La fine del taglio delle accise, mentre perdura il caro carburanti, ridà fiato all’inflazione. A farne le spese le categorie più deboli.
La soppressione del taglio delle accise (0,61 al litro) ha fatto ovviamente aumentare subito il prezzo dei carburanti. Di recente, l’inflazione aveva segnato un leggero rallentamento. Ma adesso riprenderà a correre perché, come è noto almeno da 53 anni, dalla crisi petrolifera del 1973, il prezzo dei carburanti porta in alto tutti gli altri, accrescendo sia i prezzi di produzione che di distribuzione.
È vero che 0,61 non è di per sé risolutivo in una continua crescita del prezzo del petrolio ma, se mi perdonate il gioco di parole, contribuisce a buttare benzina sul fuoco dell’inflazione.
E questo stop alla riduzione delle accise è arrivato nel momento più sfavorevole. È vero che in quei giorni il prezzo del petrolio, a seguito delle trattative Usa-Iran, era leggermente calato. Ma era anche prevedibile, con le continue oscillazioni dei colloqui – per cui un giorno Hormuz riapre, un giorno richiude, un giorno si fa la pace e uno si spara, oppure contemporaneamente si tratta la pace e si spara – che il petrolio sarebbe stato sempre a livelli elevati. Adesso, poi, che è saltata anche la tregua, sta andando alle stelle.
E anche se si prevede in futuro una forte riduzione di combustibili fossili, oggi essi restano una componente fondamentale per un sistema economico che non ha attualmente altre risorse energetiche.
Il Governo ha scelto di non prorogare il modesto taglio delle accise, forse perché pressato da problemi di bilancio. Ma ritengo che avrebbe fatto meglio a sfoltire la selva di bonus, che sono incentivi “a pioggia” e innescano paradossalmente delle dinamiche economiche che ricordano l’Unione Sovietica: ovvero non si sceglie il prodotto a noi più confacente, ma quello per cui c’è il bonus, creando disagi non solo per l’utente, ma anche per la dinamica domanda-offerta.
Inoltre, l’aumento dei prezzi trascinato dal caro carburanti farà aumentare le richieste di adeguamenti salariali e questi, a loro volta, saranno “caricati” sui prezzi di produzione, provocando una nuova impennata dei prezzi al consumo, che innescheranno nuovi aumenti del costo del lavoro e via dicendo, con una spirale potenzialmente infinita.
A farne le spese saranno i lavoratori in cassa integrazione, quelli che non hanno forza contrattuale e, soprattutto, i pensionati, grazie al fatto che la rivalutazione annuale delle pensioni viene tagliata per molti di essi. Anche per coloro che non hanno pensioni né d’oro né d’argento.
E, per di più, mentre gli aumenti contrattuali sono detassati, quelli delle pensioni sono invece completamente tassati, riducendo quindi il recupero salariale a pochi spiccioli.
Ma non andrà meglio per il vasto mondo dei precari, né per le famiglie, specie per quelle monoreddito. L’inflazione è il peggior nemico delle fasce deboli della popolazione. Anche perché all’aumento dei prezzi di beni e servizi si aggiungono immediatamente le tariffe e le bollette, che spesso sono consumi difficili da comprimere.
Gabriele Parenti
Segretario regionale Fap Acli
Federazione Anziani e Pensionati della Toscana

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