comportavano un costo elevato di mezzi e l’impiego di uomini di alta professionalità, talvolta senza ritorno. Gli accordi del dicembre 1944 tra gli anglo-americani e il Comitato nazionale di Liberazione Alta Italia, mediati dal governo presieduto da Ivanoe Bonomi, resero ancora più chiaro il “patto” tra Alleati e guerra partigiana. Contro l’ingente finanziamento del Corpo Volontari della Libertà comandato da un generale di comprovata competenza quale Raffaele Cadorna (che ebbe per “vice” l’azionista Ferruccio Parri e il comunista Luigi Longo), ai partigiani fu chiesta la massima collaborazione secondo direttive analitiche, più volte ribadite.

Lo sbarco americano in Provenza (15 agosto 1944), l’arresto dell’avanzata anglo-americana sulla linea gotica (“proclama Alexander”, novembre 1944), il repentino tracollo delle “repubbliche partigiane” (clamorosi i fallimenti di quelle dell’Ossola e di Alba), il “rientro” nelle città di tanta parte di giovani (propiziato dall’“amnistia” del 28 ottobre 1944) e la pianurizzazione o trasferimento dalle alte valli a meno inospitali zone collinari di ormai esigui reparti partigiani accentuarono l’importanza strategica e tattica delle incursioni aeree anglo-americane, sia per aviolanci di armi, danaro e provviste, sia per bombardamenti di presidi militari nemici e soprattutto delle infrastrutture (in specie la rete ferroviaria, i convogli in transito, i magazzini…).

In tale ambito il concorso delle formazioni partigiane non venne organizzato sulla base della loro matrice ideologico-partitica ma sul piano dell’efficienza. In Piemonte, per esempio, svolse ruolo eminente il “Servizio X” incardinato nella III Divisione autonoma “Alpi” (o “R”, cioè Ricostruzione), allestito da un antifascista di lungo corso quale l’ancor giovane avvocato Giocondo (Dino) Giacosa e da Aldo Sacchetti, un ufficiale rientrato in Italia con la IV Armata,  poi autore di Un romano tra i ribelli.

QUANDO GLI ALLEATI RIFIUTARONO DI BOMBARDARE CUNEO

Nei primi mesi del 1945 i bombardamenti aumentarono in frequenza, volume di ordigni sganciati e numero di vittime causate. Sarebbe però errato ritenere che abbiano centrato bersagli militarmente rilevanti. Per esempio, malgrado numerosi tentativi, il Viadotto Littorio di Cuneo (monumentale ponte ferrostradale sulla Stura, ideato in età giolittiana) non fu mai colpito. Il 28 agosto 1944 fu centrato l’Ospizio dei cronici (22 vittime tra ricoverati e suore) anziché una caserma.

In un caso abbiamo la certezza documentata della sollecitazione di un attacco aereo da parte di un autorevole militante del PdA, il geometra Ettore Cosa, comandante della V Zona del Cuneese, designato sindaco del capoluogo provinciale. Il 27 aprile reparti di “Giustizia e Libertà” attraversarono a guado la Stura e si attestarono alla periferia della città. I tedeschi tennero libere le strade principali per consentire la ritirata in assetto di guerra della XXXIV Divisione dal crinale liguro-piemontese verso la destinazione assegnata nel corso delle trattative a Caserta tra germanici e anglo-americani. Gli scampati di una piccola Squadra di Azione Partigiana (SAP), mandata allo sbaraglio, dopo aver subito perdite gravissime bussarono alla porta della questura, per chiedere alla polizia di unirsi a loro per “prendere la prefettura”. Il vicecommissario Pietro Benigni rispose lapidario: “Io sono un commissario di Pubblica Sicurezza della RSI e non posso arrendermi a voi. Se arrivano le truppe americane mi arrendo a loro. Se arrivano i tedeschi vi  consegno a loro”.

Per spezzare la resistenza avversaria Rosa chiese allora al tenente Paolo Buffa (in realtà Paul Barton, ufficiale di collegamento della Special Force), da tempo operante come responsabile della Missione Siamang I, di chiedere via radio agli aerei alleati di stanza a Nizza di bombardare Cuneo per sloggiarne tedeschi e “repubblichini”. Il 27 aprile Barton inviò il messaggio n. 196. “Nizza” rispose che il cielo era nuvoloso. Non era il caso di rischiare aerei e uomini in una guerra ormai finita. In quel teatro l’avversario sarebbe caduto “per manovra”. Gli americani picchiarono duro invece nel Veneto, causandovi rovine e vittime, in linea con il bombardamento anglo-americano “pedagogico” su Dresda del 26 aprile 1945.

GUERRA ETICA?

Nel marzo 2001 l’antico agente S-2 Carlton M. Smith rilasciò un’ampia dichiarazione sulle missioni compiute: “Eravamo in guerra… Non si poteva ignorare che morivano anche i civili… Personalmente non ho mai avuto problemi morali… Esiste forse qualche differenza fra morire durante un bombardamento o a causa della bomba atomica?” Etica e guerra erano e sarebbero rimaste inconciliabili.

La documentazione prova  che la sconfitta, la resa, la guerra civile e il disastro seguente non furono frutto di un complotto pluto-giudaico-massonico ordito da cospiratori interni in combutta con Poteri Forti esteri ma fatale conseguenza del calcolo errato di chi aveva voluto l’ingresso in guerra e ne scontò infine le tragiche conseguenze.

Aldo A. Mola

Pubblicato in : EditorialeTag: anni, anniversario, annuncio, benedetto croce, benito mussolini, capo del governo, comandante, costituzione, crisi, danni, declassamento, di pietro, dichiarato, estero, europa, fa male, fascismo, forze armate, francia, futuro, gaetano salvemini, germania, giornali, giovani, governo

Info Aldo A. Mola

Nato a Cuneo nel 1943, Aldo Alessandro Mola è stato preside in alcuni licei dal 1977 al 1998. Nel 1980 riceve la medaglia d’oro di benemerito della scuola, della cultura e dell’arte. Docente di storia contemporanea all’Università degli Studi di Milano, è, dal 1986 direttore del Centro per la storia della Massoneria, e, dal 1992, contitolare della cattedra “Pierre-Théodore Verhaegen” dell’Université libre de Bruxelles.
È direttore del Centro Europeo Giovanni Giolitti, presidente del comitato cuneese dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, dell’Associazione di studi sul saluzzese e del Centro studi e ricerche “Urbano Rattazzi” di Alessandria. Interessante anche il suo ultimo saggio, Mussolini a pieni voti? Da Facta al Duce. Inediti sulla crisi del 1922, da cui si scopre che la «marcia su Roma» dei fascisti in realtà non sarebbe mai avvenuta.
Editorialista del quotidiano Il Giornale del Piemonte e coordinatore editoriale de Il Parlamento italiano 1861-1992, Mola ha organizzato numerosi convegni di studi, specialmente per il Ministero della Difesa (Garibaldi, generale della libertà nel 1982, e la serie Forze Armate e Guerra di Liberazione). Direttore di collane di storia per vari editori, è, dal 1967, autore di saggi. Nel 2004 riceve il Premio alla Cultura dalla Presidenza del Consiglio dei ministri.
Monarchico, è presidente di quella Consulta dei Senatori del Regno che sostiene Amedeo di Savoia-Aosta nella disputa sulla successione, e da anni sollecita il rientro in Italia delle salme dei sovrani Vittorio Emanuele III, che è tumulata ad Alessandria d’Egitto nella Cattedrale di Santa Caterina, della moglie Elena, sepolta a Montpellier, e di Umberto II e Maria José, seppelliti ad Altacomba, in Alta Savoia.

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