
Metà novembre, metà dicembre, per quel Natale – che hai voglia a dire- che quest’anno lo facciamo solo spiritual. Il mese delle grandi spese. E tutti gli anni ci ripromettiamo che non spenderemo più soldi in regali inutili che molti poi riciclano perché li hanno già ricevuti negli anni scorsi pensando fossero utili invece erano inutili fin dalla prima volta. Valle a capire le buone intenzioni?!
Non c’è niente da fare, troppe le vetrine illuminate, troppe le palle rosse e argento e pure quelle dorate, che brillano nelle vetrine nostrane e cinesi; che poi vai a cercare la differenza vera e se la trovi me la dici in camera caritatis. Troppa la pubblicità di pandori e panettoni sparsi qui e là per i primi bocconi, infiniti messaggi dolci e zuccherati che inondano i nostri giorni più o meno economicamente disperati e insomma tutto un “combinato disposto” come direbbero in varie discipline economiche e statistiche, ah sto “combinato disposto” prima o poi me lo dovete spiegare e vorrei capire al pari del tempo se fa più notizia il combinato indisposto, ed eccoci che la combinazione fa l’uomo e la donna compratore e consumatore. Soprattutto in questo mese storico delle grandi spese.
Dove tutto sembra necessario e indispensabile, quel tutto che dopo la Befana diventa a volte quasi niente. Vabbeh, so vecchio. Ammiro l’entusiasmo dei giovani e delle giovani, delle casalinghe speranzose che puntano al mese delle grandi spese tutto quello che non avevano comprato durante l’anno. Hai bisogno di un deodorante? No dai aspetta te lo regalo per Natale. Ma io ne ho bisogno ora! Mi si è rotto l’orologio digitale e non so più l’ora corrente e nemmeno la pressione arteriosa! Me ne compri uno in rete? No! dai aspetta te lo regalo per Santa Lucia. Ma io non so più l’ora e nemmeno che pressione che ho adesso non fra quaranta giorni.

Casalinghe alla prova dei cartellini tra prezzi sorvegliati dalla legge, sconti praticati dalla casa, dimezzamenti dell’ultima ora per i prodotti freschi e sconti al banco beh è proprio una gimcana tra numeri grossi e numeri sbarrati, percentuali e cifre in rosso che coprono el cifre in blue, presso del giorno, prezzo per il socio, prezzo per gli over 65 al mercoledì pomeriggio e cartellini per i minori di 18 anni al giovedì mattina: è una baraonda. E chi ce la fa?!
Quella volta la nonna Clo, Clotilde al secolo, disse a Sergio Guandalìn al marcantìn che veniva in corte tutte le settimane per i bisogni della comunità familiare, 15 persone, mica bazzecole: dam i biscot, tre scatole di tonno, un vaso di olive e delle buste di idrolitina. Allora l’acqua effervescente si faceva così: acqua del pozzo più polvere che faceva bollire il liquido come negli esperimenti del piccolo chimico. Che i miei genitori non mi hanno mai voluto comprare perché dicevano che non era sicuro in mani mie. Boh. Allora casalinghe alla riscossa tra cartellini e spese del mese, nel gran mese delle spese. Nonna Clo non aveva il problema die cartellini e degli sconti: era Guandalini che diceva questo costa tot questo costa tot e alle fine sconto famiglia. Ah, che tempi.
Pasta tre grani 0,88, ok. Dentifricio a 45 centesimi, si può. Meno delle vecchie mille lire di italica memoria. Sembra una promozione da negozi tipo tutto a 99 centesimi, e invece è proprio un supermercato di quelli che vanno per la maggiore per i prezzi super competitivi. Certo non c’è la marca, certo non c’è il riconoscimento di uno slogan televisivo o radiofonico, certo non c’è il richiamo della pubblicità che richiama quel nome sconosciuto, eppure adesso nell’era dei portafogli sgonfi anche delle famiglie borghesi italiane, quel dentifricio a 45 centesimi è scelto, è messo nel carrello, nella cesta. Anzi due tre dentifrici anonimi che costano come un dentifricio a brand riconosciuto. Va così da anni e non sai se un dentifricio può costare davvero 50 centesimi o 3 euro e 80. Perché? Va così in questo ultimo scorcio di 2023 che annuncia un 2024 molto più problematico alle viste del 2023, tra guerre di ogni tipo e inflazioni più o meno riconosciute, rialzi di tassi e blocchi di tassi più o meno, molto meno, spiegati. Speranza in una economia che poteva riprendere, di crescita che non si vede, di annunci di dialogo e di annunci di cancellazione di tasse e imposte.
Consumi e mode, carrello ed etichette non vanno più d’accordo come una volta. Colpa o merito dei portafogli sgonfi, dei mutui terribili, del clima grigio che aleggia su borse e petrolio, del caro gasolio. Si vede nel mercato delle macchine, ma si vede anche nel marcato degli alimentari e dei prodotti per la persona. Addio shampoo e docciaschiuma da 6 – 8 euro a flacone, via a shampoo, doccia schiuma, bagno schiuma, saponi liquidi, deodoranti che pur generici garantiscano qualità ed effetto. A due tre euro al doppio litro. “E come fai con i tuoi figli?”, chiede la cassiera a una casalinga? “Quei tuoi figli che si lavano solo se hanno flaconi di marca?” La casalinga serafica risponde: “Semplice, verso doccia schiuma e shampoo a casa nei flaconi che ho tenuto con altre scritte e il gioco è fatto. Mica lo assaggiano”. E speriamo che non leggano questo pezzo sennò si scopre il marchingegno. Eppure, le casalinghe si ingegnano. Sarebbe contento il nostro principe degli imprenditori suzzaresi e mantovani Edi Bondioli che ovviamente assumeva ingegneri competenti e qualificati per ogni settore meccanico, elettronico, energetico e via di seguito, ma sorrideva di un sorriso contagioso quando trova il dipendente o il collaboratore che si ingegnava., “Ingegner va ben, ma insgaras l’è n’atra roba”. La nuova spesa marchiandosi il generico a puro scopo di tenere beneficio di famiglia. Vorrà pur dire qualcosa. In attesa che paghino un po’ più i petrolieri e i banchieri al posto dei soliti poveri, sempre più classe media italiana, ci arrangiamo a fare i conti con i fichi secchi. Meno prodotti di marchio pubblicitario e più prodotti di qualità media, sicuri ma convenienti. Si vede nei prosciutti come nei formaggi, si vede nel latte come nei biscotti, qualità garantita ma attenzione massima al prezzo, alla convenienza, allo sconto, alla promozione, al cioccolato che questa volta per un euro accidenti mene prendo due tavolette.
Le mode e le pubblicità non guidano più una fetta esorbitante classe media di consumatori. Le mode e la pubblicità, infatti, cambiano obiettivo: non reclamizzano più tanto la nicchia e la superiorità di un prodotto o di un servizio, ma la sicurezza e la qualità nel rapporto stretto al prezzo. Anche la pubblicità s’è accorta che non bastano più due o tre colori in più sulla confezione e una campagna televisiva per avere il consumatore dalla tua ma che serve rassicurazione sul prezzo. Solo così si spiega quel carrello pieno di saponi e boxer, di tovagliette e magliette, di grissini e pantaloncini che richiamavano più il panorama di un centro commerciale dell’ex Est che un supermercato della ricca Italia. Ricca?
Fabrizio Binacchi

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