
Di fronte alla grandezza dello sciopero e delle manifestazioni di venerdì la destra italiana ha due tipi di reazioni.
La prima prova a bollare chi protesta come “fannulloni violenti” del “week end lungo” o “odiatori”; la seconda ripete che “uno sciopero qui non cambia nulla”.
Se questi signori spendono così tante energie per denigrare è perche hanno paura, perché le piazze – piene di giorno e di notte – stanno diventando un fatto politico, non un rumore di fondo.
In realtà le mobilitazioni nate attorno alla Flotilla richiedono decisioni politiche. Sanzioni, stop agli accordi militari e commerciali, assunzione di responsabilità verso il diritto internazionale. Misure che, se prese davvero, si farebbero sentire anche a Tel Aviv. È questo che mette in allarme la destra italiana: la domanda di atti concreti che smentirebbero le sue scelte di politica estera.
Parallelamente l’opposizione ha capito dove stare – dentro quelle piazze – e non a inseguire l’eterno dibattito su sigle e primarie permanenti. Quando rappresentanti parlamentari hanno scelto di esporsi, in mare e in terra, non hanno “guidato” il movimento piuttosto ne hanno riconosciuto la leadership diffusa.
Una leadership che sale dal basso. Non c’è un capo carismatico: c’è una moltitudine, una soggettività collettiva che sancisce la fine della “responsabilità” come accettazione passiva e manutenzione dell’esistente.
Una volta si entrava in politica vedendo le ingiustizie del proprio paese e della propria classe. Oggi, per chi è cresciuto con lingue, immagini e connessioni globali, Gaza non è un altrove: è parte del proprio orizzonte umano. Basta riconoscere la propria somiglianza di esseri umani con i feriti, gli affamati, i bombardati. Da questa evidenza è sgorgata una rivolta morale che ha trasformato il sentimento individuale in una forza collettiva.
Lo sciopero generale organizzato in tempi rapidi e la partecipazione davvero oceanica hanno messo in luce una frattura: una parte ampia del paese non si sente più rappresentata da classi dirigenti che confondono prudenza con inerzia.
Chi ha i capelli bianchi ritrova il filo di lotte antiche; chi ha vent’anni non sente il bisogno di archivi. È la miscela di queste generazioni che ha rimesso in moto lo sciopero come strumento vivo e ha tolto al governo l’aria di chi può sempre dettare legge e decide il da farsi. Non è nostalgia: è l’approdo di mondi diversi attorno a un’urgenza comune.
Ma ora non basta l’indignazione. Servono metodo, obiettivi, continuità: strutture leggere e solide insieme; formazione giuridica e diplomatica; capacità di resistenza; di dialogo con sindacati, nelle scuole, nelle università, e nei territori. Nessuno può pretendere di essere egemone, di mettere il cappello sopra questo movimento.
Ogni volta la realtà smentisce chi teorizza la resa preventiva, si piega al pessimismo e non ha fiducia nell’essere umano.
E oggi accade di nuovo: con piazze che chiedono atti, con una coscienza civile che si allarga e con un movimento che pretende coerenza. Si può ancora fare politica: scegliere, rischiare, cambiare rotta.
In sintesi: quello che vediamo è un’infrastruttura morale e sociale che si sta costruendo e sviluppando.
Se la politica vorrà tornare a essere tale, dovrà passare di qui. Non per mettersi alla testa, ma per mettersi al servizio.
Nella rivolta contro la disumanità mondiale c’è la ripresa di un pensiero critico del capitalismo, il riconoscimento di una situazione di oppressione e la identificazione di sé stessi negli oppressi; ciascuno con un proprio portato di ingiustizia ma dentro una condizione comune, frutto dello stesso sistema.
Scriveva Luigi Pintor nel lontano 1972: “Il popolo palestinese è il simbolo delle classi subalterne contro cui tutte le società capitalistiche accentuano la repressione.”
Questo è, a mio avviso, il senso profondo di ciò che stiamo vivendo.
Enrico Rossi

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