
E’ il titolo del nuovo libro (edito da Sarnus-Polistampa) di Alessandro Bencistà noto linguista e studioso del vernacolo fiorentino e toscano. Insegante dal 1964al 2009, è stato uno dei fondatori del centri studi tradizioni popolari toscane del periodico Toscana folk di cui è direttore responsabile.
“ Sono affioramenti di storie lontane – scrive Bencistà nell’introduzione – tracce di un tempo che ormai nessuno ricorda più ma che è trascorso e ha lasciato solchi profondi nella nostra esistenza”.
Bencistà aggiunge che di queste storie conserviamo ancora intatta la memoria… e di esse “vogliamo lasciare almeno un’esile traccia: per chi e perché non ce lo vogliamo chiedere, ma ci sembra importante farlo.
E ne dà una spiegazione “ Forse un giorno qualcuno, come è sempre successo, andrà a cercare nel passato non per ricordare non per scoprire o riscoprire, solo per conoscere come eravamo noi: quelli che ascoltavano le storie intorno alla tavola apparecchiata, o sul canto del fuoco, che parlavano con i vecchi e con i bambini che raccoglievano le erbe nei campi e i frutti del bosco, che giocavano nelle strade polverose e fra le pietre del torrente, sognando un giorno di diventare grandi”
Senza entrare nei contenuti del libro per non togliere al lettore il gusto di scoprire pian piano il mondo da lui descritto in queste memorie di un ottuagenario, affrontiamo alcuni temi con l’autore
In un mondo in cui tutto si cancella in fretta Quanto sono importanti la conservazione e il recupero della memoria?
Per uno come me, che già vive il suo ottantunesimo anno, la conservazione e il recupero della memoria si collocano al primo posto nel tempo residuo di vita che resta… ma da molti anni mi dedico al recupero della memoria del passato; i miei interessi sulle tradizioni popolari risalgono ai primi anni Ottanta, quando fra i miei allievi (insegnavo nel 1980-’81 a l’Istituto Alberghiero Saffi) ebbi un nipote del poeta improvvisatore Gino Ceccherini che ascoltavo nella piazza di Greve (da dove provengo) al mercato del sabato mattina. Quella esperienza l’ho riportata nel volume “I poeti del Mercato” uscito nel 1990 (la seconda parte dovrebbe uscire entro l’anno, sempre per la Polistampa di Pagliai). Ti risparmio il seguito della storia fino ad oggi… Il libro di cui mi chiedi, Case sparse 25 è il recupero delle mie memorie dal 1941 al 1959, i miei primi 18 anni che come il primo amore non si scordano mai. Da lì ho tratto i miei ricordi che raccontavo al mio nipotino, una vita vissuta nei campi e nel bosco, senza madre, un padre senza lavoro, senza la luce elettrica ma con una ricchezza di vita (la scuola, i campi, il bosco, le ciliegie, i cappellani, il torrente ecc. ecc) che racconto in quelle pagine (a cui si aggiungono le storie che raccontava il babbo). Cosa è rimasto di quel mondo? Che ha visto scomparire nel nulla una civiltà secolare (per ossimoro quella contadina), che non è stata sostituita con “qualcosa che vale” (cito il titolo di un vecchio film di Sidney Poitier). Ecco il sugo delle mie storie, piccole storie, molto piccole, che cerco di conservare a chi verrà dopo di noi, ammesso che le voglia sapere (ma non mi pare che siano di moda).
Perché questo titolo ? A cosa fa riferimento ?
Con Via delle Case Sparse si indicava la strada (oggi Via Chiantigiana) che si inoltrava nelle campagne nell’alta valle della del torrente, fra Greve e Vignamaggio. I miei compagni di scuola nelle elementari abitavano a poca distanza da noi, e anche loro nei registri della scuola erano abitanti in Via Case Sparse, ai numeri 26, 27 ecc.
Ma perchè è importante far conoscere come si viveva in quegli anni difficili del dopoguerra ?
.Pensando a come vivono i miei nipotini (11 e 8 anni) e la loro generazione, sempre attaccati al tablet, alla tv, al telefonino, senza mai aver letto di loro spontanea iniziativa un libro…Non conoscono la differenza fra una pianta di pomodori e un ciliegio. E allora mi chiedo, come ho scritto in quarta di coperta: “Oggi ci voltiamo indietro, perplessi. Siamo cresciuti?” La risposta non credo sia positiva, ma lo aveva già scritto Pasolini cinquanta anni fa.
Gabriele Parenti

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