Stampa e reti televisive opportunisticamente servili operano per far passare il Renzi-pensiero come unico interprete dei sentimenti del Paese e della sua opinione pubblica; e, al tempo stesso, tendono a focalizzare l’attenzione solo sugli aspetti più populisticamente condivisi.
Renzi: “I primi a volere le riforme sono i cittadini”.
Napolitano: “Non si agitino spettri di insidie e di macchinazioni autoritarie”.
Boschi: “Svolta autoritaria? E’ un’allucinazione”.
Prendo, più o meno a caso, le dichiarazioni di tre tra i principali protagonisti delle cosiddette riforme (il quarto e più importante, il neoassolto “consumatore finale”, al momento non si sbilancia).
Queste dichiarazioni, lungi dall’essere rassicuranti, testimoniano come, da parte del Governo e di una Presidenza della Repubblica che se ne è fatta testimonial, si intenda portare avanti le “riforme” in clima di sorda chiusura ad ogni forma di critica.
Da un lato, Renzi identifica il 41% dei voti espressi a favore del PD (ma molto meno ove ci si riferisca agli elettori) come l’intera opinione pubblica. Che, se è in linea di massima favorevole al superamento del bicameralismo perfetto ed anche ad una riduzione del numero dei senatori che va incontro ad un facile populismo, non so sino a che punto, ove venisse correttamente informata, sarebbe favorevole al complesso delle riforme, così come oggi viene proposto all’approvazione del Senato.
Stampa e reti televisive opportunisticamente servili operano per far passare il Renzi-pensiero come unico interprete dei sentimenti del Paese e della sua opinione pubblica; e, al tempo stesso, tendono a focalizzare l’attenzione solo sugli aspetti più populisticamente condivisi (riduzione del numero dei senatori come strumento di riduzione dei costi della politica; riduzione del ruolo del Senato come strumento di una presunta semplificazione; aumento da 500 a 800 mila delle firme occorrenti a proporre un referendum abrogativo come scure per scoraggiare l’eccessivo ricorso allo strumento referendario).
Sorvolano colpevolmente, invece, su altri aspetti che vanno invece in direzione esattamente opposta a quanto gli italiani stanchi dello strapotere della casta partitica auspicano. Tra questi, le modalità di nomina (sarebbe meglio dire cooptazione) dei futuri senatori, affidate a listini bloccati votati con criterio proporzionale da consiglieri regionali dei quali il meno peggio che si possa dire è che rappresentano le terminazioni locali, sovente a carattere clientelare, di quegli stessi apparati di partito che si sono autoconfezionati l’Italicum.
E, fatto gravissimo, e pertanto accuratamente taciuto, è che la combinazione di Italicum e riforma del Senato porterà alla ovvia conseguenza che, riducendosi a 100 il numero dei Senatori, un Presidente del Consiglio che, pur non disponendo di una maggioranza nel Paese, si vedrà regalati 340 deputati a lui fedeli su 630, avrà bisogno di soli 25 Senatori per ottenere la maggioranza assoluta nell’insieme delle due Camere, e quindi per poter eleggere il Presidente della Repubblica, sia pur dopo il nono scrutinio.
E’ facile quindi immaginare come si svolgerà l’elezione del Presidente della Repubblica in regime renzicratico: basterà far fallire i primi otto scrutini, ed attendere il nono, perché i deputati del partito premiato dall’Italicum, con l’aggiunta di un 25% di senatori nominati, possano da soli eleggere il Presidente della repubblica che più aggrada loro.
Su tutto ciò si tace: e su tutto ciò si consuma una colossale truffa ai danni degli italiani che vorrebbero veder ridotto, e non aumentato, il potere di una partitocrazia composta da apparati che non rispondono democraticamente neanche agli iscritti ai relativi partiti.
In questo gioco delle tre tavolette si agitano alternativamente la carta del ricorso a nuove elezioni, quella delle condizioni economiche del Paese (delle quali peraltro ci si occupa ben poco), quella del fare (ed in fretta), creando un clima di conformismo e di acritica rassegnazione.
Chi si oppone a questa degenerazione viene invitato da Napolitano a non agitare ipotesi di spinte autoritarie, e viene bollato dall’ineffabile ministra Boschi come vittima di allucinazioni.
Tali sono il livello ed il tono del dibattito.
Circa 200 anni fa, Hamilton, Jay, Madison, sulle pagine di uno dei quaderni di “The Federalist”, scrisse: “il mezzo per preservare la libertà non consiste nell’indebolire l’esecutivo, ma nel rafforzare il potere del popolo contro l’esecutivo”.
Le riforme che ci si vorrebbe propinare indeboliscono e non rafforzano il potere del popolo. E non rafforzano le istituzioni che rappresentano il popolo, ma le mettono semplicemente nelle mani degli inquilini che le occupano, senza che vi siano mezzi per poter dar loro, alla bisogna, lo sfratto.
A ben vedere, non c’è da stupirsi per una degenerazione che segue e completa il peggior periodo della storia dell’Italia Repubblicana. A fondatori della Repubblica che si erano formati nell’antifascismo e nella Resistenza, che costruivano un Paese sulle macerie e sulle lapidi di una guerra perduta e da essi non voluta e che, nelle loro diversità, erano fortemente uniti nel progetto di una Costituzione che sostanzialmente dicesse “mai più”, vediamo oggi sostituirsi, quali ri-fondatori della Repubblica personaggi che, in un cosciente cinismo, ingannano gli italiani e tradiscono la democrazia. Altro che allucinazioni, questo è un incubo.

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