Baglini, presentatosi di fronte ad un numeroso pubblico, ha dimostrato fin dalla scelta dei brani in programma originalità ed intelligenza musicale da vendere.
Fra una rappresentazione e l’altra di “Cavalleria rusticana”, all’Opera di Firenze si è potuto assistere all’esibizione di un pianista toscano, probabilmente poco conosciuto al grande pubblico, ma che merita invece di essere considerato fra i migliori interpreti della tastiera della sua generazione. Si tratta del pisano Maurizio Baglini, classe 1975, che, pur avendo alle sue spalle un curriculum di oltre 1200 concerti come solista, non si è ascoltato così spesso a Firenze. Un vero peccato, perché Baglini, presentatosi di fronte ad un numeroso pubblico, ha dimostrato fin dalla scelta dei brani in programma originalità ed intelligenza musicale da vendere: nella prima parte la Burlesca in re minore per pianoforte e orchestra di Richard Strauss, nella seconda le Variazioni sinfoniche per piano e orchestra di Cesar Franck, che non si sentivano a Firenze da oltre un trentennio. Sul podio dell’Orchestra del Maggio il giovane Daniel Cohen, di recente selezionato al Gustav Dudamel Fellows Program della Los Angeles Philharmonic.
Dunque Baglini ha affrontato due complesse partiture pressoché coeve (siamo alla fine degli anni ’80 del XIX secolo), ma l’una scritta da un compositore all’inizio della sua lunga carriera artistica (Strauss), l’altra da una musicista giunto invece al crepuscolo di essa (Franck), permettendo così all’ascoltatore un confronto ravvicinato molto interessante. Il pianista toscano ha delineato con precisione, nitore ed intensità interpretativa il brano di Strauss, esibendo una tecnica brillante e sicura, in una dialettica serrata e tesissima con l’orchestra, ben guidata da Cohen; il virtuosismo pianistico di Baglini non è apparso esasperato, ma al contrario implacabile nella sua essenzialità, quasi corrosivo. Non meno lucida la lettura delle Variazioni sinfoniche di Franck, restituite alla perfezione nel loro clima intimista della prima parte, così come nella luminosità sonora della seconda, ma senza mai perdere di vista quel perenne continuum, quella affascinante sinuosità, che è poi la cifra caratteristica del brano. Molto buona anche l’esecuzione degli orchestrali. Quanto a Baglini, acclamato a lungo dal pubblico, ha generosamente offerto due bis (peraltro brevemente descritti dall’interprete prima dell’esecuzione), ossia una Sonata di Scarlatti ed un Preludio di Bach nella trascrizione di Busoni.
Hanno completato il programma della serata una distesa e pacata lettura del Prélude à l’après-midi d’un faune di Debussy in apertura, e, nel finale, un altro omaggio a Richard Strauss nel 150° dalla nascita: Don Juan – primo della serie dei suoi sette Poemi sinfonici – che il giovane Cohen, pur non contenendo un eccessivo impeto e fragore dinamico, ha tuttavia eseguito in modo coeso, avvalendosi dell’ottima performance degli orchestrali del Maggio.

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