Flessibilità, innovazione, competizione, nuovo welfare. Secondo tutte le analisi più accreditate a livello internazionale dovranno essere questi i punti di riferimento per l’azione del governo che scaturirà dalle elezioni del prossimo 9 aprile. In effetti in Italia ci sono alcuni nodi strutturali che vengono da lontano e devono essere risolti. I principali sono il debito pubblico che incide sul disavanzo, gli squilibri del sistema di protezione sociale che assegna troppo alla vecchiaia e poco alla disoccupazione e all’esclusione, le mancate privatizzazioni e liberalizzazioni, l’eccessivo tasso di burocrazia e di statalismo. A fronte di questi problemi la ricetta che propone il centro sinistra è assolutamente carente quando non del tutto assente. La prima inadeguatezza dell’Unione è quindi sul piano programmatico. Prendiamo il caso di due leggi fatte dal centro destra e che sono state, in questi ultimi anni, al centro di contestazioni a non finire: legge Biagi e legge Moratti. Due provvedimenti che vanno proprio nella direzione auspicata dagli organismi internazionali. Commentatori non prevenuti, anche nell’area del centro sinistra, ultimo caso il prof. Ichino sui temi del diritto del lavoro, sostengono la tesi che da queste leggi bisogna ripartire non per cancellarle o stravolgerle, come hanno chiesto infinite manifestazioni di piazza, ma per migliorarle, sempre però nella direzione della flessibilità, dell’innovazione e così via. Non importa ora essere dei politologi per capire che non è questa l’idea prevalente nel centro sinistra. Nei fatti, oggi, questa parte politica privilegia lo status quo. Concetti come mercato, libertà, modernizzazione sono estranei a quella gran parte degli italiani che trovano nei partiti dell’Unione i loro naturali referenti. Prevalgono lo statalismo, la sicurezza, l’assistenzialismo. Molti si sono abituati ai loro privilegi e non vogliono certo rinunciarvi. Nei fatti, non certo nelle frasi calibrate al millimetro che vengono scritte nei programmi elettorali, le cose stanno così. Un eventuale governo Prodi farebbe perdere all’Italia anni preziosi e vanificherebbe il poco di buono, in questa ottica, che è stato fatto dal governo Berlusconi. In stretta correlazione con questo tipo di argomentazione c’è poi l’estrema eterogeneità dell’ Alleanza unionista. Andare da Mastella a Caruso, il leader no-global che sarà candidato da Rifondazione è veramente troppo. E non è certo un caso se Caruso non si è peritato a dichiarare che il movimento estremista palestinese di Hamas è meglio dell’Udeur di Mastella. Se le diversità di posizioni dell’Unione sono abbastanza facilmente mascherabili per quello che riguarda la politica interna, una parola in più, una virgola in meno danno la possibilità di dare interpretazioni diverse ai documenti programmatici, sul piano della politica estera diventa impossibile conciliare idee tanto opposte. Gli esempi vengono dalla legislatura passata. Senza il voto determinante del centro destra non sarebbero passate scelte importanti per l’Italia sul piano della politica internazionale, valga per tutti l’intervento dell’Alleanza Atlantica nell’ex Jugoslavia. La stessa cosa avverrebbe domani con l’aggravante che l’occidente, al di là delle interpretazioni che si possono dare del fenomeno, si trova oggi di fronte alla minacce del terrorismo internazionale. Sarà un giudizio forse leggermente drastico ma non è molto lontano dal vero. La scelta da fare il 9 aprile, per le conseguenze che possono derivare al Paese, ha stessa valenza politica di quella del 18 aprile del ‘48
Centro stinistra: la debolezza del programma
Se le diversità di posizioni dell’Unione sono abbastanza facilmente mascherabili per quello che riguarda la politica interna, sul piano della politica estera diventa impossibile conciliare idee tanto opposte. Concetti come mercato, libertà, modernizzazione sono estranei a quella gran parte degli italiani che trovano nei partiti dell’Unione i loro naturali referenti. Prevalgono lo statalismo, la sicurezza, l’assistenzialismo.

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