Un’altra bella iniziativa sabato scorso al Cinema Odeon di Firenze. In attesa dell’uscita
del presequel di Amici miei è stato presentato il libro di Fabrizio Borghini e
Iacopo Nesti “Caro Amici miei” un omaggio a Monicelli e un ricordo di Germi
allo stesso tempo.
Germi lo aveva pensato e resta l’autore a tutti gli effetti, Monicelli lo ha
diretto immergendolo in quella ironia amara e graffiante propria dei toscani in
generale e dei fiorentini in particolare.
Il libro ricostruisce le storie di un gruppo di seri professionisti, da quel
Mazzingo Donati luminare della medicina (fu lui ad eseguire il primo trapianto
di midollo al mondo nel 1959) a Ernesto Nelli, uno degli architetti cui si deve
la progettazione del ponte Amerigo Vespucci, costruito a Firenze nel 1957,
rimasti goliardi nell’animo, artefici di burle più o meno grevi. Eredi di
Buffalmacco danno vita ai cinque personaggi del film che ci presentano una
storia di amicizia al maschile ambientata in una Firenze che oggi non c’è più.
Una Firenze allegra ma dolente che si avviava la suo tramonto, quella Firenze
dei rioni, quasi piccoli paesi in un contenitore più grande, accomunati dal tifo
per la fiorentina, e dall’ombra del Cupolone e di Palazzo Vecchio, resi un solo
popolo dall’orgoglio di essere fiorentini.
Quella Firenze dei pochi luoghi di ritrovo (dalle case del popolo ai circoli
ricreativi) dove però tutti si conoscevano, quella Firenze delle piazze dove
bastava sedere su una panchina per sapere tutto degli abitanti, dove tutti
parlavano con tutti.
Un film comico che non nasconde il suo lato tragico Amici miei, un film i cui
protagonisti hanno uno scopo…esorcizzare la morte con scherzi e zingarate.
Un film in cui la donna e la famiglia sono un peso e quindi marginali, un film
in cui con cinismo si elimina la parola “amore”. Frase chiarificatrice
pronunciata dal Melandri nella scena degli schiaffi ai pendolari “…ragazzi
come si sta bene fra noi, fra uomini…ma perché non siamo nati tutti finocchi”.
Quelli del film sono personaggi a tutto tondo, completi. Allegri e tragici allo
stesso tempo: con l’allegria cercano di non pensare alla morte, non solo quella
fisica, ma soprattutto quella morte sociale cui sono destinati a causa del
“nuovo che avanza” (il sessantotto, l’emancipazione femminile) nel quale non si
riconoscono.
Un libro da leggere tutto d’un fiato per continuare a scoprire, grazie ai
ricordi di Borghini, scherzi e personaggi di una Firenze ormai dimenticata a cui
pensare con un po’ di nostalgia o da scoprire inn assoluto da parte di chi, in
quegli anni, non era ancora nato.
Ci piace, nel rinnovare l’invito a leggere il libro (sarà nelle librerie il 16
marzo) chiudere con una frase di Monicelli.
Firenze rimane sempre un po’ di provincia. Ormai offre solo un’immagine da
cartolina, non è più originale come un tempo. E’ più brutta, si è fatta
mercantile, ha perso non poco della sua indipendenza, della sua arroganza…ed è
più disposta a vendersi.”
Le parole di un cinico o di un innamorato della Firenze che molti di noi amano
ancora?
Maria Rita Monaco

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