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Cavalieri Rosa+Croce per un’Europa di pace

Il loro mito vive nei secoli e alimenta speranze, ispira energie e persino sacrifici, in nome di un Progetto. Esso “fa storia”.

di Aldo A. Mola | 14 Maggio 2018

Sono passati oltre settant’anni da quando, l’8 maggio 1945, finì in Europa il secondo conflitto mondiale. Spossato dalla nuova terribile “guerra dei trent’anni”, iniziata nel  1914, il Vecchio Continente era diviso. E diviso, tra tensioni diplomatiche e militari, esso rimane. L’illusione dell’unione nella pace e nel diritto delle genti venne sommersa nei gorghi della guerra fredda. Ancor oggi troppi sentono una distanza incolmabile tra l’Occidente e Bucarest, Sofia, Mosca e San Pietroburgo, quasi quelle terre non fossero anch’esse Europa. Vuol dire che, oggi più che mai, v’è bisogno di Rosa+Croce, uomini capaci di visione superiore e di dedizione a ideali gnostici anziché egoistici. I Rosa+Croce hanno una storia esaltante e lugubre. Chi furono, chi sono, chi potrebbero essere? Secondo Massimo Introvigne, storico e sociologo rigoroso delle Nuove Religioni, non sono mai esistiti e quindi sarebbe inutile parlarne. Però il loro mito vive nei secoli e alimenta speranze, ispira energie e persino sacrifici, in nome di un Progetto. Esso “fa storia”. È uno dei tanti fiumi carsici che scorrono lungo i millenni e di quando in quando affiorano, esattamente come le idee di libertà, giustizia, fratellanza…, altrettante utopie smentite quotidianamente dalla cruda realtà dei fatti e nondimeno irrinunciabili.

Il primo “manifesto” a stampa dei Rosa+Croce comparve a Kassel nel 1614, quattro anni dopo l’assassinio di Enrico IV di Borbone, ultimo promotore di una crociata, ucciso da Ravaillac, un cattolico fanatico. La “Fama Fraternitatis Rosae Crucis” narrò le origini remote di Christian Rosenkreuz, palesemente fantasiose e storicamente inattendibili, un insieme di simboli e di riferimenti alchemici, veterotestamentari e neopagani. L’anno successivo uscì la “Confessio Fraternitatis”, un libretto ancora più arcano. Nel 1616, infine, il loro probabile autore, il teologo luterano Johannes Valentinus Andreae pubblicò “Le nozze chimiche di Christian Rosekreuz”.

I circoli politici e culturali dell’Europa centrale entrarono in fibrillazione. Da quasi un secolo il Vecchio Continente era squassato dalle guerre di religione, un susseguirsi di atrocità, roghi, devastazioni. Per frenare gli orrori e separare i conflitti propriamente teologici (o “spirituali”) da quelli temporali, dal 1552 la Pace di Augusta aveva stabilito  che i sudditi dovevano professare la fede del loro principe (cujus regio, ejus et religio), una tolleranza ambigua e comunque a beneficio solo di cattolici e riformati. Ne rimasero esclusi gli evangelici, antichi e recenti (come i seguaci di Giovanni Calvino), diffusi a macchia di leopardo, dalla Svizzera all’Olanda, dalla Scozia alla Germania. Perciò i conflitti continuarono con ferocia spietata. Ne fu esempio la notte di San Bartolomeo, quando a Parigi migliaia di ugonotti (calvinisti) vennero assassinati dai cattolici, a tradimento. Quelle ferite continuarono a sanguinare. Urgeva l’appello all’unione dei cristiani nel segno della Croce dalla quale il sangue sgorga a formare la mistica rosa: emblema plurisecolare di mistero, connessa al mito del Pellicano.

In un’Europa martoriata non mancavano esempi di lungimiranza. Uno era costituito  dal Ducato di Savoia. Negli anni della riorganizzazione dello Stato, con il “patto” di Cavour del 1561 Emanuele Filiberto riconobbe ai valdesi (evangelici, da secoli di qua e di là delle Alpi) libertà di culto in aree circoscritte, sotto attenta vigilanza e con vincoli pesantemente restrittivi. Non era libertà piena, ma precorse l’Editto di Nantes con il quale Enrico IV di Borbone, opportunisticamente convertito al cattolicesimo, riconobbe agli ugonotti libertà di culto in alcune città del regno.

Sotto la cenere delle buone intenzioni covavano i tizzoni ardenti di una nuova guerra generale. Paradossalmente Johannes Valentinus Andreae (1586-1654) sconfessò se stesso: i Rosa+Croce erano solo un “ludibrium”, uno “scherzo”.

Nel 1618 iniziò la guerra dei trent’anni, che si sostanziò nella sconfitta dei boemi nella battaglia della Montagna Bianca (1620) e nella cancellazione del loro “stato” sino alla pace di Versailles (1919), nella deflagrazione della Germania in quasi quattrocento staterelli, in cinque milioni di morti, nel crollo demografico e nell’impoverimento dell’Europa. Per alcuni il Seicento fu “secolo d’oro” perché non vi mancarono progressi scientifici (Galileo Galilei ne è il campione) e invenzioni, fulgori artistici e splendori letterari. Nei fatti, però, fu “secolo di ferro”. La guerra tra Francia e Spagna si chiuse solo con la pace dei Pirenei, nel 1659. Quarant’anni dopo iniziò il mezzo secolo delle guerre di successione sui troni di Spagna, Polonia e del Sacro Romano Impero. Da quelle rovine verso metà Settecento rifiorì il mito dei Rosa+Croce, uno dei filoni occulti della Massoneria, nata nelle forme moderne con la Gran Loggia di Londra il 24 giugno 1717. Anche il regno di Sardegna ne venne improntato, nelle file della Stretta Osservanza Templare che raccolse aristocratici, borghesi ed ecclesiastici di alto sentire e penetrò in forme missionarie in terre lontane, a cominciare dalla Russia, che fondeva Europa e misticismo orientale. Il tutto poco prima che divampasse la Grande Rivoluzione, sublime per alcuni versi, catastrofica per altri, alternanza di solenne proclamazione dei Diritti dell’uomo e del cittadino e di Terrore, cioè negazione delle libertà elementari a cominciare dal giusto processo.

Il Cavaliere Rosa+Croce divenne il grado 18° del Rito scozzese antico e accettato. Ne scrive Michele Leone in un denso e bene illustrato capitolo di “Guida alle società segrete”(Odoya). Al tempo stesso il mito venne rivitalizzato da Wolfgang Goethe e diventò intreccio di naturalismo, scienze occulte ed ermetismo cristiano, lontano dalla banalizzazione del sacro come superstiziosa devozione verso simulacri, semplici “oggetti”: quel “culto dei santi” che in Occidente ha impoverito la percezione del Santo Spirito.

All’inizio del Novecento per la terza volta in tre secoli i Rosa+Croce tornarono in auge, con Rudolf Steiner, che ne scrisse in “La scienza occulta” e con Harvey Spencer Lewis (1883-1939), quasi reincarnazione di Valentinus Andreae, iniziato a Tolosa e propugnatore su scala mondiale dell’Antico e Mistico Ordine della Rosa+Croce (Amorc), fautore dell’emancipazione dell’uomo attraverso la capacità logica e la liberazione della volontà dalla coercizione.

La galassia degli ordini rosacrociani (come l’Ordine cabalistico e quello della Rosa-Croce cattolica del Tempio e del Graal) documenta la reviviscenza del sogno originario: l’opera di Superiori Incogniti che si fanno carico dell’umanità sofferente a causa delle risse personalistiche di veri o presunti potenti.

Si può anche pensare che l’ideario dei Rosa+Croce sia un miscuglio di illusioni e persino un ludibrium, ma di sicuro i singoli Paesi e le genti non vivono né vivranno meglio se l’utopia viene soffocata e annientata dalle passioni di parte, dai fondamentalismi, dalla sete di sangue che scorre nelle vene degli europei, civili a fasi alterne, come insegnano storici militari quali Oreste Bovio.

All’inizio del Seicento il Mediterraneo era “stretto”: la sua metà orientale era sotto dominio turco-ottomano. Sta meglio in questo inizio di Terzo Millennio o ancora una volta è sotto scacco per l’incapacità di unione effettiva e di emancipazione dagli appetiti extraeuropei che ne fanno terra di conquista e possibile preda nei prossimi secoli?

Secondo la leggenda originaria, Christian Rosenkeuz, pellegrino germanico, aveva studiato a Damasco e si era addentrato nell’occultismo in Terrasanta, per ristabilire il ponte tra Oriente e Occidente. Quell’Arcata cadde rovinosamente più volte. I pilastri della saggezza, però, rimasero: pietre grezze in attesa dei levigatori, Rosa+Croce “a servizio” del bene comune. Vediamo bene che, nella babele dilagante, ve n’è urgenza anche in Italia, per chiudere definitivamente la guerra dei trent’anni del secolo scorso e le sue lugubri conseguenze. Occorre ritrovare la lingua delle istituzioni, al di sopra dei dialetti delle fazioni partitiche.

 

Aldo A. Mola

Pubblicato in : EditorialeTag: anni, battaglia, europa, francia, germania, il cavaliere, italia, massoneria, olanda, parigi, percezione, processo, religione, savoia, secolo scorso, spagna, utopia

Info Aldo A. Mola

Nato a Cuneo nel 1943, Aldo Alessandro Mola è stato preside in alcuni licei dal 1977 al 1998. Nel 1980 riceve la medaglia d’oro di benemerito della scuola, della cultura e dell’arte. Docente di storia contemporanea all’Università degli Studi di Milano, è, dal 1986 direttore del Centro per la storia della Massoneria, e, dal 1992, contitolare della cattedra “Pierre-Théodore Verhaegen” dell’Université libre de Bruxelles.
È direttore del Centro Europeo Giovanni Giolitti, presidente del comitato cuneese dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, dell’Associazione di studi sul saluzzese e del Centro studi e ricerche “Urbano Rattazzi” di Alessandria. Interessante anche il suo ultimo saggio, Mussolini a pieni voti? Da Facta al Duce. Inediti sulla crisi del 1922, da cui si scopre che la «marcia su Roma» dei fascisti in realtà non sarebbe mai avvenuta.
Editorialista del quotidiano Il Giornale del Piemonte e coordinatore editoriale de Il Parlamento italiano 1861-1992, Mola ha organizzato numerosi convegni di studi, specialmente per il Ministero della Difesa (Garibaldi, generale della libertà nel 1982, e la serie Forze Armate e Guerra di Liberazione). Direttore di collane di storia per vari editori, è, dal 1967, autore di saggi. Nel 2004 riceve il Premio alla Cultura dalla Presidenza del Consiglio dei ministri.
Monarchico, è presidente di quella Consulta dei Senatori del Regno che sostiene Amedeo di Savoia-Aosta nella disputa sulla successione, e da anni sollecita il rientro in Italia delle salme dei sovrani Vittorio Emanuele III, che è tumulata ad Alessandria d’Egitto nella Cattedrale di Santa Caterina, della moglie Elena, sepolta a Montpellier, e di Umberto II e Maria José, seppelliti ad Altacomba, in Alta Savoia.

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