La novità da cogliere, maturata in questi anni di desertificazione della piccola impresa, è quella di artigiani e commercianti che non chiedono affatto di tornare a canali privilegiati con la politica, un tempo sanciti a suon di milioni di voti raccolti e di eletti in Parlamento.

Oggi, però, è necessario. Rispetto al 2008, a fine 2013 abbiamo dovuto registrare la cessazione di circa 135 mila imprese, tra artigiani e commercianti. E’ una quantità spaventevole. Ha significato centinaia di migliaia di disoccupati aggiuntivi. Ora, è giusto, come si ripete sempre, battersi per la manifattura italiana e per il traino che essa esercita nell’export. Ma non va dimenticato che, sui meno di 23 milioni di occupati ufficiali italiani, la manifattura pesa per circa 5,7 milioni. Se si sottraggono i circa 3,6 milioni di dipendenti pubblici e il ridotto apporto dell’agricoltura, il resto è tutto rappresentato da lavoratori nel settore dei servizi al mercato domestico. Il che significa che, senza una svolta a favore della piccola e piccolissima impresa che si addensa nel terziario, non riprende né l’occupazione né il reddito disponibile ai consumi, quello necessario a rilanciare il mercato interno.
Proprio per questo, tra quelli lanciati ieri dai presidenti di tutte le associazioni artigiane e commercianti di Rete Imprese Italia, lo slogan più efficace è stato quello lanciato da Giorgio Merletti, capo di Confartigianato. Altro che “Matteo stai sereno”, ha scandito evocando un hashtag che va per la maggiore su twitter. “Matteo stai preoccupato”, piuttosto.
Preoccupato è anche poco, a dirla tutta. Per come politica e lobby hanno costruito negli anni il sistema pubblico italiano, sono i “piccoli” a pagare il conto più amaro. Sovvertendo l’articolo 53 della Costituzione in materia di progressività del sistema fiscale, sono i “piccoli’ ad essere gravati di un Total Tax Rate di 25 e anche 30 punti superiore a grandi imprese e banche, che possono dedurre minusvalenze assai più estese avendo perimetri d’impresa più vasti. L’IRAP che colpisce dipendenti e beni strumentali, ed è da pagare anche se si è in perdita, su una piccola impresa artigiana e commerciale grava per intero, visto che non può esternalizzare né delocalizzare. Nella bolletta energetica, ai “piccoli” non toccano i maxi sconti riservati ai manifatturieri energivori. Sono gli artigiani, i più colpiti dagli aggravi procedurali inseriti nel contratto di apprendistato, mentre le medie e grandi imprese ricorrono ad altre tipologie d’inserimento al lavoro. La piccola impresa era soggetta a un maggior costo del denaro dal sistema bancario prima della crisi, rispetto alla grande, ed è quella che ha subito la peggior restrizione di credito, nella crisi.
E, naturalmente, per concludere in bellezza, quando l’artigiano e il negoziante si trovano a dover chiudere bottega per la crisi, per loro non c’è nessun tipo di ammortizzatore sociale.
Si comprende bene che, sommandosi a tutto questo la martellante campagna pubblica che li addita come evasori fiscali seriali, artigiani e commercianti siano stati fin qui sin troppo trattenuti e composti, nelle loro reazioni di protesta. E che qualcuno, infatti, abbia tentato di scavalcarli con maniere assai meno composte di quelle viste ieri a piazza del Popolo, come l’eterogeneo e già spaccatissmo movimento dei “forconi”.
Nella Seconda Repubblica, che bisogna sperare davvero con Renzi premier si chiuda alle nostre spalle, questo mondo d’impresa ha sofferto di una crescente difficoltà di interlocuzione politica. Nella Prima Repubblica, ciascuna delle sigle confluite da pochi anni in Rete Imprese Italia aveva una sua precisa collocazione, nell’ambito del collateralismo sociale degli interessi a fianco vuoi della Dc, vuoi del Pci o del Psi. Era un mondo imperfetto e consociativo. Ma è stato sostituito dal nulla, come catena di rappresentanza.
Avrebbe potuto essere una condizione di sviluppo per tutti, a patto che la politica fosse stata capace di guardare con attenzione agli interessi complessivi di sviluppo del mercato interno. Ma non è stato così, perché la lotta selvaggia “Berlusconi sì – Berlusconi no” ha finito per privilegiare da ambo le parti interessi “pesanti”, dai piani alti banco-industriali a frange autonome più combattive e in grado di bloccare l’Italia come in passato gli autotrasportatori, oggi ridotti anch’essi all’angolo dopo aver raccolto per anni sussidi ad altri negati.
La novità da cogliere, maturata in questi anni di desertificazione della piccola impresa, è quella di artigiani e commercianti che non chiedono affatto di tornare a canali privilegiati con la politica, un tempo sanciti a suon di milioni di voti raccolti e di eletti in Parlamento. Al contrario, ciò che hanno chiesto i manifestanti è semplicemente una politica che la pianti di ignorare la realtà, una realtà che vede i “piccoli” iniquamente svantaggiati. Una politica che non si fermi ai casi – pur essenziali – delle multinazionali che vogliono abbandonare l’Italia, e che riempiono ogni sera i talk show televisivi, con tanto di “tavoli” privilegiati ogni volta aperti per negoziare sgravi e agevolazioni. Una politica che guardi al cuore profondo delle oltre 4 milioni di microimprese italiane, un cuore che oggi sanguina mortalmente.
Ha fatto bene la Cgil, ieri, a dichiarare esplicitamente il suo sostegno a chi stava a piazza del Popolo. E anche Confindustria, in questi anni, si è aperta a battaglie unitarie e di sistema ma dovrebbe farne di più, perché artigianato e commercio sono fondamenti senza i quali la manifattura non prospera in un deserto. Allo stesso tempo, gli apparati delle diverse sigle di artigiani e commercianti, CNA, Casa Artigiani, Confesercenti, Confcommercio etc, dovrebbero capire che la base è stufa di microappartenenze e apparati burocratici, e vuole lotte unitarie e risultati.
Ora viene il difficile. Capire se la politica saprà innestarla davvero, la marcia diversa che serve. Se ciascuno è figlio della propria storia, allora Matteo Renzi, figlio di un piccolissimo imprenditore della distribuzione, e sindaco di una città in cui nel 1338 – attesta la “Nuova Cronica” di Giovanni Villani – i giovani a bottega erano un decimo della popolazione cittadina, cioè il doppio di quanti fossero all’Unità d’Italia e il quadruplo di oggi, dovrebbe avere meglio di altri il dna per capirlo. Vedere per credere, però.

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