
Avviene sempre più spesso. Si entra in un Paese libero, si attraversano i controlli, si partecipa a una manifestazione pubblica autorizzata, si parla davanti a microfoni e telecamere… e poi si dichiara che quel Paese sarebbe un “regime”. È successo con Ilaria Salis, dopo che le F.O., su segnalazione della Germania per un controllo, hanno bussato alla sua stanza di albergo, poco prima di andare alla solita manifestazione prevista, guarda caso, di venerdì o sabato, ed è qui che si è generato il cortocircuito ideologico.
Ma porca miseria… anche un poppante sa perfettamente che se davvero fossimo dentro un regime, quella stessa dichiarazione non esisterebbe. Non arriverebbe sui giornali, non rimbalzerebbe sui social, non verrebbe pronunciata in piazza. Sarebbe semplicemente impossibile, cancellata dai fatti temporali. La storia insegna che nei regimi veri il dissenso non si amplifica, si spegne, spesso in silenzio: Putin, Xi e Kim Jong Un e gli ayatollah insegnano.
Facciamo chiarezza: il punto non è difendere acriticamente lo Stato o negare che esistano problemi, limiti, storture. Ce ne sono, come in ogni democrazia. Il punto è un altro, più sottile e più pericoloso: la confusione crescente tra libertà e assenza di regole, il superamento ondivago tra diritto e arbitrio.
Però andrebbe anche ammesso che in questo quadro si inserisce anche la scelta politica di candidare e portare nelle istituzioni figure fortemente controverse, poste per propria scelta ai limiti della legalità. Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, ad esempio, hanno fatto una scelta precisa, trasformando un caso giudiziario e mediatico in una bandiera politica. È una decisione legittima sul piano politico, ma che inevitabilmente apre una domanda sul senso della rappresentanza.
Esiste poi un dato che pesa nel dibattito pubblico: con l’elezione al Parlamento europeo, la Salis ha acquisito l’immunità parlamentare, che non sospende il procedimento ma limita l’applicazione di misure restrittive senza l’autorizzazione dell’Europarlamento. Un elemento che accentua la distanza tra giustizia e politica e irrigidisce il confronto invece di chiarirlo.
Quando si arriva a definire “regime” un sistema che permette di contestarlo apertamente, si sta spostando la percezione. Non si sta criticando il potere, si sta svuotando il significato delle parole. E quando le parole perdono peso, perde peso anche la realtà dei fatti.
La democrazia non è un terreno senza confini dove ognuno può fare ciò che vuole in nome di una libertà astratta. È un equilibrio. È un sistema di regole condivise che servono proprio a garantire quella libertà, non a limitarla. Senza regole comuni, la libertà non si espande. Si dissolve. E lascia spazio al caos, oppure al più forte di turno.
E qui purtroppo si apre un altro fronte, più ampio e futurista, che non si può ignorare. L’Occidente sta attraversando una fase di estrema fragilità, quasi distratta, in cui mette in discussione le proprie fondamenta mentre attorno il mondo si muove in direzioni molto più nette. Da una parte cresce una pressione esterna, culturale e demografica, che chiede spazio e affermazione. Dall’altra, internamente, si assiste a una progressiva erosione delle regole, spesso in nome di una libertà reinterpretata fino a diventare arbitrio.
Il rischio non è lo scontro tra civiltà, come viene raccontato in modo semplicistico. Il rischio vero è la perdita di identità. Quando un sistema smette di credere nelle proprie regole, quando le considera negoziabili o addirittura superate, smette anche di difenderle. E a quel punto non serve nemmeno qualcuno che le attacchi frontalmente. Si sgretolano da sole.
Il paradosso è tutto qui. Si invoca la democrazia mentre la si trasforma in qualcosa di fluido, senza struttura. Una parola passepartout che giustifica qualsiasi comportamento, purché rivendicato con abbastanza convinzione.
Varrebbe la pena di fermarsi un attimo e riflettere. Non per difendere qualcuno, ma per difendere un concetto. Se tutto diventa “regime”, nulla lo è più davvero. E se tutto diventa “libertà”, senza regole, allora non è più libertà. È solo un vuoto che prima o poi qualcuno riempirà.
Poi non dite che qualcuno l’aveva detto quando sarà troppo tardi.
Piero Terracina

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