Più che “ la madre di tutte le battaglie”, evocata dal premier, questa riforma della Costituzione rischia di essere la madre delle anomalie italiane. Cioè di aggravare quelle peculiarità negative che una riforma dovrebbe almeno in parte correggere.
La mobilitazione lanciata da Renzi con la manifestazione del Teatro Niccolini traccia uno spartiacque che è difficile ignorare. Chi lo fa, è costretto a barcamenarsi in modo un po’ patetico, come succede a Bersani, quando finge di aver capito male, restando fulminato dalla parodia di un Crozza, che invece da vecchio comunista ha capito benissimo.
Cento, mille, diecimila comitati, fino al quartiere, all’isolato, al condominio, per un plebiscito a favore del leader e per selezionare sul campo i futuri rappresentanti dell’Italia che guarda al futuro. A loro il capo del governo affida il compito di sconfiggere, anche con un solo voto in più, l’altra Italia tutta al negativo, quella di coloro che avanzano perplessità e riserve, o almeno vorrebbero discutere e capire, e perciò si meritano di finire nella schiera dei disfattisti e degli ottusi , di quelli -insomma- che remano contro a prescindere.
Il patto di convivenza tra tutti gli italiani, sacro nelle parole e nello spirito dei padri costituenti, diventa così un’arma impropria per esasperare le divisioni, laddove occorrerebbe, invece, la capacità di parlare al Paese con un linguaggio che, nel rispetto delle diverse posizioni, valorizzi il senso di appartenenza ad una storia ed a un destino comune.
Ciò non è nemmeno pensabile, quando tutto diventa “narrazione”, soggettivismo ipertrofico che prescinde dalla verifica e dal contraddittorio sui fatti, sino a fare apparire oziosa e inconcludente l’analisi dei contenuti.
Prepariamoci così ad un crescente tripudio per l’abolizione del Senato, che invece la riforma lascia in vita in composizione ridotta, non elettiva, con funzioni confuse e disomogenee, con senatori che dovrebbero avere il dono dell’ubiquità per fare contemporaneamente i consiglieri regionali e i sindaci. Prepariamoci a sentir mitizzare come cosa fatta la semplificazione del funzionamento delle istituzioni , difficilmente ascrivibile a merito di una riforma che introduce una pluralità di iter alternativi e differenziati nel processo formativo delle leggi, mentre crea e lascia irrisolti nuovi nodi problematici per l’attribuzione delle competenze tra lo Stato e le Regioni, presupposto di un contenzioso che proseguirà. E poi la polvere negli occhi di un modesto risparmio di spesa, irrilevante nel merito e tutto da dimostrare, come insegna la vicenda della (cosiddetta) abolizione delle province.
Di spesa pubblica e della sua riforma, di sprechi da eliminare e da riconvertire, si dovrebbe parlare con ben altro livello di impegno, non in termini simbolici, con una strizzatina d’occhio al populismo. Anche in queste ore i dati economici , che spingono a rivedere al ribasso le previsioni sulla crescita contenute nel Documento di economia e finanza del governo, lanciano una indicazione stringente: non si possono rinviare ulteriormente quelle scelte strategiche per il risanamento e la ripresa, che l’attuale congiuntura favorevole renderebbe meno impervie.
Domani potrebbe essere tardi. In economia, come nelle riforme istituzionali, niente ha valore se si prescinde dal merito, dallo spessore e dalla qualità dei contenuti. La vulgata prevalente sembra oggi premiare il movimento , il cambiamento, lo spirito dei tempi. Il resto, i dettagli, gli aspetti tecnici, le oscurità interpretative verranno viste dopo, e comunque- si teorizza- l’importante è muoversi, meglio qualcosa che niente; basta con il “perfezionismo” dei professori.
Un senso di sconcerto è inevitabile: si parla di una riforma che interviene su una quarantina di articoli della Costituzione e modifica i relativi, delicati equilibri.
I “dettagli” non sono orpelli accademici; fanno la differenza e scrivono la storia.

Lei, a detta della miinistra Boschi, è un eversivo di Casapound. La ministra ha detto che coloro che voteranno NO sono sostenitori di Casapound. Siamo al delirio megalomane patologico dei due.