
Ogni anno lo Stato italiano brucia una cifra che dovrebbe togliere il sonno: oltre 1.100 miliardi di euro, più o meno la metà del PIL. Dentro questa montagna ci sono tre voragini che dettano l’agenda: circa 360 miliardi in pensioni, 137 miliardi in sanità, 97 miliardi in interessi sul debito. A ruota arrivano i 180 miliardi del pubblico impiego e una giungla di sussidi, enti, incentivi e contributi che si perdono nei meandri della burocrazia.
Eppure la politica si azzuffa per settimane su una manovra da 18,7 miliardi, come se quella somma fosse il nuovo Rubicone. È un’inezia rispetto a ciò che spendiamo per far girare la macchina. È come litigare per un secchio d’acqua mentre la casa brucia.
Poi c’è la farsa dei superbonus: 40 miliardi ancora da smaltire, parcheggiati in bilancio come una mina a orologeria. Più del doppio dell’intera manovra. Ci scanniamo per spostare spiccioli mentre i conti perdono sangue da una ferita che nessuno vuole suturare.
La verità è semplice e scomoda: viviamo sopra le nostre possibilità da decenni. La spesa cresce, gli interessi non perdonano, le entrate arrancano, e il rimedio è sempre lo stesso: rinviare. Leggi tampone, promesse a scadenza, finestre che si aprono e non si chiudono mai. Un’economia con la data di scadenza stampata sopra, ma la si copre con l’etichetta del “si vedrà”.
Nel rito del dibattito pubblico c’è chi chiede più soldi per i pensionati, chi più fondi per la sanità, chi meno tasse per tutti, chi più investimenti per la transizione. Tutti vogliono dare, nessuno vuole togliere. È l’illusione collettiva del nostro tempo: credere che basti rimescolare i bonus per cambiare il destino del Paese.
Detto questo, qualcosa si muove. Questo governo, senza miracoli, sta provando a invertire l’inerzia del debito: linea più prudente sulla spesa corrente, freno alla giostra dei crediti d’imposta, tentativo di tenere insieme crescita e disciplina. L’atteggiamento più sobrio è stato riconosciuto dalle agenzie di rating e apre la strada a un’uscita dalla procedura per eccesso di debito. Non è il traguardo, ma è un’inversione di rotta rispetto al costume nazionale del rinvio perpetuo.
Resta però il nodo politico. Un Paese che muove oltre 1.100 miliardi l’anno non può fingere di governarsi con una manovra da diciotto mentre deve trovarne quaranta solo per coprire un errore di design contabile. Senza riforme vere, senza il coraggio di tagliare ciò che non serve, senza una gerarchia limpida delle priorità, continueremo a vivere di toppe.
Siamo un’azienda tecnicamente fallita che continua a distribuire dividendi. Applaudiamo il colore del prossimo bilancio e ignoriamo la matematica che lo regge. Se questa stagione di prudenza diventerà cultura di governo, forse usciremo dal teatro delle illusioni e torneremo all’unica cosa che conta davvero: far quadrare i conti per liberare risorse autentiche a favore di chi produce, lavora, cura e studia. Altrimenti cambieranno i titoli, cambieranno le facce, ma la trama resterà la stessa.
Piero Terracina

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