La vera partita del nuovo governo quasi monocolore si gioca in Europa. E una carta da calare c’è.

Ed è proprio sul terreno della politica economica in relazione ai vincoli europei che si giocherà la vera partita del “quasi monocolore” guidato da Renzi. Il quale, essendo notoriamente ragazzo fortunato, ha trovato sulla sua strada un inedito e inaspettato alleato che, se il neo-presidente saprà capirlo, potrebbe rivelarsi decisivo. No, non fa parte del nuovo governo, è l’olandese Jeroen Dijsselbloem (si pronuncia Yerùn Dàisselblùm). Ministro delle Finanze nel governo lib-lab di Mark Rutte, è da un mese presidente dell’Eurogruppo in sostituzione di Jean-Claude Juncker, il lussemburghese che occupava quel posto dal 2005. Voluto fortemente dai tedeschi, e per questo automaticamente bollato come “falco”, Dijsselbloem ha annunciato qualche ora prima che nascesse il governo Renzi, di aver convinto il pluri-riluttante commissario Ue, Olli Rehn, ad accettare la sua proposta di “riforme in cambio di più tempo per risanare i bilanci”, che prevede una maggiore flessibilità rispetto alla rigida applicazione delle regole su deficit e debito in cambio di interventi strutturali da definire preventivamente con la Commissione e da realizzare prima che Bruxelles conceda più tempo. Anche perché “molte delle riforme hanno anche effetti positivi sul bilancio, e quindi c’è connessione tra le due cose”, aggiunge con saggia prudenza Dijsselbloem.
Quindi, non solo i paesi debbono dimostrare il loro reale impegno riformatore, ma negoziare le riforme in sede comunitaria in modo puntuale. Il che, da un lato, significa ulteriore perdita di sovranità, ma dall’altro comporta due grandi vantaggi. Primo: vincolare il buon fine delle riforme, riducendo il margine di frenata delle opposizioni parlamentari e delle opinioni pubbliche. Secondo: togliersi di dosso il basto dei parametri europei, creandosi così maggiori margini di azione. Musica per le orecchie di Renzi, se solo ascolta. Il quale farà dunque bene a cogliere al volo l’aspetto positivo del messaggio del 47enne ministro olandese, tenendone conto nel programma di governo che si accinge a formulare. E siccome quella è la questione delle questioni, per Renzi diventa la quadratura del cerchio. Lo schema di Dijsselbloem, infatti, gli consente di negoziare con l’Europa, senza pericolose forzature, e portare a casa quei margini di manovra che i suoi due ultimi predecessori non avevano nemmeno osato immaginare di poter trattare. Nello stesso tempo, si assicura la possibilità di mettere in cantiere alcune riforme vere, avendo l’onere di doverle pre-definire ma il vantaggio di “blindarle”. E infine, si guadagna margini di manovra per il rilancio dell’economia, che potrà spendersi in termini di riduzione delle tasse (cuneo fiscale e Irap) e/o di investimenti in conto capitale. Cosa di cui ha estremo bisogno, Renzi, visto che anche gli ultimi dati congiunturali relativi all’industria dimostrano la ripresa è di là da venire.
Insomma, c’è solo una via mediana tra l’obbedienza cieca ai dettami europei (di fatto espressi in lingua tedesca) e la ribellione, che presuppone una credibilità che l’Italia non ha. Ed è proprio quella intelligentemente e coraggiosamente indicata dall’olandese dal nome impronunciabile. Uno schema, questo, che tra l’altro l’uomo prescelto per l’Economia è perfettamente in grado di capire, apprezzare e far proprio. Ma che potrebbe anche essere direttamente palazzo Chigi ad applicare, decidendo il programma di riforme, negoziandolo in sede Ue e poi tenendo la tabella di marcia della sua attuazione.
Cosa cambierebbe? Per esempio, in questo quadro, la spending review può essere riformulata, come è bene che sia, da lavoro di “spulcio delle voci di spesa” al ben più proficuo “risultato delle riforme”, dove il taglio dei costi è obiettivo succedaneo. Un conto è cambiare il sistema sanitario, ricavandone “anche” un vantaggio economico, e altro è individuare sprechi – ammesso e non concesso che ci si riesca – con l’unico obiettivo di ridurre i costi, e dunque lasciando il sistema così com’è. Ed è solo uno dei tanti esempi di quelle riforme che Dijsselbloem individua come la “merce di scambio” con l’Europa.
Il nostro baldanzoso presidente prossimo alla fiducia farà propria e percorrerà la “via Dijsselbloem”? Speriamo che lui e i suoi consiglieri, finora in altre faccende affaccendati, abbiano il tempo di accorgersene e studiarla. Perché altrimenti, la miccia di questo governo si rivelerà particolarmente corta.

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