
Charlie Kirk è morto in Utah durante un evento pubblico. Fine brusca di una vita passata a trasformare i campus in luoghi di confronto, le aule in ring dialettici, i podcast in casse di risonanza. Non era l’intellettuale in controluce: era piuttosto un capocoro. Frasi precise, idee chiare, conoscenza dei temi e grande onestà intellettuale; l’ho sentito più volte discutere sul tema mediorientale. Con Trump l’intesa è stata immediata: Donald pretende volume, Kirk sapeva alzarlo senza sforzo.
Va però ammesso che la regia ha un nome e un cognome. Il clima esasperato che oggi attraversa l’America non spunta dal terreno come un fungo dopo la pioggia. Trump l’ha costruito, alimentato, normalizzato. Ha premiato i megafoni e squalificato il dubbio, ha trattato l’avversario come un nemico, ha trasformato la politica in spettacolo permanente. Se ogni giorno dici che è guerra, la gente inizia a comportarsi come se lo fosse davvero. Le parole, quando diventano benzina, non chiedono permesso alla scintilla.
Mettere in piedi un movimento come quello di Kirk è difficile: servono organizzazione, soldi, talento nel reclutare e nel far marciare in fila. Ma in quel Paese la storia insegna che chiunque può entrare in un supermercato, acquistare un fucile di precisione al prezzo scontato di 85 $, caricarlo e puntarlo verso la persona sbagliata. Quando l’aria si satura di “noi” contro “loro”, la distanza tra l’impulso e il disastro si fa minima. Il gesto passa in un attimo dal pensiero al mondo. Il risultato è che un trentunenne che credeva in se stesso e poteva continuare a dare il proprio apporto critico alla politica americana è stato eliminato da qualcuno che presumibilmente non sa neanche perché l’ha fatto, forse per un sentimento di antipatia per traslazione.
La morte di Kirk resta una ferita. La violenza è violenza, senza additivi nobili. E il conto politico ricade su chi ha scelto di esasperare, di gonfiare ogni scontro fino a farlo esplodere. Se davvero si vuole abbassare la temperatura, bisogna cambiare musica: meno ruggiti, più responsabilità da chi tiene il microfono e, passatemela, una mira più efficiente. La democrazia non è uno stadio. O si torna a guidare con le mani salde, o prima o poi si finisce contro il guard rail del reale.
Piero Terracina

Lascia un commento