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C’era una volta Bersani, il liberalizzatore. Oggi, un pezzo di PD che conta, si schiera contro il Decreto Monti per l’apertura dei negozi.

di Giancarlo Magni | 9 Gennaio 2012

Piano piano a sinistra si stanno accorgendo che il prezzo pagato per levarsi di torno il Cav., e cioè il via libera, inizialmente quasi entusiastico, a Monti, è stato, forse, troppo alto. Sul tavolo non ci sono solo i delicatissimi temi del lavoro, articolo18 intesta, ma anche questioni apparentemente molto più semplici che, per le loro ricadute, pratiche ed ideologiche, potrebbero avere effetti devastanti sul modo di sentire tipico della sinistra. E’ il caso delle liberalizzazioni proposte da Monti per gli orari dei negozi. A fronte del provvedimento il presidente della Toscana, Enrico Rossi, non si è limitato solo a ricorrere alla Consulta contro la legge nazionale (il presidente  ha fatto anche una circolare a tutti i comuni perché diano applicazione alla normativa regionale e non a quella nazionale) ma ha addirittura invitatola Chiesaa scendere in campo contro quella che ha definito “un attentato alla nostra identità culturale”. Perché questo atteggiamento? Lasciamo stare le teorie sostenute dalle associazioni dei commercianti, e comunque riprese anche da Rossi, sul fatto che questa misura favorirebbe in via esclusiva la grande distribuzione. Non è vero, o almeno è vero solo in parte e cioè esattamente nella misura che quello del diffondersi della grande distribuzione, visti i vantaggi che comporta per i consumatori, è un processo inevitabile e anche giusto (un risparmio sulla spesa annua del 20 per cento equivale ad una mensilità aggiuntiva per le famiglie italiane). Cerchiamo di capire invece le ragioni non dichiarate o dichiarate solo in parte. La misura aumenta gli spazi di libertà dei cittadini soprattutto in quanto individui e questo mette a disagio una certa sinistra ancora legata ai miti dei momenti collettivi della vita di ognuno di noi. La cultura “collettiva” si sta sgretolando, la fabbrica, come luogo di lavoro delle grandi masse non è più centrale nella vita economica, ma anche il divertimento si è da tempo individualizzato, internet ne è l’esempio più lampante, e il cinematografo, come luogo di fruizione collettiva di un film, è ormai quasi residuale. Se si individualizza, come scelta dei tempi e dei luoghi, anche l’acquisto dei generi di prima necessità, il cerchio si chiude. Passa poi il concetto, attraverso la liberalizzazione proposta, che il “consumo” è un valore da tutelare e questo, da qui l’appello alla Chiesa, assegna all’uomo una dimensione che non è proprio quella cara alla sinistra tradizionale (che però si lamenta se i consumi si contraggono, il che ha ovvie ripercussioni su produzione e posti di lavoro).  C’è poi una terza motivazione all’alzata di scudi di tanti esponenti della sinistra, una motivazione non dichiarata ma che noi consideriamo centrale (vale sempre di più il vecchio detto andreottiano che a pensar male si fa peccato ma spesso si indovina il nocciolo del problema). A nostro avviso le preoccupazione di Rossi, e con lui dei presidenti di Emilia Romagna ed Umbria, sono motivate anche dal fatto che le misure di Monti possono creare più di una difficoltà alle Coop. Non perché le Coop non beneficerebbero delle liberalizzazioni, per quanto attiene alle vendite, ma perché potrebbero avere qualche ripercussione negativa per quanto attiene alla concorrenza. E’ noto infatti da tempo che fra Coop e sinistra c’è un forte legame non solo di identità ma anche di interessi, ovviamente legittimi ma sempre interessi. Non è certo un caso se le 15 città italiane che sono state sempre amministrate dalle sinistre, o sono state amministrate per la stragrande maggioranza degli anni, vede oggi assegnate alle Coop quote di mercato largamente superiori al 40 per cento. Cosa che non ha riscontro, a parti rovesciate, per nessun altro tipo di grande distribuzione. La tesi non è nostra ma è di un deputato romagnolo di centrodestra, Sergio Pizzolante, che conosce bene i suoi polli. Per Pizzolante “il complesso del provvedimento approvato dal governo tecnico attacca i monopoli, che nelle regioni governate da Rossi ed Errani sono il monopolio coop e crea invece competizione di mercato, non solo per l’orario di apertura libero ma anche perché avvia una deregulation sulle concessioni…potranno arrivare altri grandi operatori e fare concorrenza alle coop”.

E pensare che una volta era Bersani che amava definirsi come  l’unico vero liberalizzatore dell’economia italiana.

Pubblicato in : Primo pianoTag: apertura negozi, decreto monti, enrico rossi, legge nazionale, liberalizzazioni, luogo di lavoro, partito democratico, pierluigi bersani, toscana

Info Giancarlo Magni

Giancarlo Magni, giornalista professionista, ha seguito per anni, a Roma, la vita politico-parlamentare. Ha lavorato nella carta stampata, nelle radio e nelle TV. Ha collaborato con la Nuova Eri e con il RadioCorriere. In Rai, e’ stato prima alla redazione del TGR della Liguria e poi al TGR della Toscana, dove ha ricoperto la carica di Vice Capo Redattore. Attualmente è VicePresidente del Comitato Regionale per le Comunicazioni della Regione Toscana. Fa parte del Comitato Direttivo della Fondazione “F. Turati”, una Onlus che opera in Toscana, Lazio e Puglia e che gestisce Centri di Riabilitazione, Rsa, Centri per disabili e strutture per persone in stato vegetativo permanente e per malati di Alzheimer.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. franco guerrazzi

    10 Gennaio 2012 alle 01:54

    Una parte del P.D. sarà d’accordo con la liberalizzazione ed una parte non lo sarà, i voti sono da tutte due le parti…………questa sceneggiata chi è vecchio come me, la gia vista negli anni ottanta quando i mobilieri di città volevano che i mobilieri delle cittadine produttrici chiudessero le mostre alla domenica. “le amministrazioni di sinistra delle città capoluogo formarono dei comitati per la chiusura mentre le stesse amministrazioni,politicamente parlando,ddei comuni produttori ne formarono altre per l’apertura e dopo inutili incontri pian piano la cosa passò in secondo piano e fu cosi che non persero neppure un voto……………………….

    Rispondi
  2. alessandro de rossi

    9 Gennaio 2012 alle 17:10

    Da iscritto (coscritto e costretto) ad un ordine professionale da oltre trentacinque anni, a proposito di liberalizzazioni ritengo che per esercitare la professione non sussista alcun motivo per mantenere ancora in piedi questa vetusta organizzazione (creata dal fascismo per escludere gli ebrei dalle libere professioni).
    Penso che gli ordini rappresentino comodi strumenti utili soltanto per la professione di coloro che dall’interno li “amministrano”: nelle cariche di presidenti, vice presidenti, consiglieri, consulenti, ecc. Rappresentando, di fatto, i veri primi concorrenti (per la visibilità di cui godono e non solo) di coloro che sono obbligati all’iscrizione per poter svolgere “liberamente” l’attività professionale.
    Speriamo che l’antitrust ne prenda finalmente debito atto, facendo amministrare tali organismi (se proprio debbono essere mantenuti a vita e non soppressi come enti inutili) da tecnici esterni assunti con pubblico bando, che non esercitano la professione dell’ordine presso il quale svolgono l’attività, onde evitare forme di concorrenza sleale nei confronti della maggioranza degli iscritti. Esempio lampante di concorrenza: Se il presidente del mio ordine chiede appuntamento urgente col sindaco della mia città viene ricevuto immediatamente. Se la stessa cosa la faccio io, manco mi rispondono. Cari saluti

    Rispondi

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