
C’è quell’aria pre natalizia in cui tutti fanno i buoni, abbas unsano i toni, mettono le lucine pure sulle contraddizioni. Io ci provo, ma non riesco a farmela andare giù: perché in questi mesi si vede una cosa chiarissima. Da una parte c’è il Ministero dell’Economia che prova, finalmente, a ragionare come si faceva una volta, con i conti in mano e la realtà davanti agli slogan. Dall’altra c’è una coalizione che spesso sembra andare a tentoni, come se governare fosse un continuo aggiustare la frase del giorno per non far litigare i coinquilini.
Partiamo da dove bisogna partire: Giorgetti. Piaccia o no, sta facendo il lavoro sporco. In un Paese che vive con il debito pubblico come una catena alla caviglia, provare a invertire l’inerzia, anche solo di un grado, è una cosa enorme. Non è una magia, non è un miracolo, non è una vittoria da stadio. È metodo. È disciplina. È dire qualche no, tagliare qualche illusione, rinviare qualche promessa comoda. È la politica economica che non fa scene, ma fa sostanza. E in Italia, dove si è troppo spesso governato con la speranza e con la retorica, è già una piccola rivoluzione.
Il paradosso è che mentre l’Economia prova a tenere la barra dritta, il resto del Governo sembra spesso una macchina con il volante che gira in tre mani diverse. Cerchiobottismo ideologico, appunto. Un giorno si strizza l’occhio a una linea, il giorno dopo al suo contrario, purché nessuno in casa si offenda. Così non si costruisce credibilità. E senza credibilità, i numeri che Giorgetti prova a mettere in ordine diventano fragili, perché la politica intorno li rende instabili.
Fin qui la parte interna. Ma il vero cortocircuito esplode fuori dai confini, nella politica estera. E qui, cara Giorgia, non ci siamo davvero. L’Italia sostiene a parole l’Ucraina, ma poi si muove con una prudenza che assomiglia troppo spesso a un passo indietro. Nel frattempo, dentro la stessa maggioranza, c’è chi flirta apertamente con Putin e chi pretende che tutto fili liscio perché “siamo alleati” e quindi dobbiamo obbedire, qualunque cosa dica l’inquilino della Casa Bianca. Risultato: agli occhi degli altri sembriamo un Paese che non decide. E se non decidi, non conti.
La politica estera non è il posto dove puoi permetterti il teatrino domestico. Lì non basta l’immagine, non basta la battuta, non basta la foto. Lì servono coerenza e una traiettoria riconoscibile. Se dici A, poi devi reggere A anche quando costa. Se invece dici A e fai B, il messaggio che mandi al mondo è semplice: siamo inaffidabili. E l’inaffidabilità, in geopolitica, ti trasforma in un comparsa. Ti ascoltano per educazione, poi decidono altrove.
Ed è un peccato doppio, perché Meloni, volendo, avrebbe anche le capacità per ritagliarsi un ruolo di mediazione e di posizionamento. Non parlo di pacifismi da salotto o di diplomazie da cartolina. Parlo di una cosa concreta: avere un interesse nazionale chiaro e farlo rispettare con una linea stabile, dentro l’Europa e dentro l’Alleanza Atlantica, senza fare ogni settimana una giravolta per tenere buona la tribù interna.
Qui entra il problema strutturale che ci portiamo dietro da decenni. L’Italia è afflitta da una legge elettorale vecchia nello spirito e cattiva negli effetti. Ha costruito un bipolarismo esasperato che non produce due visioni solide, produce due blocchi nervosi. Blocchi che, per vincere, sono costretti a coalizioni drammatiche, incongruenti, spesso insensate. In pratica governi con una maggioranza che nasce già piena di veti incrociati. E quando hai veti incrociati su tutto, finisci per navigare a vista su tutto.
Questo spiega perché, appena esci dai dossier economici e tocchi temi identitari o geopolitici, la barca sbandi. Ogni alleato tira da una parte, ognuno parla al proprio pubblico, ognuno si prende la sua fetta di scena. E il Paese resta senza rotta. Nel frattempo, il mondo non aspetta che noi sistemiamo le nostre beghe interne. Si ridisegnano equilibri, si spostano catene industriali, si riallineano alleanze, si decide chi conta e chi no. Se tu arrivi con una posizione confusa, finisci a fare da spettatore.
E allora sì, promuoviamo Giorgetti, perché fare ordine in un Paese indebitato è un atto di responsabilità che non si vedeva da tempo. Ma proprio per questo, critichiamo la coalizione quando procede a vista. Perché la politica economica può anche essere seria, ma se intorno hai una macchina politica che frena, accelera e sterza a casaccio, prima o poi perdi il controllo. E fuori dall’Italia, questa incertezza si paga carissima. La paghi in prestigio, la paghi in influenza, la paghi in opportunità.
Cara Giorgia, Natale è la stagione delle promesse, ma qui servono scelte. Serve una linea, una sola, riconoscibile. Serve dire ai tuoi alleati che la politica estera non è un karaoke, che con Putin non si gioca, che la fedeltà agli alleati non significa diventare telecomandati, e che sostenere davvero l’Ucraina non può restare una formula da conferenza stampa. Altrimenti succede questo: Giorgetti prova a salvare i conti, e il resto del Governo brucia credibilità. E l’Italia resta quel Paese talentuoso e stanco, capace di tutto, ma sempre trattenuto da una politica che non riesce a diventare adulta.
Il dramma e’ che l’ alternativa a questo governo sarebbe addirittura peggiore.
Piero Terracina

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