
Finirà così, c’è da scommetterci: a pagare sarà il solito fattorino colpevole di aver portato la busta sbagliata nel palazzo giusto. E poco importa se dentro quella busta c’era l’ennesimo pasticcio istituzionale. Perché quando la macchina dello Stato inceppa la responsabilità scivola sempre verso il basso, mai verso l’alto. Così la signora Minetti – ex igienista dentale, poi protagonista delle cronache del bunga bunga e oggi presenza stabile nel jet set internazionale – si ritrova di fatto ripulita senza aver scontato, dopo la condanna, nemmeno un giorno di servizi sociali. Un esito che più che sorprendere conferma una regola non scritta: esistono vicende che devono chiudersi in fretta, possibilmente senza lasciare troppe tracce. Ammettere l’errore sarebbe uno smacco troppo grande. Vorrebbe dire riconoscere che le istituzioni hanno premiato comportamenti quantomeno controversi, rifugiandosi dietro una motivazione umanamente delicata – le condizioni di salute del figlio adottivo – trasformata però in uno scudo perfetto, quasi inattaccabile. Intoccabile. Eppure quando sembrava tutto archiviato l’inchiesta de Il Fatto Quotidiano ha rimesso in fila fatti, passaggi e omissioni, mostrando crepe evidenti in una gestione che definire disinvolta è un eufemismo. Non un semplice errore, ma una catena di leggerezze che racconta molto più di quanto si voglia ammettere: procedure fragili, controlli evaporati, responsabilità diluite fino a scomparire. Ora che il polverone si alza di nuovo la domanda è sempre la stessa: come finirà? La risposta probabilmente è già scritta. Con una campagna elettorale alle porte il caso Minetti complicherà una situazione dell’esecutivo di per sé già difficile. Nel frattempo i problemi reali resteranno sullo sfondo. E questa storia verrà raccontata come l’ennesima prova di un sistema inefficiente per la mancanza di cancellieri e fattorini. Una narrazione comoda. Perché è sempre più facile dare la colpa a chi consegna le buste che a chi decide cosa debba esserci dentro.
Angelo Santoro

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