
Da anni una parte dell’opposizione ripete lo stesso ritornello: l’Italia sarebbe sull’orlo di una deriva fascista. Ogni riforma viene presentata come un attentato alla democrazia, ogni scelta del governo come un passo verso un regime, ogni avversario politico come un nostalgico del Ventennio.
Il problema è che, a forza di gridare “al lupo”, il lupo non arriva mai.
L’Italia continua a essere una democrazia pienamente funzionante. Il Parlamento discute e vota le leggi, la magistratura mantiene la propria autonomia, il Presidente della Repubblica esercita il suo ruolo di garante della Costituzione, la stampa critica quotidianamente il governo e milioni di cittadini esprimono liberamente il proprio dissenso. Parlare oggi di una deriva fascista non significa analizzare la realtà. Significa trasformare uno slogan politico in una narrazione permanente.
Nel frattempo il vero problema resta accuratamente nascosto.
L’Italia non soffre per un eccesso di governo. Soffre per la drammatica povertà della sua opposizione.
Da troppo tempo il dibattito politico viene sostituito da campagne costruite esclusivamente sulla ricerca del consenso. Promesse irrealizzabili, slogan ad effetto, manifestazioni di piazza e continui richiami al fascismo sembrano aver preso il posto di programmi economici, progetti industriali, riforme della pubblica amministrazione e strategie per affrontare un mondo che sta cambiando con una velocità mai vista.
L’impressione è quella di una classe politica più impegnata a raccogliere qualche voto in più che a costruire una credibile alternativa di governo.
L’Italia ha davanti problemi enormi. Un debito pubblico gigantesco, una popolazione sempre più anziana, una natalità in caduta libera, una produttività che cresce troppo lentamente, una pressione fiscale elevata, una macchina burocratica ancora farraginosa e un contesto internazionale sempre più instabile. Nessuno di questi problemi si risolve promettendo la luna o raccontando agli italiani ciò che desiderano sentirsi dire.
In questo contesto emerge inevitabilmente la figura di Giorgia Meloni. La si può criticare politicamente, ma è difficile negare che abbia costruito una credibilità internazionale che oggi nessun leader dell’opposizione sembra possedere. L’Italia è tornata a essere ascoltata nei principali tavoli internazionali, mantiene rapporti solidi con Bruxelles, dialoga con Washington e svolge un ruolo sempre più rilevante all’interno della NATO e del Mediterraneo.
Persino il parruccone della White House, notoriamente poco incline a riconoscere autorevolezza ai leader stranieri, considera Giorgia Meloni un interlocutore non facilmente manipolabile. Questo significa che tra i due non c’è un rapporto di subordinazione o di totale sintonia politica. Significa che l’Italia dispone oggi di un Presidente del Consiglio capace di sedersi al tavolo con uno degli interlocutori più difficili della politica internazionale e far valere le proprie posizioni senza complessi di inferiorità.
È questo che rende ancora più evidente la debolezza dell’opposizione.
Invece di costruire una classe dirigente all’altezza della sfida, continua troppo spesso a rifugiarsi nella delegittimazione dell’avversario, nella ricerca dello scontro permanente e nell’uso di categorie storiche sempre meno aderenti alla realtà.
La recente vicenda del cosiddetto Campo Largo a Napoli ne rappresenta un esempio emblematico. Un progetto nato più per mettere insieme sigle diverse che per costruire una visione comune ha mostrato rapidamente tutti i suoi limiti. Quando l’unico elemento che tiene unita una coalizione è l’essere contro qualcuno, basta il primo banco di prova perché emergano divisioni, personalismi e contraddizioni.
Forse qualcosa, però, sta cambiando; sempre più cittadini sembrano guardare con crescente scetticismo a una politica costruita soltanto sull’indignazione permanente. Sempre più persone chiedono competenza, serietà e risultati invece di slogan, allarmismi e promesse impossibili. La democrazia italiana non ha bisogno di chi vede fascisti ovunque. Ha bisogno di un’opposizione che torni a fare il proprio mestiere: controllare il governo, avanzare proposte credibili, prepararsi ad amministrare il Paese quando gli elettori lo decideranno. Perché una democrazia forte non si misura soltanto dalla qualità di chi governa. Si misura soprattutto dalla qualità dell’alternativa che è in grado di offrire ai propri cittadini. Ed è proprio qui che oggi l’Italia mostra la sua fragilità più evidente.
Ogni età ha il proprio tempo, è una costante che coinvolge tutti, senza distinzioni.
Piero Terracina

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