
L’attuale governo USA ha causato sconcerto sui mercati per un approccio ai temi di politica economica e politica estera che vengono affrontati con modalità aggressiva, ritorsiva ma anche poco stabile nella continuità delle decisioni.
Tutta da verificare poi è l’efficacia di queste modalità.
Sul tema dei dazi mi sono già intrattenuto in un paio di articoli evidenziandone la miopia ed anche la loro inefficacia in termini di azione propulsiva in termini di sviluppo del mercato domestico e riequilibratoria di scompensi commerciali.
Riflettendo un po’ più a mente fredda sulla vicende di questi giorni ho cercato di analizzare meglio quali fossero i motivi che mi hanno suscitato queste severe riflessioni e giudizi così netti nei confronti di una grande Nazione e di un Presidente appena eletto ed a grande maggioranza.
Poi ho capito. Essenzialmente è perché sono rimasto deluso ed anche molto amareggiato di come in poco tempo si sia cancellato almeno un secolo di insegnamenti di politica economica e di progresso sociale.
Non riesco certo a giudicare quella estera intanto perché non ne sarei in grado e poi perché e’ così talmente compromessa che credere che il Presidente USA fosse in grado di mettere fine velocemente a due conflitti di questa portata ed estensione può essere solo una manifestazione di grande ingenuità. Per non parlare di farlo poi in pochi giorni.
Recentemente mi sono accidentalmente imbattuto in un libro che mio padre mi ha regalato un po’ di anni fa e che avevo letto, ma avevo in parte rimosso. Questa circostanza mi ha fatto passare da una reazione devo dire un po’ emotiva ad una più circostanziata sul tema dei recenti accadimenti.
Il fatto è che alcuni concetti, principi ed insegnamenti, magari in maniera inconsapevole rimangono comunque presenti come monito nel nostro inconscio, come se fossero anticorpi che si riattivano al bisogno quando vengono a contatto con un virus. Almeno così dovrebbe essere.
Ma purtroppo siamo caratterizzati da un periodo in cui coerenza e memoria vengono sopraffatti da calcoli di convenienza e scarso spirito critico.
Si tratta di una pubblicazione del Nobel per l’economia Milton Friedman, dal titolo ‘Capitalismo e Libertà ‘ edito nel 1962. Quello regalatomi ha una bellissima introduzione dell’ex compianto Ministro Antonio Martino, nella riedizione del 2002. Sì Antonio Martino faceva parte dei cosiddetti Chicago Boys un gruppo di eccezionali economisti che riuscirono a favorire con il loro pensiero lo sviluppo della moderna teoria dei mercati secondo principi liberisti. Chissà perché poi un economista di quel livello fece il ministro degli esteri e non dell’economia (anzi lo so ma non voglio alimentare polemica politica) e non me ne vogliano gli altri ministri che si sono susseguiti che non disponevano certo della competenza e visione di Martino. Il libro tratta in maniera discorsiva e divulgativa e non tecnica il rapporto complesso tra economia e politica al fine di garantire il miglior livello di benessere e libertà dei cittadini.
Tutti noi che abbiamo studiato economia in quegli anni eravamo divisi tra due distinti emisferi di impostazione, quasi due squadre – semplificando e molto- i Keynesiani, più favorevoli ad un intervento diretto della politica nello Stato anche per favorire e sostenere fasi propulsive ed i monetaristi e liberisti della scuola di Friedman che ritenevano che il ruolo dello Stato dovesse unicamente occuparsi di definire le regole del gioco ma erano fortemente convinti della necessità che il mercato agisse secondo principi di libertà. Due impostazioni che si sono avvicendate in America ed in Europa la prima dopo la grande depressione e la seconda invece a partire dagli anni 60. Ed anche in Bocconi durante gli anni 80 era così. Chi ha studiato Economia Aziendale aveva una impostazione più vicina ai concetti di libero mercato e concorrenza chi invece ha studiato Economia Politica o il mitico DES ( discipline economiche sociali) era più vicino alle teoria interventistiche statali.
Quale fosse la migliore ricetta tra l’economa pianificata di stampo socialista e quella di tipo capitalista lo scrive la storia ed e’ sottoposta al giudizio della storia ma ci sono almeno due passaggi, ce ne sarebbero tanti altri, che vorrei riportare di quel libro e che mi sembrano assolutamente attuali riletti alla luce di quanto oggi sta succedendo e che indagano appunto il rapporto tra capitale, libero mercato e politica.
“Il tipo di organizzazione economica che offre direttamente la libertà economica, ovvero il capitalismo fondato sulla concorrenza favorisce la libertà politica perché separa il potere economico da quello politico e in tal modo fa sì che l’uno possa contrastare l’altro”.
“Oggigiorno i provvedimenti del Governo rappresentano uno dei più grossi ostacoli alla crescita degli Stati Uniti d’America: le tariffe doganali e gli altri impedimenti agli scambi internazionali..”. Quello di cui abbiamo urgentemente bisogno affinché l’economia sia al tempo stesso stabile e in crescita è una riduzione e non un aumento degli interventi pubblici”
Questa lettura o meglio rilettura mi ha fatto capire quanto l’attuale governo USA sia completamente distante da quei principi di democrazia e libertà che lo hanno caratterizzato dal dopoguerra in poi. L’inizio di questo mandato infatti prelude ad una involuzione e ad una impostazione autarchica ed egoistica che nulla ha a che fare con il ruolo storico che gli USA hanno svolto come vessillo della libertà di mercato, di iniziativa personale ed imprenditoriale e di libertà politica che questo grande paese ha orgogliosamente interpretato nella recente storia moderna.
Non so se questo sia stato a causa dell’effetto distorsivo di una economia globalizzata e concentrata in pochi centri di potere che ha aumentato il divario tra chi vive nel benessere e chi nella povertà o quasi povertà, difetto che molti attribuiscono al capitalismo, che però nacque con obiettivi del tutto opposti: ovvero quello di creare benessere ed opportunità per tutti gli individui attraverso un unico obiettivo, la garanzia di libertà ed espressione individuale.
Non a caso Captain America nacque nel dopoguerra come antidoto e risposta alla tirannia ed all’egoismo, il mio eroe preferito. Non ha super poteri ma super volontà, ma penso sia morto, almeno per ora.
Mario Alparone

Il vero rischio oggi non è l’errore. È la rinuncia.
Viviamo un tempo in cui l’America minaccia ma non guida. Rimpiangiamo figure dal carisma di JFK ad illuminare il mondo.
Oggi L’Europa si agita senza alzare davvero la voce.
Putin recita la parte del negoziatore, ma intanto misura – con precisione chirurgica – centimetro per centimetro la fragilità dell’Occidente.
La Cina osserva, attende, accumula vantaggio.
Siamo sull’orlo. E la sensazione – sempre più nitida – è che le prove di forza non stiano cercando soluzioni, ma preparando lo scontro. Ognuno mostra il fallo più virile, nerboruto e lungo.
Ma il vero vuoto non è solo politico.
È morale, culturale, umano.
Il più grande ostacolo alla crescita non è il fallimento, ma quella rinuncia tiepida che si traveste da prudenza:
“Non è il momento.”
“Non mi compete.”
“Meglio non esporsi.”
Dante lo sapeva: Celestino V non viene punito per il male fatto, ma per non aver scelto. Per aver lasciato che fossero altri a decidere.
Dostoevskij ci distingue tra: uomini d’azione e uomini di pensiero.
I primi agiscono d’impulso. I secondi pensano troppo per agire. Entrambi hanno torto, ma anche ragione. Il punto è che il tempo per restare fermi è finito. Si deve agire con testa e coraggio. Ben sapendo che il coraggio non è scevro di paura. È decidere, nonostante la paura.