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Budapest, l’Europa e l’ombra della guerra

Se Trump e Putin si incontreranno a Budapest, l’Ucraina rischia di pagare il prezzo della pace. E l’Europa di assistere da spettatrice a un vertice che deciderà anche del suo futuro. L’Europa torna a riunirsi all’ombra della guerra. Al Consiglio europeo di Bruxelles di giovedì, la crisi ucraina dominerà ancora una volta l’agenda dei leader europei, mentre all’orizzonte si profila uno scenario che ricorda i momenti più bui della diplomazia del Novecento: un possibile accordo imposto da Donald Trump e Vladimir Putin, a Budapest, senza l’Europa al tavolo.

di Alessia De Luca | 22 Ottobre 2025
FILE PHOTO: Hungary’s Prime Minister Viktor Orban and Ukrainian President Volodymyr Zelenskiy attend a European Union leaders’ summit in Brussels, Belgium June 27, 2024. REUTERS/Yves Herman/File Photo

L’Europa torna a riunirsi all’ombra della guerra. Al Consiglio europeo di Bruxelles di giovedì, la crisi ucraina dominerà ancora una volta l’agenda dei leader europei, mentre all’orizzonte si profila uno scenario che ricorda i momenti più bui della diplomazia del Novecento: un possibile accordo imposto da Donald Trump e Vladimir Putin, a Budapest, senza l’Europa al tavolo. Dopo aver promesso nuovi missili Tomahawk a Kiev, Trump ha fatto marcia indietro, lasciando intendere che la sua idea di “pace” passa anche per concessioni territoriali al Cremlino. Nelle capitali europee cresce il timore che il presidente americano si stia lasciando trascinare nel gioco di Putin, abile a guadagnare tempo e margini diplomatici. La scelta della sede non è casuale: Budapest, capitale dell’Ungheria di Viktor Orban, unico Paese europeo dove Putin non rischia l’arresto nonostante un mandato internazionale per crimini di guerra. Ed è proprio lì che, nel 1994, l’Ucraina firmò con Russia, Stati Uniti e Regno Unito il Memorandum di Budapest, rinunciando all’arsenale nucleare sovietico in cambio di garanzie di sicurezza poi disattese da Mosca: prima nel 2014, con l’annessione della Crimea, e poi nel 2022 con l’invasione dell’Ucraina. “Un altro scenario come quello di Budapest non sarebbe positivo”, ha ammesso Zelensky, “ma se può portare la pace, il luogo non avrà importanza”. Per ora, però, il vertice resta senza data. Il meeting preparatorio tra il segretario di Stato americano Marco Rubio e il ministro russo Sergej Lavrov è stato sospeso: secondo la Cnn, “le due parti nutrono aspettative divergenti sulla possibile fine dell’invasione russa”.

Pur di finirla?

Secondo fonti del Financial Times, gli allarmi europei sarebbero più che fondati: venerdì scorso, durante un incontro alla Casa Bianca, Trump avrebbe ripetutamente intimato a Zelensky di accettare le condizioni di Mosca, altrimenti la Russia avrebbe “distrutto” l’Ucraina. La riunione, più volte degenerata in urla e insulti, avrebbe visto il presidente americano scagliare via le mappe del fronte, ripetendo parola per parola gli argomenti del leader russo nella telefonata del giorno precedente. Non solo Trump ha rifiutato di vendere all’Ucraina nuovi armamenti, ma ha anche esercitato pressioni su Zelensky perché ceda territori ancora sotto controllo ucraino — come le parti del Donbas non occupate — in cambio di regioni che la Russia riesce a malapena a trattenere, come Kherson e Zaporizhzhia, dove l’esercito di Mosca non registra progressi dal 2022 nonostante perdite sempre più drammatiche. Nel resoconto del quotidiano britannico, il tono e i contenuti del faccia a faccia testimoniano ancora una volta la disponibilità della Casa Bianca ad assecondare le richieste più estreme di Putin pur di mettere fine al conflitto.

L’Europa corre ai ripari?

Nel tentativo di scongiurare un accordo che penalizzi Kiev ed esponga l’Europa alle mire imperialistiche del Cremlino, Zelensky e i leader di nove paesi europei hanno firmato una dichiarazione in cui insistono affinché i negoziati con la Russia si basino sulle attuali linee del fronte. Anziché cedere ulteriore terreno a Mosca, l’attuale linea di contatto “dovrebbe essere il punto di partenza dei negoziati” sottolineano i firmatari tra cui Francia, Regno Unito, Germania e Italia, nonché la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, ribadendo la propria fedeltà “al principio secondo cui i confini internazionali non possono essere modificati con la forza”. Non è tutto: a Bruxelles i leader europei punteranno a concordare l’utilizzo di asset russi congelati a garanzia di un prestito di 140 miliardi di euro per armare l’Ucraina. Il Cremlino ha condannato fermamente l’idea, descrivendola come “un sequestro illegale di proprietà russe, o, per dirla in parole povere, un furto”, e minacciando azioni legali. I 27 sono ancora in disaccordo anche sulla prossima tornata di sanzioni contro Mosca, che include il divieto sul gas naturale liquefatto russo a partire da gennaio, con la Slovacchia che si oppone finché non otterrà ulteriori concessioni. Ieri, tutti i paesi membri ad eccezione di Slovacchia e Ungheria, hanno concordato la completa eliminazione del gas russo dall’Europa entro il 2028.

Cosa altro possono fare i leader europei?

La posizione degli europei è tutt’altro che facile. Trump non solo non li ama, ma condivide con Putin un atteggiamento sempre più ostile all’Europa, tanto che — proprio come il leader russo — potrebbe aver interesse a dividerla e indebolirla. Entrambi sanno che la caduta dell’Ucraina rappresenterebbe una minaccia esistenziale per l’Unione. Una vittoria di Mosca, con l’arsenale ucraino nelle sue mani, le consentirebbe di consolidare la presenza militare ai confini orientali e di estendere la minaccia a tutta l’Europa: direttamente, nel caso di Polonia, Repubbliche Baltiche, Romania e Moldavia; indirettamente, attraverso sabotaggi e campagne di disinformazione — già in corso da anni — mirate a disgregare l’Unione e a sostenere le forze populiste e filorusse utili al disegno del Cremlino. Come ricorda El País, il vertice in Alaska ha già segnato il ritorno di Putin sulla scena globale. Se quello di Budapest dovesse davvero tenersi, il rischio è che ne sancisca la piena riabilitazione politica. E che a farlo, paradossalmente, sia un Paese dell’Unione europea, mentre l’Ucraina combatte ancora – sempre più sola – una guerra che decide anche il destino dell’Europa.

Il commento

Di Eleonora Tafuro Ambrosetti, ISPI Senior Research Fellow

“Kaja Kallas ha liquidato la possibile visita di Putin a Budapest come “not nice”. Un eufemismo, ovviamente: l’idea che il presidente russo, ricercato dalla Corte penale internazionale, possa circolare in un Paese dell’UE sta creando un certo imbarazzo nelle capitali europee. Ma per Viktor Orbán, un incontro del genere sarebbe perfettamente coerente con la strategia di presentarsi come “facilitatore del dialogo”, contrapposto ai “guerrafondai” di Bruxelles. Il problema è che, finché il recesso ungherese dallo Statuto di Roma non sarà effettivo (e non lo sarà per almeno un anno), Budapest resta obbligata ad arrestare Putin. Difficile credere che lo farà mai. Eppure, il caso mette anche a nudo i doppi standard europei: pochi avevano sollevato obiezioni quando Netanyahu, anche lui nel mirino della CPI, era stato accolto con tutti gli onori proprio a Budapest lo scorso aprile”.

Alessia De Luca

Pubblicato in : Editoriale, EsteriTag: BUdapest, europa, Orban, putin, Russia, Trump, Zelensky

Info Alessia De Luca

Journalist, Advisor for Online Publications, Responsabile ISPI Daily Focus
Relazioni Translatantiche. Alessia de Luca is a professional Journalist and an expert of US politics, in charge of the daily newsletter ISPI Daily Focus and of the Focus USA2024. She has served as Middle East and Northern Africa correspondent from 2005 to 2009. Previously at Skytg24, she also contributed for RAI and Radio Vaticana. Her works were published among others by La Stampa, Lifegate, Nigrizia, Avvenire and EastWest.

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