Caro Franchini,
tu se uno spirito religioso, genuinamente religioso, sempre però sul versante dell’apostasia, innamorato della religione di domani che senti ma non vedi.
Qualsiasi cosa ti va stretta, non per titanismo ma perché i lacci sono troppo lenti, adori Bruto ma anche Cesare pugnalato da Bruto, perciò morirai a cent’anni ventenne e bestemmiando perché centenario. Senza ironia ti riconosco la generosità di ringiovanire l’interlocutore, a becchettare con te mi sento di nuovo bambino ai giardini a fare a sassate.
Hai un’intelligenza non comune ma commetti l’errore di bruciarla nell’agone delle eterne disconferme, la lasci sola nelle contraddizioni e ti diverte vederla contorcersi come se non fosse l’intelligenza tua ma un cagnaccio randagio a cui si danno pane e bastonate.
Vedere la tua intelligenza sconfitta ti fa gioire, appaga la tua onestà mistica, il tuo amore suicida per la verità, in breve la tua religione del nulla.
Sei in poche parole, e ancora senza ironia che detesto, sei un puro, che i problemi di salute aiutano ancor più a sfrondare gli orpelli della vita.
Nel ’48, eletto al primo parlamento della repubblicaccia, saresti diventato famoso per il DDL Franchini “Norme per il divieto alla rimozione delle macerie nelle città bombardate”, e così saresti entrato nei libri di storia, che è appunto il tuo problema.
La storia? Una continuità, uno snodarsi insensato, un escamotage per darla a intendere a noi stessi? Qualsiasi cosa sia, la storia esiste e noi dobbiamo capirla. O abbarbicarsi allo storicismo per dimostrare che presente e attualità esistono, coincidono e sono veri, o escogitarne leve impensabili per scardinare l’attualità dal presente, liberarlo dal ciarpame tra cui la sintassi delle disconferme aizzata dal mercato e dove intelligenze come la tua per troppa onestà si inseguono specchio dopo specchio, in un caleidoscopio infinito.
L’attualità per asservire il presente ci costringe allo storicismo, all’apologia di sé, e questo è proprio il punto dove ci salutiamo perché io imbocco un’altra strada, forse enormemente più presuntuosa della tua, strada silenziosa da vero maledetto, per di più senza la scena “sui”, si direbbe senza vita, perché attraverso i media l’attualità ci spiffera negli orecchi d’essere la sola vita rimasta.
Da spirito religioso qual sei vorresti legare l’attualità col presente e ti maceri per questo matrimonio impossibile, anche la politica ti si brucia nelle mani per questo, io invece voglio che attualità e presente divorzino per sempre, e la cosa mi fa terribilmente cattivo, fino a mettere in conto una posta tale da giustificare qualsiasi rischio e spesa.
Allora per concludere e non essere tacciato di filosofeggiare, mettiamola così, tu sei un fante di prima linea e io lo stronzo col cannocchiale nell’osservatorio delle retrovie. Ma puoi essere contento perché il generale Cantore sepolto sul Pocol nel sacrario degli alpini morì in prima linea accanto ai suoi fanti. Andando al pratico non capisco perché la mia immagine debba essere ritoccata, né ben mi è chiaro cosa in una pagina web attenga ai redattori e cosa agli opinionisti, e poi temo che entro domenica non potrò farti avere niente, ammenoché non pubblichi la presente, potrebbe essere un’idea.
Anzi, ti chiedo proprio di pubblicare questa lettera, in cui la tua è chiaramente esplicitata.
Quanto ai bibliofili non mi interessano, sia di libri antichi che moderni, la conservazione dei beni culturali è un altro problema che viene eluso, per non identificarlo con la metafora più giusta, quella dell’autistico che conserva la propria merda.
E ancora una volta rispunta la storia e quali ne siano i veri guastatori.
Antonio Dani

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