Le consuete analisi e gli affrettati giudizi che mirano ad orientare la commozione, lo sdegno e la rabbia degli italiani a favore dei propri interessi, politici o di altro genere, sono da respingere con forza.

L’odioso e vile attentato di Brindisi, vicino alla scuola intitolata a Morvillo-Falcone, è quanto di più efficace per risvegliare alcuni dei tratti distintivi e più criticabili del nostro Paese: il vittimismo, il complottismo, il bisogno di individuare subito il nemico che è la fonte dei nostri guai, la superficialità e, soprattutto, la mancanza di un forte sentimento di solidarietà nazionale cui fare appello nei momenti di maggiore difficoltà.
Ci mancava, poi, anche il terremoto con le sue vittime e la scia di prevedibili polemiche, accuse e controaccuse, e, soprattutto, mancanza di assunzione della propria quota di responsabilità da parte di tutti, per gettare ulteriore benzina sul fuoco.
Dolore e preoccupazione sono fuori discussione. Le consuete analisi e gli affrettati giudizi che mirano ad orientare la commozione, lo sdegno e la rabbia degli italiani a favore dei propri interessi, politici o di altro genere, da respingere con forza.
Non ci uniamo ai troppi criminologi improvvisati, specialisti autopresunti in mafie e terrorismo, con ipotesi e considerazioni (per quanto riguarda l’attentato di Brindisi) che pure si sono affacciate nella nostra mente sorrette da una lunga memoria di sangue versato in anni vicini e lontani.
E ci teniamo, al momento, anche le nostre opinioni sul modo di fronteggiare le catastrofi naturali.
Ma non ci possiamo esimere da tre considerazioni generali, utili ad evitare di cadere preda della profluvie di analisi superficiali e interessate che ci sta inondando.
Primo: l’Italia ha avuto nella sua storia, purtroppo, tantissimi episodi rimasti oscuri di matrice politica. Ma le sorti del paese sono sempre state decise dal voto scaturito dalle urne. Unica eccezione il golpe mediatico-giudiziario dei primi anni novanta. Ma gli autori e complici di quel golpe sono i soliti che hanno retto l’Italia negli ultimi venti anni: a livello politico, economico, burocratico e mediatico. Se ci sono complotti, si cerchino gli autori in casa loro.
Secondo: anche molte stragi attribuibili alla criminalità organizzata sono rimaste impunite in tutto o in parte. Altre volte, grazie all’abuso del pentitismo, sono state formalizzate verità di comodo. Ora si sta cercando di interpretare la strage di Brindisi applicando quanto sappiamo della storia e della “cultura” di mafia, camorra e ‘ndrangheta. Ma alla Sacra Corona Unita, cioè alla criminalità organizzata pugliese, non sono applicabili quegli schemi. E’ di nascita recente. E’ organizzata ma è criminalità punto e basta. Inutile fare riferimenti ad una “cultura” o ad una storia. Piano, perciò con l’escludere ipotesi, con considerazioni del tipo “la mafia non fa attentati che prendono di mira ragazzi” o, viceversa, “il nome della scuola (Morvillo-Falcone) e l’appuntamento con la carovana della legalità sono prova evidente”. Lasciamo lavorare in pace gli investigatori, e chiediamo loro non la fretta, ma di seguire piste serie. Ci siamo stufati di scoprire dopo molti anni che la verità era un’altra.
Infine, per quanto riguarda il terremoto: nessuno vuole mettere in conto alle maggioranze più o meno anomale che si sono succedute nei decenni le disgrazie. Ma è evidente che sono state disattese tutte le promesse di fare dell’Italia un Paese normale, nel quale tutto il possibile viene fatto per limitare i danni di terremoti e alluvioni che si ripetono con costanza ciclica. Ed è proprio il possibile che viene promesso e mai fatto la causa della rabbia.
Onestà ci impone di dire che le disgrazie non sono uguali nelle conseguenze in qualsiasi parte di Italia avvengano. In certe zone i danni sono minori perché qualcosa si è fatto. In altre se non sono minori i danni, tuttavia ci si rimette in piedi prima. Non si aspetta solo l’intervento dello Stato. Vorremmo che fossero banditi due atteggiamenti: da un lato il fatalismo “perché si tratta di catastrofi naturali”, dall’altro la rassegnazione perché “tanto sono tutti uguali”.

Se poi aggiungiamo giornalisti che non conoscono il significato di “etica professionale” e che si gettano come squali sul dolore e la rabbia , il quadro è completo . Tutto questo fa sì che non si arrivi ai veri colpevoli, ma ci si fermi al desiderio di “giustizia fai da te”.