Mentre chi esporta e chi va a collocare all’estero remoto come Asia, India Cina, Sud America tira ancora un respiro, chi produce solo o prevalentemente per il mercato italiano sussulta e si affanna.
Dai! In fondo in fondo, proprio in fondo, il lumicino c’è. Vi ricordate il lumicino in fondo al tunnel che già tre presidenti del consiglio fa, cioè da Monti, ci veniva annunciato come inizio della ripresa? Ecco forse è arrivato quel segnale ma è molto molto debole. C’è il lumicino ma non c’è il lavoro. Qualche segno “più” ma molti meno nella riga “occupazione”. E non solo perché intanto la cosiddetta crisi di trasformazione ha trasformato anche il lavoro ma perché gli imprenditori non assumono per due o tre contributi o aiutini fiscali ma assumono se c’è produzione che viene dalla domanda che viene dalla ripresa dei consumi interni. Ecco il problema. Non si riprende abbastanza, quasi un sibilo, il consumo interno. Mentre chi esporta e chi va a collocare all’estero remoto come Asia, India Cina, Sud America tira ancora un respiro, chi produce solo o prevalentemente per il mercato italiano sussulta e si affanna.
I tre piccoli segnali che fanno il lumicino di questa prima parte dell’anno 2014 sono i seguenti: produzione industriale con un più 1,7 per cento sull’anno scorso, una ripresa modesta dei consumi interni più 0,5 per cento, ma su una voragine di 65 miliardi di euro perdute tra il 2007 e il 2013 secondo Prometeia. Ma poi c’è l’emergenza tasse: udite – udite un aumento delle entrate erariali accertate sulla base della competenza, che sono aumentate nell’ultimo periodo certificato dal Ministero delle finanze dell’1,2 per cento rispetto allo stesso periodo 2013 per un ammontare di quasi 62 miliarid di euro, con un più 735 milioni di euro. Di questo appena (oserei sottolineare appena) 50 milioni da recupero evasione ed elusione. Su tutto questo un bel 12 per cento di disoccupazione in crescita e un bel 45 per cento di disoccupazione e inoccupazione giovanile.
Morale semestrale; forse manifatture industria vedono un lumicino ma non tutte, cominciano a calare anche le esportazioni, vanno bene alcune imprese di alta gamma che mandano prodotto e semilavorato all’estero, ma nonostante il bonus fiscale rimane bassa bassa la tendenza del consumo interno ( la gente non spende) e su tutto grava il sistema fiscale ancora troppo squilibrato. Pagano i redditi fissi e i pensionati, pagano meno del dovuto o non pagano affatto il dovuto gli altri. Ha ragione il presidente Renzi a dire che le riforme istituzionali e quella elettorale sono il “pin” per mettere in moto la tastiera del sistema Italia. Ma è anche vero che pur scattando il pin del nuovo Senato e magari della nuova legge elettorale il rischio è che i tasti che si pigiano saranno sempre quelli. Se a riforme attuate pagheranno sempre i soliti non sarà stato un pin molto utile. Le imprese hanno bisogni di ordinativi veri non di promesse di segnali, le persone che tutti i giorni vanno a fare la spesa, e sono a reddito fisso calante, hanno bisogno di coerente sviluppo non di annunci di sconti, che pure al momento allettano. Il vero “pin” di cui abbiamo bisogno non ha numeri ma sette letterine: si chiama fiducia

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