Essere Capitale italiana della cultura almeno per un anno vale molto più del sussidio di un milione di euro erogato una tantum a sostegno del bencapitato. Comporta di avere alle spalle un Passato alto e sofferto, di esserne consci e farlo valere. Significa ergersi a simbolo di un’Italia che fu ed è emblema non solo dell’Europa odierna, via via arroccata sui crinali alpini e sempre più arretrata a nord, ma, qual era, Signora del Mediterraneo.
Della grande storia è esempio fulgido Casale Monferrato, che, alla stretta finale, è rimasta con Merano e Treviso l’unico comune aspirante a capitale italiana della cultura 2019 dell’immensa area comprendente le regioni augustee Liguria, Transpadania e Venezia-Istria. Casale Monferrato ha dunque una grossa responsabilità, anche perché deve vedersela con tre “portaerei” quali Piacenza, Parma e Reggio nell’Emilia, antiche e gloriose, forti di un patrimonio artistico di fama europea e di risorse economiche possenti. Lo stesso varrebbe per Agrigento, la cui nomea, però, non è legata solo alla Valle dei Templi e a Luigi Pirandello ma anche a misere pastette che ne offuscano il nome e la fama. Nuoro e Macerata avranno i loro legittimi fautori. La candidatura di Casale ha valore del tutto diverso rispetto a quelle di Bitonto, che è una variante minore della storia di Bari, come Treviso lo è di Venezia.
Casale evoca la complessità della storia d’Italia, oggi meno ricordata. La sua candidatura fa passare in sottordine le precarietà del Monferrato odierno, l’intrico di linee ferrate in parte declassate e quasi in disuso, di strade colleganti a fatica borghi minori, di castelli e torri che si ergono come altrettanti punti interrogativi e ci domandano se siamo alla loro altezza. La designazione di Casale rinverdisce la memoria del marchesato aleramico, poi dei Paleologhi (da Teodoro I a Giangiorgio, morto nel 1533) per via delle nozze tra Iolanda e l’imperatore di Bisanzio Andronico Paleologo. Nel Monferrato (sia il Basso, che è nord, mentre l’Alto è a sud: lo ricordiamo per chi non abbia dimestichezza con il Vecchio Piemonte) continua a esalare il sentore del mare, quasi l’Adriatico ancora lo lambisca. Lo attestano i fossili affioranti rasoterra. Sarà per quel richiamo al Mediterraneo che Guglielmo di Monferrato andò in Terra Santa con Federico Barbarossa (morto per via), Riccardo Cuor di Leone e altri Capitani cristiani di prim’ordine, Vi venne ucciso da Altair, della setta degli assassini (consumatori di hasish, eccitante per le imprese suicide). Suo figlio, Corrado, fu incoronato re di Gerusalemme: confidava nei Templari, quale volano della cristianizzazione e baluardo contro la riscossa degli islamici.
Di quei secoli rimaneva memoria quando nel 1435 la capitale del marchesato fu trasferita a Casale da Chivasso, troppo esposta alle incursioni dei nemici, i Savoia da un canto, Milano dall’altra (i Visconti prima, gli Sforza poi). I suoi Signori però non riuscirono mai a dare continuità territoriale al loro Stato, conglomerato di acquisti (Acqui nel 1345), Alba (1369) e una intricata serie di possedimenti nominalmente inglobati e impegnati in un logorante tiro alla fune per rivendicare privilegi ed esenzioni (da tributi, dal fornire contingenti militari…).
Nel 1533 il Monferrato venne conteso tra Federico II Gonzaga, duca di Mantova, e il pari grado Carlo II di Savoia, che a proprio favore vantava il rango di Vicario imperiale, unico in Italia. A deciderne la sorte fu l’imperatore Carlo V d’Asburgo, che lo assegnò al Gonzaga, i cui successori, però, da Federico III a Vincenzo II, non mostrarono alcun attaccamento alle sue sorti. Il Monferrato fu al centro della lunga guerra tra Carlo Emanuele I di Savoia e i suoi alleati da un canto (gli Asburgo di Spagna e d’Austria) e la Francia di Luigi XIII (meglio, del cardinale Richelieu) dall’altro. Il conflitto, col seguito di scorrerie e di epidemie di peste, non venne chiuso con la pace di Cherasco (1631), che tuttavia al duca di Savoia fruttò Alba, Trino e un’ottantina di “terre”. I Gonzaga-Nevers, succeduti in Mantova nei diritti sul Monferrato, governarono pessimamente i possedimenti residui, sino all’opaco Ferdinando Carlo, che si spinse a vendere a Luigi XIV di Francia la cittadella di Casale (1681), fortificazione chiave sulla linea Vercelli-Mortara-Alessandria da una parte, Torino-Alessandria-Genova dall’altra. Carlo Ferdinando Gonzaga-Nevers fece di peggio: nel 1701, all’inizio della guerra europea di successione sul trono di Spagna, cedette alla Francia tutti i suoi domini. Dichiarato fellone dal Sacro romano imperatore, fu spogliato di ogni diritto. Mantova divenne dominio degli Asburgo d’Austria, che la tennero sino al 1866, quando dovettero cederla a Napoleone III che la consegnò a Vittorio Emanuele II, re d’Italia. Sconfitti i francesi che assediavano Torino (1706), il duca Vittorio Amedeo II di Savoia acquisì il Monferrato (1707), che gli venne riconosciuto con la pace di Raastadt nel 1714, come Alessandria, elevata a piazza militare orientale strategica del neonato Regno di Sicilia (1713-1719, poi di Sardegna), come ricorda il generale Oreste Bovio in “Dal Piemonte all’Italia. Tre secoli di storia militare” (Bastogi). La Cittadella lo attesta ancora.
Al centro di piana fertile e circondata da terre di vigneti, Casale beneficiò della propinquità con distretti economicamente rilevanti. Era il caso di Passerano-Cocconato-Primeglio, i cui signori battevano moneta e nel Settecento dettero il primo illuminista italiano di rango europeo, Alberto Radicati di Passerano, costretto all’esilio.
La città conobbe una possente fioritura di edifici ecclesiastici e civili che si aggiunsero a monumenti famosi, come la Cattedrale, attribuita a Liutprando, re dei Longobardi (742) consacrata da papa Pasquale II (1106), eretta a cattedrale da papa Sisto IV, scempiamente ammodernata a inizio Settecento ma successivamente restituita al decoro originario, quando ne fu vescovo Nazari di Calabiana, elevato a Collare dell’Annunziata, “cugino del Re”.
Proprio durante l’età di monsignor Calabiana ,Casale ebbe ruolo di spicco nella storia d’Italia. Il 31 agosto 1847 vi venne celebrato il V Congresso Agrario con la presenza di delegati da Genova, Torino, Piacenza, Milano, Parma…. Era la variante “agricola” dei Congressi degli Scienziati Italiani promossi da Luciano Bonaparte, principe di Canino, svolti nel decennio precedente: una cospirazione liberale alla luce del sole. Aperto con la messa alle 7 del mattino, il Congresso culminò con la lettura del messaggio inviato da Carlo Alberto al conte Cesare Trabucco di Castagneto, che ne dette lettura: “Se mai Dio ci farà la grazia di poter intraprendere una guerra d’indipendenza, io solo comanderò l’Armata e allora farò per la causa guelfa quel che Shamil fece contro l’immenso impero russo”, la guerra di liberazione. Contro l’Austria. Contro tutti gli stranieri. Era la guerra che Carlo Alberto intraprese col Tricolore italiano e con il Canto Nazionale, scritto da padre scolopio Atanasio Canata. I congresissti accolsero l’annuncio con applausi scroscianti. I moderati (Filiberto Avogadro di Colobiano, Lorenzo Valerio, Pier Dionigi Pinelli…) anticiparono i democratici come Giovanni Lanza e Filippo Mellana. Tutti si ritrovarono poi fianco a fianco nella guerra per l’indipendenza dal marzo 1848 al tragico 24-25 marzo 1849 quando, dopo la “brumal Novara”, Casale si batté contro il maresciallo austriaco Wimpffen per non essere messa sacco con i brutali metodi usati dalla soldataglia nemica. Riscattare il regno dalle pesanti clausole armistiziali imposte dal maresciallo Radetzky a Vittorio Emaneuoe II divenne subito l’obiettivo prioritario, come ricorda Antonella Grimaldi nel documentata “Storia di Casale Monferrato dal V Congresso Agrario del 1847 al 1849” pubblicata dal Centro Studi Piemontesi.
Anima della riscossa del Piemonte fu il pragmatico Urbano Rattazzi, che in lunghi confidenziali colloqui raccolse il pensiero di Carlo Alberto in Oporto nel luglio 1849. Casale ricorda quei giganti della storia con altrettanti monumenti, tra i quali il più curioso è forse proprio quello di Carlo Alberto, vestito come antico romano, come fosse Marco Aurelio in Campidoglio, mentre austeri e pensosi sono Filippo Mellana. Giovanni Lanza, Luigi Canina (archeologo insigne, sepolto in Santa Croce a Firenze),Urbano Rattazzi (opera di Leonardo Bistolfi) e G. A. Ottavi, principe degli agronomi italiani.
Antica, maestosa, aristocratica capitale del Monferrato e sintesi della travagliata storia d’Italia, Casale dette i natali a personalità menorabili, specialmente a scienziati (come Ascanio Sobrero, inventore della nitroglicerina, moralmente superiore a Nobel che dalla dimanite trasse lauti porofutti ) e a militari, come il colonnello De Cristoforis, caduto a Dogali (Eritrea). Tra le figure di casalaschi sulle quali la storiografia italiana (sempre in ritardo e sempre con lunga coda di paglia…) è chiamata a riflettere bastino due personalità dalle vicende drammatiche: Ugo Cavallero, massone, maresciallo d’Italia, “suicidato” da Kesselring a Frascati nel settembre 1943 perché rifiutò di assumere il comando di un esercito subordinato ai tedeschi, e Cesare Maria De Vecchi di Val Cismon (1884-1959), quadrumviro della cosiddetta “marcia su Rma”, monarchico, artefice del rovesciamento di Mussolini. Ne ha scritto il figlio, Giorgio, in “Diari, 1947-1949” (ed. Dedalo, Roma).
Casale ha dunque tutti i numeri per ergersi a capitale italiana della cultura, in specie dell’Italia settentronale di Augusto. Chi è rimasto tagliato fuori dalla gara deve domandarsi quale storia voglia rappresentare: pochi anni in pochi chilometri quadrati o l’ambizione di chi dal Piemonte visse la storia dell’Italia Mediterranea?
Aldo A. Mola

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