L’Italia è al bivio tra ammodernamento e precipizio nel passato remoto, tra “città” e neo-ruralismo. Non è solo questione di quattrini. Al centro vi è la filosofia della storia, base di ogni progetto politico di vasto respiro e di lungo periodo, di una civiltà: ben altra cosa dalla “lista della spesa” detta altresì “contratto per il governo del cambiamento” che grottescamente elenca in ordine alfabetico le “cose da fare”. Mutamento, dunque; ma in quale direzione? Quanto accade è allarmante. Vale d’esempio l’improvvisa stolida polemica contro gli orari dei supermercati. E’ un pasticcio che rievoca le contraddizioni del regime di Mussolini: “deurbanizzare la città, urbanizzare la campagna”. Già. Voleva farlo con borgate (Aprilia, Fertilia, Pomezia, Segezia, Borgo Appio, Borgo Dominio…) originariamente immaginate di 2-3.000 “anime”. Gli scapparono di mano solo quando dall’estero scoprirono Littoria e Sabaudia, nate del tutto diverse da come poi divennero. Lo ricorda Danilo Breschi in Mussolini e la città (ed. Luni, finalista al Premio Acqui Storia).
Quale “principio” ispira Di Maio e & nella polemica contro gli orari di apertura dei supermercati? Per comprenderne la portata retrograda occorre procedere per gradi.
Ricordiamo un caposaldo della libertà oggi ben regolata: la domenica, come ogni altro giorno della settimana, è dei cittadini, che la impiegano come meglio credono, anche andando “per compere” o “a vendere”, se così preferiscono. Gli italiani hanno impiegato secoli a liberarsi dai “precetti della chiesa”, dall’antico obbligo di serbare l’attestato (indispensabile anche per impieghi civili) di essersi comunicati “almeno una volta l’anno”. Adesso si trovano insidiati nella non negoziabile…libertà di negozio: gestirsi il tempo (domenica inclusa) in santa pace o freneticamente, secondo scelte del tutto personali, al riparo da fastidiose interferenze di terzi, compresi Grandi Fratelli sono solo piccoli guardoni, accecati dal loro personale pansessualismo degenerante in senile sessuofobia., come quella di Egilberto Martire che denunciava la matrice “massonica, anarchica e socialista” della “propaganda anticoncezionale, antireligiosa, antipatriottica”, insomma: europea.
L’apertura dei grandi magazzini il sabato la domenica (giorno da alcuni ancora dedicato anche a sentir messa: massimo un’ora sulle 24 disponibili) non può essere valutata solo perché in quei due giorni viene fatturato circa il 45% degli incassi complessivi. Questo è il metro corto dell’affarismo spicciolo, pur benefico per un Paese in affanno. Però vi è ben altro in gioco. La posta è scritta nella Carta della Repubblica, che sempre più risulta lungimirante anche per aspetti che i padri costituenti manco immaginavano quando la scrissero. Per quanto possa sembrare esagerato, l’apertura dei grandi magazzini nei giorni festivi (religiosi e civili) ha a che fare con l’articolo 3 della Carta: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana…”. Chi lavora cinque giorni su sette, dal lunedì al venerdì sera, quando ha tempo adeguato di rifornirsi di cibo, bevande, detergenti e altro? E con quale argomento si potrebbe imporre la chiusura dei grandi o piccoli negozi il venerdì per rispetto degli islamici o il sabato per riguardo verso gli israeliti osservanti? E se una setta è devota a Giove e chiede il rispetto del giovedì? E che cosa dire dei numerosi italiani fedeli a Mercurio, patrono dei ladri e quindi caro a tanti concittadini? “Rimuovere” (come scrive la Costituzione) significa abolire divieti, togliere impedimenti. L’apertura dei grandi (o piccoli) magazzini nei giorni festivi è una proposta di libertà, un’opzione offerta al cittadino: non comporta l’obbligo generale di frequentarli ma possibilità di poterlo fare, secondo le proprie esigenze, e non solo in borghi classificati turistici ma ovunque, come accade negli Stati civilmente più avanzati.
L’Italia non ha affatto bisogno di restrizioni; vale semmai l’opposto, perché anche nel Bel Paese la vita non viene più quella d’antan (dall’alba al tramonto) ma è scandita dai tempi della produzione, del lavoro (purtroppo sempre negletto) e di molteplici altre variabili. Nell’antica Roma i due unici giorni sicuramente lavorativi erano il lunedì e il martedì. Nel IV secolo d. Cr. i giorni “festivi” crebbero ad almeno 165 l’anno. Sappiamo come finì. Un Odoacre qualunque sloggiò Romolo Augustolo.
Lì oggi è il punto: l’odierno calendario dei cittadini non è scandito dalle “feste” ma dal rapporto tra lavoro e tempo libero, estremamente variegato da Paese a Paese, da persona a persona, e refrattario quindi a una disciplina unitaria coatta. I laudatores della domenica di un tempo remoto han mai sentito parlare di lavoro “a domicilio”, di persone che a notte fonda comunicano col resto del mondo poiché i loro interlocutori sono all’opera? È la “Catena di Unione” che oggi fa del Pianeta una realtà unitaria: una percezione del mondo ancora estranea a “sovranisti” e a provincialotti in attesa di reddito di cittadinanza, cioè di elemosina per nulla facenti. Va ricordato che i filantropi facevano beneficenza perché erano ricchi. Lo Stato oggi non può farne, perché è indebitato fino al collo e ha esso stesso bisognoso di “aiuti”.
La disputa sollevata dal governo in carica sulla chiusura dei supermercati nei giorni “festivi” è surreale e non meriterebbe attenzione se non evidenziasse il divario tra la vita vera del Paese e la sfrenata fantasia di una manciata di “politici” che s’impancano a espressione della “volontà popolare” e sempre più mostrano la pretesa di “rieducare” gli italiani, di riportarli a “costumi” e a “valori” di loro gradimento, ma che non sono monopolio di nessuno. Nessuno (partito, sindacato, chiesa, setta…) ha titolo per imporre ai cittadini i propri. Ognuno se li decide nell’ambito delle leggi.
Nulla sarebbe se questi fondamentalisti non fossero anche, come sono, al governo, pronti a rabberciare una maggioranza in Parlamento ricorrendo al voto di fiducia per far approvare le norme più bislacche, entrando a gamba tesa nel rapporto tra offerta e domanda economica e, ancor più, nel diritto del cittadino a ottimizzare a piacimento il poco tempo che la vita gli mette a disposizione senza ledere la libertà altrui.
È il caso, appunto, della chiusura domenicale dei supermercati, spacciata come difesa dei piccoli esercizi commerciali. La diatriba si è prevalentemente incentrata sulle conseguenze economiche della pretesa restrizione e sulla prevedibile riduzione dei dipendenti dei supermercati senza apprezzabile incremento di quelli dei “piccoli negozi”, prevalentemente a conduzione “familiare”.
La questione però va posta in termini completamente diversi: nella civiltà odierna, e sempre più in prospettiva, le “feste” religiose e civili non hanno motivo di avere efficacia universale. Le prime sono puramente “memoriali” (ogni regime ha le sue: il 2 giugno anziché il XX settembre, il 25 aprile anziché il Natale di Roma…); le altre sono riservate alle confessioni religiose, “egualmente libere davanti alla legge… in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano” (Art. 8 della Costituzione).
Oggi però è vastissima la “confessione” di chi non professa nessuna religione. Anch’essa ha i suoi diritti, senza bisogno di “intese” con lo Stato. I Non Osservanti rispettano le leggi perché ne riconoscono la necessità quale pilastro delle libertà, ma chiedono che esse che si fermino sulla soglia dei diritti inviolabili garantiti dalle “Carte” fondamentali, dalla Costituzione alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo.
In materia di diritti di libertà (non solo quelli enunciati, ma quelli che si esercitano davvero) il concetto di “Occidente” è superato, perché risponde al retaggio di costumanze risalenti alla società preminentemente agro-pastorale durata in Italia sino alla fine dell’Ottocento, ma ormai superata dalla secolarizzazione della vita pubblica. Quel modello di società fu alla base del calendario vigente sino a fine Settecento.
Contrariamente a leggende più o meno fosche (vanterie dei laicisti furiosi da una parte, accuse veementi dei papisti dall’altra) anche la fase apicale della Rivoluzione francese scalfì solo superficialmente le abitudini consolidate. L’avvento della Repubblica il 22 settembre 1792 venne fatto coincidere con l’equinozio autunnale di Parigi e assunto quale inizio dell’anno, suddiviso in dodici mesi di 30 giorni ciascuno, a loro volta ripartiti in decadi, con otto giorni lavorativi e due festivi ciascuna. I cinque giorni ulteriori, detti sanculottidi, furono dedicati a Virtù, Genio, Lavoro, Opinione e Ricompense. L’anno bisestile ebbe un giorno “smutandato” in più. Proposto da una commissione di scienziati illustri, tra i quali il grande Lagrange, la riforma del calendario fu approvata il 5 ottobre 1793. La sostanza della vita mutò poco. Se con la settimana cattolica i giorni sacri al signore (dominus, donde domenica) erano quattro o cinque, quelli votati all’Ente Supremo e/o alla repubblicana Dea Ragione (venerata in processioni tanto compunte quanto involontariamente comiche) salirono a sei, a parte le festività civili, numerose come quelle cristiane (Circoncisione, Epifania, Pentecoste…). La nuova datazione con la denominazione dei mesi (vendemmiaio, Brumaio, …fino a Termidoro e Fruttidoro) generò una quantità di grattacapi, specie per gli storici che dovettero poi raccapezzarsi in quel ginepraio. Il 1° gennaio 1806 Napoleone impose il ritorno all’antico. Nel frattempo, quando passò in Italia, la Rivoluzione sostituì le messe domenicali con riunione nei Circoli costituzionali, dove ogni giorno festivo, come il Mostro dell’Apocalisse, i giacobini “facevano nuove tutte le cose”, ma solo a parole, come tocca agli utopisti, prima o poi costretti a fare i conti con l’amara realtà: i conti, appunto.
Anche la datazione dell’“Era” dalla proclamazione della Repubblica (1792), come poi quella dall’avvento dell’Impero di Napoleone I, durò poco. Rimase un vezzo ripetuto da altri regimi, che risultarono un po’ più durevoli ma molto più segmentati e comunque effimeri, come quello fascista. Il ritmo tra giorni festivi e feriali rimase pressoché immutato. Le principali solennità dell’ancien régime cambiarono nome ma rimasero più o meno le stesse.
Nessuna pausa valeva invece nei lavori agricoli. A differenza degli “stagionali”, tenuti a orari quotidiani prolungati in certe fasi dell’anno per essere poi lasciati molti mesi ai margini della “produzione”, gli agricoltori e soprattutto gli allevatori erano e sino a poco tempo fa rimasero inchiodati all’orario non degli umani ma del bestiame. La raccolta dei frutti (dalle uve alle castagne) o dei bozzoli (che non c’è più ma per secoli fu dominante) era compatibile con pause, ora brevi ora prolungate per il maltempo o altro. La stalla invece era implacabile: distribuire il fieno, mungere, ripulirla alla meglio dalle deiezioni degli animali erano vincoli identici giorno dopo giorno e non ammettevano eccezioni. La “liberazione” è venuta con la meccanizzazione e l’automazione, più rapida nei paesi dalle culture estensive e degli allevamenti di grandi dimensioni, più lenta altrove. Ma neppure queste hanno modificato lo scenario.
Negli altri settori lavorativi la vera svolta è legata all’accelerazione della secolarizzazione e all’ormai preminente irrilevanza dell’identificazione tra religiosità e giorni deputati alla pratica devozionale. La chiesa ortodossa ha sempre considerato giorno festivo non solo la domenica ma anche il sabato, che invece in “Occidente” era quasi ovunque lavorativo. Solo recentemente, e con ritmo vieppiù rapido e diffusione ormai irreversibile anche tra i più bigotti, la “messa settimanale” è stata anticipata al sabato (prevalentemente tardo pomeriggio) per lasciare la domenica alle attività sportive, a brevi vacanze, all’ozio… o, appunto, agli acquisti nei grandi magazzini, a volte attigui a tentatrici multisale cinematografiche e, infine, alla “famiglia”: non quella col cognome inciso sulla targhetta del banco nella navata centrale delle chiese ma quella che, quando c’è (ed è caso sempre più raro), si dedica a sé medesima.
Nei secoli in molte città il sabato fu scelto dai cristiani come giorno di mercato proprio perché vietava agli ebrei di uscire dai ghetti, ove erano raccolti nelle devozioni del loro giorno festivo. La comunità dei fedeli si valeva delle interdizioni afflittive nei confronti dei “giudei”, come gli ebrei erano solitamente detti (e non proprio nel ricordo di una tribù, quanto dell’apostolo fedifrago). Solo decenni dopo il varo della Costituzione che proclama l’uguaglianza dei cittadini dinnanzi alle leggi, in Italia si passò dalle enunciazioni di principio ai provvedimenti applicativi, per esempio per fissare il calendario di esami di Stato, inclusi quelli di maturità o i giorni delle elezioni, soprattutto quando distribuiti su due giorni (qualcuno penso di far votare il sabato e la domenica anziché la domenica e il lunedì).
Questo è il passato remoto. Il presente è fatto di “gride manzoniane” del governo in carica, di annunci, minacce e provvedimenti di cui nessuno sente il bisogno e che fanno male alla salute pubblica e privata anche se non divengono né leggi, né circolari. Le “parole”, come hanno osservato glacialmente il Presidente Sergio Mattarella e Mario Draghi governatore della BCE, vanno usate con misura. Altrimenti diffondono incertezza, precarietà, discredito. Una sola risposta sale dal Paese verso il governo: i cittadini hanno diritto di essere lasciati in pace, di vivere senza bisogno di urla quotidiane. Alle spalle hanno millenni di storia e di scelte, spesso sbagliate, tra arretratezza e modernità. Oggi chiedono più libertà: cambiamento, si, ma in meglio.
Aldo A. Mola

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