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Caporalato e controllo giudiziario: quando l’eccezione diventa regola

La decisione del giudice per le indagini preliminari di Milano di respingere la richiesta di controllo giudiziario nei confronti della società legata al marchio Paul & Shark riporta al centro del dibattito un tema sempre più controverso: l’uso estensivo di strumenti nati come eccezionali ma ormai impiegati con frequenza crescente. Il caso, che coinvolge anche figure come Alberto Aspesi e Andrea Dini, evidenzia una tensione evidente tra l’esigenza di contrastare fenomeni gravi come il caporalato e la necessità di preservare principi fondamentali di uno Stato di diritto. La scelta del GIP segna una linea di demarcazione chiara rispetto a una prassi che negli ultimi anni ha assunto tratti sempre più invasivi. Non si tratta soltanto di una vicenda giudiziaria, ma di un segnale politico e culturale sul rapporto tra impresa e giustizia.

di Luca Rampazzo | 29 Marzo 2026

La decisione del giudice per le indagini preliminari di Milano di respingere la richiesta di controllo giudiziario nei confronti della società legata al marchio Paul & Shark riporta al centro del dibattito un tema sempre più controverso: l’uso estensivo di strumenti nati come eccezionali ma ormai impiegati con frequenza crescente. Il caso, che coinvolge anche figure come Alberto Aspesi e Andrea Dini, evidenzia una tensione evidente tra l’esigenza di contrastare fenomeni gravi come il caporalato e la necessità di preservare principi fondamentali di uno Stato di diritto. La scelta del GIP segna una linea di demarcazione chiara rispetto a una prassi che negli ultimi anni ha assunto tratti sempre più invasivi. Non si tratta soltanto di una vicenda giudiziaria, ma di un segnale politico e culturale sul rapporto tra impresa e giustizia.

Nel contesto attuale, le richieste di controllo giudiziario sembrano moltiplicarsi ben oltre la loro originaria funzione. In un ordinamento democratico e liberale, strumenti di questo tipo dovrebbero restare confinati a situazioni eccezionali e circoscritte, dove vi sia un rischio concreto e dimostrabile di infiltrazioni criminali. Tuttavia, la loro applicazione si è progressivamente ampliata, arrivando a coinvolgere imprese che operano in filiere complesse e globalizzate, dove il controllo diretto su ogni anello della catena produttiva è, di fatto, impossibile. Pretendere che un’azienda possa conoscere e monitorare in maniera assoluta ogni comportamento dei propri fornitori significa ignorare la realtà economica contemporanea. Il rischio, così facendo, è quello di trasformare un principio di responsabilità in una forma surrettizia di responsabilità oggettiva.

La vicenda milanese si inserisce inoltre in un quadro più ampio di interventi della magistratura che hanno suscitato polemiche e critiche, come già avvenuto nel caso delle inchieste sull’urbanistica del capoluogo lombardo. In quell’occasione, l’impianto accusatorio si è rivelato fragile, alimentando un dibattito sulla solidità delle iniziative della Procura della Repubblica di Milano e sull’opportunità di azioni così invasive in ambiti complessi e regolati. Anche in questo caso, il rigetto del controllo giudiziario può essere letto come una battuta d’arresto significativa, che impone una riflessione sul metodo e sulle priorità dell’azione penale. Non è in discussione la necessità di combattere il caporalato, ma piuttosto gli strumenti utilizzati e il loro impatto sul tessuto economico.

Il punto centrale resta dunque l’equilibrio tra legalità e libertà economica. Se la lotta allo sfruttamento del lavoro è un obiettivo imprescindibile, essa non può tradursi in un sistema che scarica sulle imprese oneri sproporzionati e, in ultima analisi, irrealistici. Un approccio di questo tipo rischia di generare incertezza, frenare gli investimenti e minare la competitività di interi settori, senza necessariamente migliorare le condizioni dei lavoratori. La decisione del GIP milanese rappresenta, in questo senso, un richiamo alla necessità di riportare l’azione giudiziaria entro confini più definiti e coerenti con i principi di uno Stato liberale. In gioco non c’è solo l’esito di una singola vicenda, ma la credibilità complessiva del sistema e la fiducia tra istituzioni e mondo produttivo.

Luca Rampazzo

Pubblicato in : Editoriale

Info Luca Rampazzo

Luca Rampazzo, giornalista, laureato in giurisprudenza, è un imprenditore digitale, AD e cofounder di Leotech, libero professionista nel settore della comunicazione, copywrighter, commerciale e addetto stampa. Editorialista di “Milano Post” e “PensaLibero.it”. Nel tempo libero appassionato di politica e di cultura economica. Tutelato dal WWF in quanto liberista e conservatore, sogna un giorno di poter uscire dalla riserva in cui viene protetto in questo paese dove il liberismo viene trattato gratuitamente dal SSN.

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